Sabato e domenica si è votato per rinnovare i sindaci in circa 3700 comuni e per eleggere il presidente e il consiglio regionale del Piemonte. Elezioni che si sono svolte in contemporanea a quelle utili per nominare i prossimi membri italiani del Parlamento europeo.Tra le città al voto per le amministrative, c’erano anche 23 capoluoghi di provincia e 6 capoluoghi di regione: in tutta Italia si è andati a votare, ma con meno regolarità rispetto agli anni passati. I numeri alle urne continuano a decrescere, sintomo del distacco che si è creato tra politica e cittadini.

Affluenza in calo

Come anticipato, la diminuzione dell’affluenza non si ferma, segno, forse, di una costante disaffezione al voto, che accomuna l’Italia a molti dei Paesi appartenenti all’Unione Europea: «Potrebbe essere il problema principale che questa tornata elettorale segnala, ma è una questione di cui si discute da tempo.Nonostante sia gli analisti che gli attori in prima persona, ovvero i partiti e i loro rappresentanti, facciano orecchie da mercante rispetto a questa problematica, la disaffezione è stata resa ancora più evidente dal risultato delle elezioni europee: non solo perché, per la prima volta, si è scesi al di sotto di quella soglia psicologica del 50% di votanti (49,7%) sugli aventi diritto al voto, ma anche perché, solitamente, quando si trattava di eleggere i rappresentanti del Parlamento, gli italiani erano molto più partecipativi rispetto agli altri Paesi europei. E quel dato, quel 49%, è dopato dalla compresenza delle elezioni locali, che hanno dato una spinta all’affluenza per le europee. Non si fossero tenute in contemporanea, oggi parleremmo di un risultato ancora più basso rispetto a quello che abbiamo effettivamente registrato». A parlare è Marco Valbruzzi, professore di Scienza politica all’Università Federico II di Napoli e, dal 2017 al 2019, responsabile dell’area politico-elettorale dell’Istituto Carlo Cattaneo.

Differenze di voto tra Nord e Sud

Il numero delle persone che hanno espresso la loro preferenza per il rinnovo del Parlamento europeo è stato quindi gonfiato dalle elezioni amministrative. Ma anche queste hanno subito una contrazione: quando si sono chiuse le urne, infatti, l’affluenza si collocava al 62,66%, in calo rispetto al 67% dell’ultima tornata elettorale:«Il dato relativo alla partecipazione per le elezioni locali è decresciuto – continua il professore – ma in maniera meno significativa rispetto a quello delle europee: se quest’ultimo ci dà una geografia dell’astensione molto chiara, ovvero una partecipazione tendenzialmente più alta nelle regioni del centro nord rispetto a quelle del sud (dal Lazio in giù), il dato che fa riferimento alle comunali, invece, ribalta questa raffigurazione. Sono proprio i comuni del Mezzogiorno quelli in cui la partecipazione, in media, ha tenuto meglio. In alcuni casi, addirittura, abbiamo osservato una crescita della percentuale dei votanti rispetto a cinque anni fa. Si può parlare, più in generale, di un’affluenza a macchia di leopardo, con il meridione che si mobilita molto di più nel momento in cui è chiamato al voto unicamente locale».

Regionali in Piemonte

Anche in Piemonte i numeri sono diminuiti: se nel 2019 si era recato alle urne il 63,3% degli aventi diritto al voto, quest’anno ci si è fermati al 55,3%. Una perdita di otto punti percentuali che, però, non ha cambiato l’esito delle elezioni:come cinque anni fa, Alberto Cirio, rappresentante del centrodestra, è stato confermato al vertice della regione con il 56,14% di preferenze. Ha prevalso sulla sua avversaria del centrosinistra, Giovanna Pentenero, che si è fermata poco sopra al 33%. Un risultato netto, un vantaggio di quasi 23 punti percentuali per quella che è, a tutti gli effetti, una vittoria storica: negli ultimi 20 anni, infatti, si sono sempre alternate amministrazioni di centrodestra e centrosinistra.Questa volta, invece, Cirio si è assicurato l’amministrazione del Piemonte anche per il prossimo lustro: «La sua rielezione si inserisce in un quadro nazionale che segue una tendenza simile a quella regionale: se noi osserviamo il dato delle elezioni europee, delle elezioni amministrative locali e, all’interno di questo contesto, inseriamo le regionali in Piemonte, notiamo un effettivo congelamento dell’offerta politica e della risposta degli elettori, che hanno sostanzialmente confermato gli amministratori uscenti. Questo perché si è ricreata un’offerta politica fortemente bipolare: la contrapposizione di due coalizioni piuttosto ampie, una più coesa, quella di destra, e una più frammentata, quella di sinistra. Quindi, quanto successo in Piemonte è sicuramente importante, ma si inserisce in un trend nazionale e locale che è stato il fil rouge di questa campagna elettorale», afferma Valbruzzi.

Campo largo sì o no

Come anticipato dal professore, le elezioni regionali piemontesi hanno visto la mancanza di un’unità di intenti da parte del centrosinistra, che non è riuscito ad accordarsi per la formazione di un campo largo. Il Movimento 5 Stelle, infatti, ha deciso di non sostenere la candidata del Partito Democratico, ma di proporre un proprio rappresentante che, però, non è riuscito a raggiungere il 10%. La stessa cosa è avvenuta a Bari, dove Vito Leccese, del centrosinistra, non è arrivato alla vittoria, fermandosi al 47,6%.Sarà quindi costretto ad andare al ballottaggio con Fabio Romito, esponente della Lega. Anche in questo caso, i pentastellati hanno scelto di correre da soli, fermandosi ad un più positivo 21,6%. Saranno proprio loro l’ago della bilancia il 23 giugno, giorno in cui il comune tornerà al voto. «Nel considerare questi due casi – sottolinea Marco Valbruzzi – ci sono differenze e spiegazioni che sono esclusivamente locali: l’esempio piemontese, da questo punto di vista, è significativo. Il Movimento 5 Stelle ha avuto una storia di distinzione nei confronti del centrosinistra, un percorso diverso, per certi versi opposto: basti pensare al comune di Torino e alla traiettoria di Chiara Appendino (pentastellata), ex sindaca della città, che, in più occasioni, si è scontrata con l’attuale primo cittadino, Stefano Lo Russo (Pd). E tutto questo, ovviamente, ha lasciato degli strascichi difficilmente sanabili all’interno della regione. A Bari si possono riscontrare simili dinamiche di contrapposizione che, però, stanno lasciando spazio a timidi segnali di riavvicinamento: si sta aprendo un dialogo per riuscire a raggiungere una possibile convergenza tra il candidato di centrosinistra e gli esponenti e i simpatizzanti del Movimento 5 stelle, in vista del secondo turno». Un eventuale accordo tra i due partiti, infatti, potrebbe essere decisivo per consentire a Leccese di ottenere la carica di sindaco.

I capoluoghi al ballottaggio

Al ballottaggio non andrà solo il capoluogo pugliese, ma altri quattro capoluoghi di regione (Firenze, Perugia, Campobasso, Potenza) e un centinaio di altri comuni.Nella principale città della Toscana, Sara Funaro (Pd), sostenuta da una coalizione di più partiti tra cui sono assenti i pentastellati, sfiderà l’ex direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schimdt (centrodestra). L’esponente del centrosinistra arriva al secondo turno con 10 punti percentuali in più dell’avversario e potrebbe diventare la prima sindaca donna della città.

A Perugia, le due candidate sono divise da una manciata di voti: Vittoria Ferdinandi (centrosinistra) si è fermata al 48,8%, contro il 48,4% dell’ex assessora all’Urbanistica, Margherita Scoccia (centrodestra). Bisognerà aspettare il 23 e il 24 giugno per capire chi otterrà la carica di prima cittadina.

Discorso diverso a Campobasso, dove Aldo De Benedittis (centrodestra) ha un vantaggio superiore ai 16 punti nei confronti della sua diretta inseguitrice Marialuisa Forte (centrosinistra), ferma a poco meno del 32%. Per decidere le sorti della contesa, potrà essere decisivo il movimento civico, che, nella prima tornata elettorale, ha ottenuto il 19,79% dei voti. In ogni caso, cambierà il partito alla guida della città, perché a lasciare la carica sarà Paola Felice (M5S).

A Potenza, si affronteranno Francesco Fanelli (centrodestra) e Vincenzo Telesca (centrosinistra). Il primo ha raggiunto il 40,6% dei consensi, mentre il secondo il 32,44%. Ora per entrambi si apre la partita delle alleanze, che, però, non sono per nulla scontate: Pierluigi Smaldone (M5S), forte del 17,6%, ha affermato che non è certo il suo appoggio al candidato dem, quindi tutto è ancora possibile.

Due poli

Un contesto, quello appena descritto, che è segnato dalla contrapposizione tra destra e sinistra e che viene descritto così dal professor Valbruzzi: «Come detto prima, stiamo assistendo ad un grande congelamento dell’offerta politica che, ovviamente, è stato recepito anche dagli elettori. Il tentativo di ricostruzione di una dinamica bipolare, che già esisteva nel centrodestra, e che, in alcuni casi, è stata riproposta dal centrosinistra, ha permesso di fotografare la situazione esistente in molti comuni. Ciò nonostante, dovremo aspettare l’esito del ballottaggio per tirare le somme definitive di questa tornata elettorale che, comunque, ha visto pochi ribaltoni. È chiaro, invece, che si siano create le condizioni per una ristrutturazione del quadro politico italiano, che ha rafforzato i due maggiori pilastri all’interno delle coalizioni, Fratelli d’Italia e il Partito Democratico».