Negli Stati Uniti, gli animi si fanno bollenti in vista delle elezioni del prossimo 3 novembre. Si continua a parlare molto delle primarie del partito democratico, che, dopo il Nevada, scenderà in campo, sabato 29 febbraio, nello stato del South Carolina, ultimo a eleggere uno dei candidati prima del Super Tuesday del 3 marzo. Gli elettori dovranno esprimere le proprie preferenze dopo che la scorsa settimana hanno decretato la stragrande vittoria di Bernie Sanders.

CHE STATO È IL SOUTH CAROLINA 

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Demograficamente l’elettorato del South Carolina è ritenuto come pilota per le primarie del partito democratico.  La comunità afro-americana ha un importante voce in capitolo in queste elezioni, e il suo appoggio politico può cambiare molto gli exit poll. Infatti il 27% dei cittadini dello Stato è afro-americano e alle scorse elezioni presidenziali, il 94% votò a favore del candidato democratico Hillary Clinton, il 4% per il Presidente Trump. Nel 2016 l’appoggio della comunità nelle primarie aiutò molto Clinton, che infatti riuscì ad avere l’endorsement da altri afro-americani in molti Stati. Concludendo, l’elettorato in queste primarie potrà cambiare radicalmente quelle che sono le previsioni dei sondaggi nazionali sui candidati democratici.

STATE ANALYSIS

Superficie: 82mila chilometri quadrati, più o meno l’area del Portogallo.
Popolazione: 5 milioni, poco più degli abitanti di Los Angeles.
Distribuzione demografica: i bianchi sono il 63 per cento della popolazione, i neri il 28 per cento, gli ispanici il 5 per cento.
Reddito mediano: 52mila dollari (42esimo stato su 50).
Delegati in palio: 54

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I SONDAGGI DEI PARTECIPANTI 

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Sondaggi: 270ToWin, una settimana prima delle votazioni, mise Joe Biden (24.5%) in testa con 22 delegati, a seguire Bernie Sanders (21.5%) con 18, e il filantropo Tom Steyer (7%) con 14 delegati

TOM STEYER IL NUOVO VOLTO

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L’imprenditore statunitense è un manager di fondi di investimento e un noto filantropo; in passato ha negato l’intenzione di candidarsi in politica ma ha ufficialmente dichiarato un cambio di rotta. Nel video dell’annuncio, Tom Steyer ha elencato i punti focali del proprio programma politico, fra i quali compare l’obiettivo di ridurre l’influenza delle grandi corporation sulla politica e la lotta ai cambiamenti climatici. Tom Steyer, nel suo profilo Twitter, si fa promotore di una maggiore vicinanza alle persone, che a suo parere si sentono abbandonate dal sistema e non rispettate dai politici. Qualche tempo fa aveva personalmente finanziato l’affissione di alcuni cartelli che pubblicizzavano una petizione per promuovere l’impeachment nei confronti dell’attuale presidente degli Stati Uniti Donal Trump.

COME SI VOTA IN SOUTH CAROLINA?

Non tutte le primarie sono uguali. Infatti tre sono le tipologie di voto che i democratici devono tener conto e si distinguono Stato per Stato. Sabato scorso le primarie erano in un Caucus (Nevada), ovvero stato in cui si dispongono incontri formali che avvengono in luoghi come chiese, bar, biblioteche o palestre delle scuole, dove gli elettori discutono sui pro e i contro di ogni candidato, quindi si dividono in gruppetti in base alla loro preferenza: i caucus, appunto. I gruppi che non rappresentano il 15% del totale degli elettori di quella sala si “sciolgono”: le persone che prima ne facevano parte possono aggregarsi a loro volta all’interno di un altro gruppo. Il risultato è che i sostenitori dei candidati più piccoli, corteggiatissimi, vanno a sostenere i candidati più grandi. Dopo l’Iowa e il Nevada gli altri Caucus sono: North Dakota, Wyoming, Samoa, Virgin Island e Guam.

La seconda tipologia di voto prevede le primarie chiuse ovvero con il diritto al voto soltanto agli americani già registrati come elettori dei democratici.

Infine l’ultima tipologia che sarà quella scelta in South Carolina, prevede le primarie aperte dove Tutti i cittadini americani con diritto di voto (quindi anche i Repubblicani) possono andare alle urne e scegliere il candidato democratico che vogliono come sfidante alle prossime elezioni.

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IL CONFRONTO TELEVISIVO 

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Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio è andato in scena anche l’ultimo dibattito televisivo prima delle primarie in South Carolina e del Super Tuesday. Tutti, o quasi i candidati, contro Bernie Sanders, l’attuale dem in vantaggio per gareggiare contro il presidente Donald Trump. Strategia diversa per Elizabeth Warren, l’altra candidata progressista: non potendo colpire Sanders per l’agenda simile alla sua, è tornata ad attaccare Michael Bloomberg, con l’ex sindaco di New York che ha dovuto incassare di nuovo le accuse di sessismo e discriminazione sul luogo di lavoro, ma anche quelle di aver fatto affari con la Cina e di non voler svelare le sue dichiarazioni fiscali. Lo stesso attacco della Warren era stato indirizzato all’ex sindaco di New York anche nel dibattito televisivo del 19 febbraio a Las Vegas dove le dichiarazioni contro hanno avuto un grosso peso mediatico. In quella tornata, Bloomberg apparve per la prima volta e Elizabeth Warren si espresse: «Mi piacerebbe dire qualcosa sulla persona con cui stiamo gareggiando: un miliardario che chiama le donne “grassone” e “lesbiche faccia di cavallo”. No, non sto parlando di Donald Trump. Sto parlando di Michael Bloomberg». I media come gli stessi candidati si stanno preparando per il fatidico Super Tuesday del 3 marzo, giorno dello spartiacque.

La Warren ha anche scelto di iniziare una contro campagna per contrastare la candidatura di Bloomberg, guardate questo spot pubblicitario in cui si criticano le scelte del ex sindaco di New York

 

 

Per il resto, il dibattito tv in South Carolina ha mostrato divisioni che preoccupano l’establishment del partito democratico, perché alla fine rischiano di avvantaggiare proprio il tycoon (Donald Trump) e la sua rielezione il prossimo 3 novembre. Sanders si è dovuto difendere dalle accuse di essere aiutato dalla Russia (“Non è vero”) e di aver difeso la Cuba di Fidel Castro (“Ho detto le stesse cose di Obama”). “Putin vuole la rielezione di Trump ed è per questo che la Russia ti sta aiutando”, ha attaccato un Bloomberg leggermente più efficace e a suo agio rispetto al precedente dibattito televisivo.

Sulla stessa linea d’onda Pete Buttigieg: “Se la nomination andrà a Sanders, avremo altri quattro anni di Donald Trump, lo speaker della Camera sarà repubblicano e i democratici non riusciranno a riconquistare il Senato. Non è solo la presidenza che conta”. In soccorso del senatore è arrivata la “collega” Warren: “L’agenda progressista è molto popolare. Noi parliamo di come costruire il futuro. È questo quello che conta”. Più vivace del solito anche l’ex vicepresidente Joe Biden, che in South Carolina è ancora in testa ai sondaggi e si gioca già gran parte delle sue chance di proseguire la corsa.  La sfida a Sanders è lanciata: “Sabato vincerò io e conquisterò il voto degli afroamericani”, ha detto, nella speranza di ricompattare la grande alleanza che portò al trionfo di Barack Obama. Ma nei sondaggi Sanders, che già lo sovrasta a livello nazionale, è in gran rimonta e fa paura.

UNA FINESTRA AL SUPER TUESDAY

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Per i candidati alle presidenziali Usa, democratici e repubblicani, è  anche tempo di Super Tuesday, il classico appuntamento dagli anni ’80, che propone in un unico giorno e contemporaneamente, le votazioni delle primarie in 25 stati diversi. Repubblicani e democratici voterranno in Alabama, Arkansas, Colorado, Georgia, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont e Virginia. Tanto Sud, e quindi tanti ultraconservatori per i repubblicani e molti afroamericani per i dem. Saranno quindi assegnati 595 delegati ai repubblicani e 865 ai dem. Gli Stati non valgono tutti allo stesso modo, ad esempio il Texas da solo, assegna 155 delegati repubblicani e 241 delegati democrati.

Solo dopo il super Tuesday potremmo avere un quadro generale più chiaro di quanto potrà accadere all’interno del partito democratico in vista della scelta del candidato che dovrà fronteggiare Donald Trump in vista del 3 novembre 2020 ” THE ELECTION DAY