«Da quella famosa volta con Nico siamo diventati grandi amici: d’altronde, il nostro primo incontro è stato davvero paradossale. Avevo cambiato datore di lavoro, perciò era normale che non fossi perfettamente a mio agio al Sio Bar. Fatto sta che, una mattina, questo ragazzo straniero, più o meno sulla trentina e col volto un po’ scavato, viene al banco. Dopo avere bevuto un caffè doppio, va in bagno.

All’inizio non do nessun peso alla banalità di questa cosa ma, col passare dei minuti realizzo che Nico si trova quanto meno in difficoltà. Faccio di corsa le scale che portano alla toilette, e dopo pochi ma angosciosi attimi, lo vedo a terra con gli occhi chiusi. Passo un’ora cercando di rianimarlo in ogni modo, però alla fine capisco di non avere alternative: chiamo l’ambulanza. La squadra del 118 impiega una manciata di minuti per svegliarlo e assicurarsi che sia tutto a posto.

Mi rifiuto di credere ai miei occhi. Chi è quel caso limite, anzi da ricovero immediato, che si addormenta nel cesso di un bar a metà mattinata? A questo punto, con una bella dose di faccia tosta e ipocrisia, gli chiedo se ha qualche problema in particolare. Lui: “ Scusa ma non dormo da quattro giorni, mi ha fregato il sensore di movimento collegato alla luce.” Ogni volta che racconto questa storia, tutti ma proprio (me compreso), pagherebbero per vedere come il buio abbia fatto sprofondare Nico nel sonno».

(Alessio Tome, Sio Bar, Via Ripamonti)