Sono passati ormai quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Quattro anni di bombe, con centinaia di migliaia di morti tra soldati e civili, e una lunga sequenza di accuse incrociate, impegni disattesi e tentativi diplomatici falliti. Il conflitto, inizialmente concepito dai russi come un’“operazione lampo”, si è protratto fino a oggi grazie alla stoica resistenza del popolo ucraino e, soprattutto, all’aiuto dell’alleanza atlantica. Un fuori programma che ha scompaginato i piani del Cremlino, costringendolo a rivedere anche le stime di spesa per sostenere la propria campagna bellica.
Nell’ultimo periodo, quasi tutti gli analisti erano dello stesso avviso: la guerra di logoramento, complice anche il peso delle sanzioni internazionali, stava provocando un significativo indebolimento dell’economia russa, caratterizzata da uno squilibrio crescente tra entrate in calo e spese in forte aumento. Un aiuto a Vladimir Putin è arrivato però dal Medio Oriente. Un Golfo in fiamme, con bombardamenti contro infrastrutture energetiche e la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha fatto schizzare il prezzo del petrolio, incluso quello russo.
La crisi del Golfo è andata in soccorso di Mosca: la forte instabilità geopolitica ha portato a un aumento del prezzo dell’Urals, che oggi supera abbondantemente i 100 dollari al barile
“A inizio 2026 – racconta la giornalista de Il Sole 24 Ore, Antonella Scott – la quotazione del greggio russo (Urals) si attestava attorno ai 35-40 dollari al barile, con vendite limitate a Cina e India, forti sconti dovuti alle sanzioni e un aumento dei costi logistici.” La crisi del Golfo è però andata in soccorso di Mosca: la forte instabilità geopolitica ha portato a un aumento del prezzo dell’Urals, che oggi supera abbondantemente i 100 dollari al barile. Ed è il Cremlino a beneficiarne, come dimostra un dato su tutti: “A ogni aumento di 10 dollari del greggio – spiega Scott – le compagnie russe guadagnano 2,8 miliardi di dollari extra al mese, di cui 1,63 miliardi finiscono allo Stato sotto forma di tasse.”
Se la quotazione dell’Urals dovesse mantenersi fino alla fine del 2026 intorno agli 80 dollari – questa la media stimata dagli osservatori – il Cremlino si ritroverebbe con un surplus di circa 40 miliardi di dollari. Un importo che corrisponde, più o meno, al deficit previsto per l’anno in corso. Questo dato, insieme alla chiusura dello Stretto di Hormuz e all’allarme rosso per Bab el-Mandeb, ha inevitabili ripercussioni sulle valutazioni politiche. In Europa iniziano infatti a emergere dubbi sulla sostenibilità delle sanzioni al gas e al petrolio russo. Una parte dei cittadini e delle imprese dell’UE chiede a gran voce ciò che gli Stati Uniti hanno già fatto, concedendo esenzioni temporanee fino a metà aprile.
La pioggia di denaro proveniente dal petrolio ha rafforzato la spesa militare di Mosca. “La guerra domina il bilancio statale russo, arrivando a rappresentare circa il 40% del budget. Nel 2025 sono stati destinati alla difesa circa 160 miliardi di dollari, pari al 7,2% del PIL.” Un balzo significativo rispetto al 3,6% del 2021, che consente al Cremlino di superare, in termini percentuali, gli Stati Uniti, fermi al 3,2% in questa voce. Va però precisato che molte spese russe sono segrete, aggregate o non chiaramente determinate, e che il totale reale potrebbe essere più elevato.
L’aumento delle spese militari fa da contraltare ai sotto-investimenti in sanità, innovazione, ricerca, istruzione e infrastrutture. Tuttavia, grazie all’extra gettito del petrolio, Vladimir Putin ha sciolto un nodo cruciale: “riuscire a mantenere, almeno per un altro paio d’anni, un livello minimo di spesa sociale – tra pensioni e servizi essenziali – continuando al contempo a finanziare la guerra”, sottolinea Scott.
Questo equilibrio consente al Cremlino di evitare un ulteriore calo del consenso interno e di preservare una certa stabilità sociale, nonostante una recessione che colpisce ampi settori della produzione civile, dando origine a una vera e propria “economia a due livelli”.
Gli sforzi bellici nel Donbass richiedono anche il contributo degli oligarchi. In un recente discorso al congresso degli industriali e degli imprenditori, il presidente russo ha lasciato intendere chiaramente di aspettarsi un sostegno dal suo ristretto circolo di potere. “Sarebbero contributi volontari, ma in realtà fortemente coercitivi”, spiega Scott. Putin chiede quindi ai grandi magnati “di coprire risorse che altrimenti dovrebbero essere richieste ai cittadini attraverso nuove tasse, già aumentate quest’anno con il rialzo dell’IVA dal 20 al 22%”. Per evitare ulteriori tensioni sociali – il rischio più temuto – il Cremlino si rivolge agli ultraricchi, consapevole che “gli industriali sanno che, per continuare a operare, devono allinearsi allo Stato”.
La richiesta è stata accolta positivamente da alcuni grandi nomi dell’imprenditoria russa, tra cui “Sulejman Kerimov, attivo nel settore minerario, che ha proposto un contributo personale di 100 miliardi di rubli, e Oleg Deripaska, noto per il suo impero nell’alluminio”. Già nel 2023 il Cremlino aveva imposto una tassa una tantum sulle imprese, raccogliendo circa 320 miliardi di rubli.
Un ulteriore sostegno arriva da Paesi sempre più rilevanti nello scacchiere globale. Dal 2022 la Russia ha progressivamente sostituito il mercato europeo con quello dei BRICS, della Turchia e dei Paesi del Golfo. Questi Paesi non solo continuano ad acquistare gas, petrolio e fertilizzanti russi, ma si pongono anche come intermediari per aggirare le sanzioni, facilitando l’arrivo a Mosca di materiali e componenti utili alla produzione militare.
Resta però una convinzione diffusa: “un’economia di guerra, basata su produzioni che non alimentano lo sviluppo strutturale del Paese, non può durare indefinitamente”. La macchina militare-industriale russa non potrà perpetuarsi per sempre così come è, ma al momento riceve nuovo slancio proprio dal petrolio, rinviando nel tempo il confronto tra Vladimir Putin e i limiti di sostenibilità dell’attuale modello economico.