Ali al-Samoudi indossa un elmetto e un giubbotto antiproiettile con la scritta PRESS. Si è riparato vicino ad un albero e guarda verso la telecamera in cerca di aiuto. La sua collega e giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh è a terra. È stata colpita alla testa da un proiettile delle forze di difesa israeliane e morirà poco dopo in ospedale.
Al posto di Ali, vent’anni fa, c’era Amedeo Ricucci. Giornalista Rai inviato di guerra, nel 2002 si trovava a Ramallah: il cuore della seconda Intifada. Quel maledetto 13 marzo a morire fu Raffaele Ciriello, fotoreporter e collaboratore del Corriere della Sera. “L’impressione che ho avuto leggendo la notizia dell’uccisione di Shireen è che fossimo davanti a un episodio fotocopia”, dice.

“All’epoca ebbi la certezza che a sparare fu il carro armato israeliano di fronte all’angolo in cui stavamo appostati. Non ho mai avuto la possibilità di chiedere perché e come mai decisero di sparare contro un gruppetto di giornalisti”.
“All’epoca ebbi la certezza che a sparare fu il carro armato israeliano di fronte all’angolo in cui stavamo appostati. Non ho mai avuto la possibilità di chiedere perché e come mai decisero di sparare contro un gruppetto di giornalisti”. L’accaduto fu determinato anche dal caso. Non avevano con loro né il giubbotto antiproiettile né l’elmetto, per un motivo molto banale: “Quello doveva essere il nostro ultimo giorno in Palestina e nel pomeriggio saremmo rientrati a Gerusalemme, poi a Tel Aviv, per prendere l’aereo di ritorno”. Ricucci e Ciriello stavano seguendo un gruppo di miliziani palestinesi, incaricati di pattugliare un quartiere al centro di Ramallah, nel quale avevano fatto irruzione i carri armati israeliani. “Uno dei palestinesi che stava con noi ha sparato un paio di colpi non mirati. A quel punto io mi sono affacciato all’angolo della strada, e ho visto che c’era un carro armato. Non ho fatto caso alla torretta che si stava spostando, perché avevamo finito il nostro lavoro e avevamo già filmato decine di operazioni militari. Mi sono ritratto da quell’angolo. Raffaele si è affacciato 30 secondi dopo e lì è stato colpito”.
Secondo il ministero dell’informazione di Ramallah a partire dal Duemila sono almeno 45 i giornalisti uccisi dalle forze di difesa israeliane. Un dato non del tutto attendibile, a causa del fenomeno di Pallywood. Si tratta di un gruppo di lavoro nato all’interno dello stato israeliano con l’obiettivo di screditare la propaganda della narrazione palestinese. Ricucci cita un esempio: “Quando Ciriello venne portato in ospedale, i palestinesi con un comunicato dichiararono che Raffaele era morto perché gli israeliani avevano impedito alle ambulanze di portare sangue. Non era assolutamente vero”. Infatti, l’aggiunta di questo particolare non è servita a nulla, ma “un popolo che da 70 anni è sotto assedio e sotto l’occupazione israeliana si vede costretto ad arrampicarsi sugli specchi per ottenere credibilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Può essere scusato per questi errori”.
L’inviato Rai Amedeo Ricucci commenta l’uccisione della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akhleh e ricorda l’episodio simile in cui trovò la morte il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello nel 2002
Tuttavia, anche da parte degli israeliani ci sono delle colpe. “L’esercito israeliano dice sempre le stesse cose quando viene ucciso un giornalista. Innanzitutto, tende a dare la colpa ai palestinesi – prosegue Ricucci, -. Poi, quando l’evidenza non può più essere negata, a quel punto afferma che i giornalisti non erano identificabili come giornalisti”.

Solo otto anni dopo la morte di Raffaele Ciriello, il Tribunale di Milano ha riconosciuto al fotoreporter lo status di vittima del terrorismo internazionale.
Solo otto anni dopo la morte di Ciriello il Tribunale di Milano ha riconosciuto al fotoreporter lo status di vittima del terrorismo internazionale. Questo fatto non ha però chiarito le dinamiche dell’incidente. “Rimasi sconvolto dalla sfacciataggine degli israeliani: dissero che avevano ucciso Raffaele perché stava impugnando un lanciarazzi. In realtà avevamo delle piccolissime telecamere e nessuno poteva scambiarci per un miliziano con un’arma in spalla”. I colpi erano partiti indubbiamente dal carro armato israeliano, perché i proiettili trovati sul luogo potevano appartenere soltanto a loro. Nel frattempo, in Italia il governo Berlusconi aveva buoni rapporti con Israele, quindi “non c’era voglia di mettere il governo israeliano sotto accusa. Nessuno insistette più di tanto. Dopo il tempo che serviva, l’inchiesta venne chiusa”.
Una settimana dopo la morte di Shireen Abu Akleh, l’esercito israeliano ha comunicato che non si aprirà un’indagine sulla sua uccisione. Conclude Ricucci: “La morte di Raffaele Ciriello, così come la morte di Shireen, restano un omicidio senza colpevole”.