“In Asia meridionale mancano i dati sulla comunità queer. Non esistiamo. Ed è quello che sta succedendo nella Corte Suprema indiana in merito al matrimonio omosessuale. Viene ridotto a una questione elitaria, borghese, perché non ci sono i dati”. Dal 2017 The Queer Muslim Project sta cambiando la narrazione della comunità LGBT+ e musulmana. Il suo fondatore e direttore, Rafiul Alom Rahaman, è riuscito a riunire in uno unico luogo voci diverse per riscrivere la cultura, abbattere i soliti stereotipi omofobi e islamofobi, dare visibilità a tutte le sfumature dell’essere umano. “Oggi più di 40 mila persone collegate da tutto il mondo seguono The Queer Muslim Project”.

Per quale motivo ha cominciato a condividere notizie su Facebook?

Quando ho iniziato il progetto, erano davvero pochi i media che andassero oltre al solito stereotipo dove la persona musulmana era sinonimo di terrorista. E ovviamente non c’era uno spazio dove si potesse condividere l’essere omosessuale e musulmano insieme, con tutte le sfumature del caso. Ce ne sono così tante nel modo in cui una persona può identificarsi, può credere, può avere fede. Sono infinite le sfumature poi con cui uno può presentarsi, ognuno con la propria storia di famiglia, amore, accettazione, appartenenza, ma anche, a volte, di violenza ed esclusione. Quindi avevo bisogno di uno spazio dove si potesse andare oltre all’essere solo musulmano o solo omosessuale, dove le persone queer, con tutte le loro sfumature e quindi rappresentanti di altre intersezioni, potessero raccontare le loro storie senza l’intervento di qualcun altro, come succede nel resto dei media in modo che il loro diritto d’autore venisse riconosciuto come autentico.

Qual è l’obiettivo di The Queer Muslim Project?

[amrk]Cambiare la narrazione sulla comunità LGBT+ in modo da ottenere anche un cambiamento culturale.[/mark] Il nostro lavoro è un incrocio di mondi tra arte, cultura e media. Quindi ci siamo chiesti come costruire o migliorare la capacità dei narratori queer, degli attivisti, di chi si schiera dalla nostra parte affinché possano reclamare la proprietà delle proprie storie in modo da cambiare modo di scriverle, di raccontarle, di riprodurle nei film? L’industria cinematografica a Bollywood e anche i media inglesi in India stanno cominciando a dare spazio alla comunità queer, avendo anche le migliori intenzioni. Ma viene fatto solo il minimo indispensabile per parlarne: non si va oltre, non ci si interroga, non si pongono domande difficili. Come dicevo, ci sono molte più sfumature da raccontare. E chi può farlo con accuratezza e autenticità se non noi stessi che viviamo queste sfumature? Ma penso che questo lavoro debba essere fatto insieme, collettivamente, in collaborazione tra di noi. Un’organizzazione da sola non può fare giustizia perché le persone queer sono così diverse.

“Un’organizzazione da sola non può fare giustizia perché le persone queer sono così diverse. Devono essere più voci insieme”.

Continua a parlare di comunità queer ma The Queer Muslim Project rappresenta anche altro: la fede islamica. 

All’inizio mi veniva chiesto continuamente: “Perché vuoi renderti la vita difficile? Nessuno ti darà i soldi se parli anche di Islam”. Ma è sbagliato perché è proprio questo il punto. Da una parte, ci sono i musulmani integralisti che ci ricordano che non c’è posto per noi, che non siamo abbastanza musulmani. Dall’altra, gli islamofobi ci dicono costantemente che cerchiamo di indorare la violenza islamica raccontando storie positive. Noi vogliamo raccontare le nostre sfumature.

Che ruolo hanno i social considerando che The Queer Muslim Project esiste quasi esclusivamente tra Facebook e Instagram? 

Innanzitutto, penso che i social media diano legittimità, soprattutto se si appartiene a una minoranza o a un contesto emarginato. Qualche anno fa non potevamo nemmeno immaginare di avere uno spazio all’interno dei media tradizionali dove poter parlare di identità intersezionali. Oggi, nonostante tutte le controversie aziendali, Instagram è uno spazio molto potente. Tanto che siamo riusciti a collaborare con istituzioni cosiddette storiche che vedono un certo tipo di validità nel nostro lavoro grazie ai numeri che facciamo. Ma è davvero triste perché ci considerano solo per la portata di persone che riusciamo a raggiungere e, in base a questo, noi abbiamo dovuto pensare al modo in cui raccontare le nostre comunità cercando di preservarle e di mantenere comunque visibilità. E poi parlare di fede non è facile. Anche all’interno del mondo LGBT+ non tutte le persone si sentono a proprio agio a causa della storia, delle violenze perpetuate dalle religioni organizzate nei confronti delle persone queer e trans. Ma comunque ci sono almeno tre motivi ben precisi per cui credo nel potere che ha Instagram.

Che sarebbero?

Per prima cosa, abbiamo una piattaforma per condividere queste storie in tutte le loro sfumature perché ogni persona vive a proprio modo le esperienze, l’essere queer, la fede, l’appartenenza alla periferia. E quindi abbiamo uno spazio dove siamo visibili.  In secondo luogo, attraverso la nostra presenza sui social siamo riusciti a raggiungere gli altri superando i confini nazionali, arrivando in Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal. E il nostro lavoro è cresciuto dall’online all’offline, e non viceversa come di solito succede. Non ho mai avuto un luogo fisico, un palazzo, dove andare a lavorare. All’inizio della pandemia passando da vita offline a quella online, il Queer Muslim Project ha subito un’impennata decisiva perché molte persone hanno cominciato a riconoscere l’importanza del lavoro che stavamo facendo. In ultimo, piano piano chi lavora nei media tradizionali sta vedendo il nostro valore, anche se le nostre storie, le nostre voci non compaiono nei media tradizionali. Riconoscono che facciamo qualcosa che loro non fanno e ci vengono a chiedere consiglio per migliorare.

Quali sono invece i limiti dei social network?

Questo lavoro di re-iscrizione, di costruzione, non è facile. Si rischia il burnout. Inoltre, esistendo solo sui social, non c’è ancora un sistema che ci protegga. Non ci sono supporti che ci difendono dagli abusi, dalle molestie online, dal trolling. E spesso le violenze e il modo in cui si cerca di silenziare la nostra voce sono mirate.