La vittoria l’ha certificata lui stesso, senza attendere i risultati ufficiali, e lo ha fatto, come di consueto, con un tweet. Nayib Bukele è stato rieletto domenica scorsa presidente di El Salvador. Tutti prevedevano un trionfo, ma in pochi avevano immaginato un plebiscito di tali proporzioni: 85% dei voti. Bukele potrà contare anche su una maggioranza in parlamento che definire schiacciante sarebbe riduttivo: il suo partito, Nuevas Ideas (Nuove Idee), ha conquistato 58 seggi su 60 alle elezioni legislative che si sono tenute parallelamente alle presidenziali. Alle opposizioni sono rimaste le briciole. El Salvador rappresenterà un caso inedito di «sistema democratico a partito unico», secondo la formula ossimorica utilizzata dallo stesso capo dello Stato nel commentare la vittoria.
L’esito delle elezioni di domenica segna un ulteriore aggravamento della salute della democrazia salvadoregna, già da tempo molto precaria. Una prima anomalia è infatti rappresentata dalla stessa rielezione di Bukele: la Costituzione del Paese centroamericano, infatti, vieta al presidente in carica di correre per un secondo mandato. Il capo dello Stato è riuscito però ad aggirare il divieto grazie a un improbabile artificio giuridico: si è sospeso dalle funzioni di presidente e ha nominato sua supplente Claudia Rodríguez de Guevara, già sua segretaria privata. In questo modo è riuscito ad arrivare alla data delle elezioni senza essere formalmente in carica ma allo stesso tempo continuando, di fatto, ad esercitare il potere.
Lo stratagemma escogitato da Bukele per dare una facciata di costituzionalità alla sua rielezione è del resto in linea con i metodi poco ortodossi che ha sempre adottato nell’esercizio del potere. A partire dal 2022 El Salvador vive una sospensione a tempo indefinito dello Stato di diritto: è il cosiddetto “stato d’eccezione”, con il quale nel marzo di quell’anno il governo stabilì una serie di deroghe alle libertà fondamentali in nome della lotta alle organizzazioni criminali note come maras o pandillas. La presenza di queste bande, diventata consistente a partire dagli anni Novanta, ha fatto sì che El Salvador divenisse, nel corso nel tempo, uno dei Paesi più violenti del continente americano. Nel 2018, appena prima dell’ascesa di Nayib Bukele al potere, la nazione centroamericana registrava un tasso di 58 omicidi ogni 100.000 abitanti, tra i più alti al mondo.
Una volta insediatosi al potere, il presidente Bukele ha fatto della lotta alle maras il cardine della sua agenda politica. In pochi anni è riuscito a trasformare El Salvador in uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina. Il prezzo pagato dai cittadini in termini di libertà, tra limitazioni dei diritti e arresti di massa, è stato pesante. Nonostante ciò, i cittadini salvadoregni hanno dimostrato di essere disposti ad accettare una riduzione dei propri diritti civili in cambio di una maggior sicurezza. Secondo Fabio Bozzato, giornalista con una lunga esperienza in America Latina, ciò riflette «una tendenza globale in cui si colloca anche El Salvador: i sistemi democratici oggi sono consumati e sempre più spesso prendono piede politiche autoritarie», che solitamente rispondono a sentimenti di insicurezza diffusi tra la popolazione.
Il consenso intorno alle politiche di Nayib Bukele è innegabile ma non basta, da solo, a spiegare il clamoroso risultato elettorale di domenica. «La figura di Nayib Bukele è capace di raccogliere grande consenso ma allo stesso tempo suscita timore», spiega Bozzato, secondo cui parte del sostegno popolare di cui gode il presidente sarebbe dettato più da paura che da una reale adesione. «Da una parte, oggi in El Salvador non esistono contropoteri perché Bukele ha svuotato e occupato con persone di sua fiducia tutte le istituzioni che dovrebbero essere di garanzia, come la Corte Suprema e gli organi giudiziari. Dall’altra, le politiche repressive messe in campo da Bukele hanno colpito anche molte persone estranee alle maras e ciò genera ulteriore timore nella popolazione». Ciò non toglie, continua Bozzato, «che anche i regimi autoritari come quello salvadoregno non possano anche godere di molto consenso».
Per il giornalista Fabio Bozzato, «Nayib Bukele oggi governa El Salvador come una startup». Una startup destinata ad essere amministrata in modo sempre più autoritario.
Un altro fattore fondamentale nel successo politico del presidente è poi rappresentato dalla strategia comunicativa impiegata, efficace e spregiudicata. Fabio Bozzato si trovava in El Salvador nel 2019, all’indomani dell’elezione di Nayib Bukele alla massima carica dello Stato, e ha potuto osservare da vicino la cura che il leader ha sempre dedicato alla narrazione: «Bukele si è sempre proposto come una figura di rottura, lontana dalle liturgie della vecchia politica, e ha fatto valere le sue radici familiari palestinesi, estranee alle élite di origine europea che tradizionalmente controllano El Salvador, per presentarsi come leader antisistema, vicino al popolo e nel quale il popolo può riconoscersi».
«Nayib Bukele – conclude Bozzato – è una figura complessa e contraddittoria, una figura allo stesso tempo di grande rottura e di grande continuità, che si può vedere nel modo in cui governa il Paese. Se la vecchia classe politica gestiva El Salvador come se fosse la propria finca [una forma di proprietà terriera tipica del mondo ispanico, ndr], Bukele oggi lo dirige come una startup di sua proprietà». Una startup destinata ad essere amministrata in modo sempre più autoritario. Lo stesso vice di Bukele, Félix Ulloa, lo aveva del resto dichiarato senza mezzi termini alla vigilia delle elezioni: per l’attuale leadership salvadoregna «la democrazia deve essere eliminata».
