«Voglio parlarti senza parlare». In poche semplici battute Luca Guadagnino sintetizza tutta l’astrazione e l’impalpabilità che pervade “Queer”, la sua ultima fatica cinematografica. Una pellicola a metà strada tra sogno e ossessione in cui a dominare questo spazio liminale sono soprattutto gli sguardi rubati e le carezze mancate: quei gesti d’affetto cristallizzati e inibiti dalle paure e i turbamenti che pervadono l’animo umano. Il regista palermitano assorbe e domina la complessità di “Queer”, libro scritto negli anni Cinquanta da William Burroughs. Lo stesso esponente della Beat Generation visse la stesura di questo testo con molta sofferenza e fatica. Un’opera incompiuta, un grido di dolore accolto da Guadagnino che, dopo oltre settant’anni, è riuscito a regalare un finale a William Lee ed Eugene Allerton, amanti e protagonisti ideati dallo scrittore statunitense.
Luca Guadagnino torna sul grande schermo con “Queer”: una pellicola tratta dall’omonimo libro di William Burroughs
Luca Guadagnino abbandona i campi da tennis asettici di “Challengers” e i paesaggi desolati di “Bones and All” per ambientare la travagliata storia d’amore della coppia a Città del Messico. Il cineasta, però, sradica la capitale dall’America e la trascina direttamente nel cuore di Cinecittà: le strade, i locali e i lunghi viali vengono magistralmente ricostruiti ad arte sul set romano. Una scelta con un forte significato intrinseco: Città del Messico, con i suoi edifici plastici e artificiosi, assume i tratti di un luogo fittizio, uno spazio metafisico a metà strada tra sogno e realtà. Ed è proprio in questo contesto astratto che William Lee – statunitense che ha lasciato il suo Paese per cominciare una nuova vita lontano dai giudizi altrui – conduce la sua impalpabile quotidianità: invisibile, si aggira ciondolando per la città, osservando con freddo disincanto il mondo muoversi attorno a lui. A interpretarlo un magistrale Daniel Craig che, abbandonati i panni del perfetto e carismatico 007, sceglie di indossare quelli ben più scomodi di Lee, un uomo di mezza età fragile e insicuro.
Il protagonista ideato da Burroughs è una contraddizione vivente: omosessuale dichiarato, frequenta i locali queer della zona, eppure accetta con rassegnazione – e poco orgoglio – la sua vera identità. «Non dimenticherò mai l’inenarrabile orrore che provai quando quella parola lasciò un marchio a fuoco sul mio cervello: omosessuale. Ero un omosessuale», racconta l’uomo in una delle prime scene del film. La stessa scelta di abbandonare gli Stati Uniti diventa, in realtà, un nuovo modo per evadere da sé e nascondersi dove nessuno può riconoscerlo. Ma a contraddistinguere in maniera ancora più definita Lee sono le sue forti dipendenze: schiavo dell’alcol, della droga e del sesso, ogni elemento distruttivo per lui diventa una costante fonte di assuefazione a cui attingere. Ed è proprio il personaggio del giovane Allerton – suo amante e compagno d’avventura – a diventare la sua nuova ossessione, o meglio, dipendenza. Due figure, quelle di Allerton e Lee, agli antipodi, pianeti lontani che per caso – o fatalità – si allineano. Il primo è imperscrutabile e scostante, a tratti capriccioso; il secondo, invece, fragile e goffo, è alla costante ricerca di un gesto d’affetto e non può fare a meno di mostrare le debolezze che lo rendono così umano.
Daniel Craig abbandona i panni del carismatico 007 per indossare quelli più scomodi di William Lee, uomo di mezza età fragile e insicuro
I due inizieranno un viaggio nelle profondità delle foreste sudamericane alla ricerca della misteriosa ayahuasca, una pianta che, una volta assunta, favorirebbe la telepatia. Un’occasione per Lee per conoscere meglio Allerton, ma soprattutto se stesso. I flȃneurs, immersi nel cuore pulsante dell’Amazzonia, portano a termine la loro missione, riuscendo a conquistare la tanto famigerata erba magica. In preda alle allucinazioni, la coppia si fonderà e diventerà un tutt’uno: uniti in un solo corpo, tra i due si innescherà una lotta intestina con, da una parte, Lee alla ricerca di contatto fisico e dall’altra, Allerton, in fuga da quella profonda intimità. Una scena che, con cruda semplicità, rappresenta due facce della stessa medaglia malata: la fame d’amore e il bisogno di allontanare l’affetto altrui.
“Queer” è un viaggio allucinogeno in cui ogni simbolo e ogni metafora rivela le fragilità e i mille volti dell’animo umano. Un’esperienza metafisica sospesa tra sogno e realtà, tra incubo e follia, in cui l’astrazione diventa uno strumento per raccontare la complessità e le contraddizioni delle relazioni. Un’impalpabilità sintetizzata da un emblematico mantra recitato da William Lee: «Non sono queer, sono disincarnato».