La O e la X, oltre ad essere le due lettere più simmetriche dell’alfabeto, unite formano il nome di un artista parigino che negli ultimi 30 anni ha fatto della città la sua più immensa galleria e dei cartelloni pubblicitari le sue più grandi tele. OX è uno street artist che, se anche non ama definirsi tale, poiché ritiene il termine riduttivo, ha iniziato quando ancora la parola street art non esisteva e piuttosto si parlava di affissioni selvagge o, ancora più di frequente, di pirateria.
Durante gli anni della sua carriera – che lui stesso descrive come «un percorso a zig zag, fatto di alti e bassi e di continue sperimentazioni» – OX ha mantenuto sempre viva e costante la sua passione per i billboards, le affissioni sui cartelloni pubblicitari, espressione artistica a metà tra un’opera pubblica un’opera di street art.

In che cosa consiste questa sua forma d’arte che prevede l’utilizzo dei cartelloni pubblicitari come se fossero delle tele su cui dipingere?

Con le mi creazioni cerco di creare una sintonia tra l’opera e l’ambiente circostante Le immagini pubblicitarie, affisse sui cartelloni, creano una rottura visuale con ciò che si trova intorno, soprattutto perché certe campagne pubblicitarie sono fatte a caso. Io, invece, mi servo dei cartelloni pubblicitari su cui affiggo le mie opere per creare una relazione tra l’opera stessa e l’ambiente circostante, relazione che non esisterebbe altrimenti. Certe volte, l’intento è anche quello di far sì che i cartelloni pubblicitari si mimetizzino con il paesaggio, creando una sorprendente sintonia e integrazione con il territorio adiacente.
Infatti, al contrario della pubblicità io non cerco di attirare l’attenzione del passante, anzi offro al suo sguardo un’immagine ripulita di tutto il contenuto immediatamente comprensibile o, in ogni caso, del messaggio commerciale, aggiungendovi, invece, una dose d’ironia.

Come nasce l’idea? È una questione solo di ispirazione o al contrario c’è dietro un grande lavoro di progettazione e pianificazione?

La maggior parte delle volte è il contesto che mi dà l’idea, sia focalizzandomi sull’architettura, sia lasciandomi guidare dai rapporti fra i colori e le luci. Ci sono, però, altre volte in cui, invece, cerco un luogo che possa corrispondere a una grafica o ad un concetto che ho già in mente. Ad ogni modo tutto è ben progettato, faccio molti sopralluoghi e simulazioni a monte, per far sì che la mia installazione sia il più efficace possibile.

A differenza della maggioranza delle opere d’arte che mirano all’eternità, molte delle sue creazioni urbane sopravvivono solo per alcuni giorni. Come vive questa fine prematura dei suoi lavori?

Niente dura in eterno. Perciò, il fatto che le mie creazioni che affiggo per le strade siano distrutte da altre immagini che le ricoprono mi piace molto e corrisponde in pieno alla mia logica. In più non mi piace l’idea che le cose si impongano nella città e si installino permanentemente. Anche i miei lavori destinati alla vendita non sono destinati ad attraversare i secoli: di solito riempiono il mio atelier fino a che non trovano un compratore.

Da dove nasce questa sua passione?

Da bambino ho sempre molto amato il disegno, ma anche la meccanica. Forse perché sono cresciuto negli anni 60-70 quando la società futurista che si espandeva davanti a noi sembrava essere senza limiti: tutto era nuovo ed era disponibile in abbondanza. Ero affascinato dalle icone commerciali, dagli oggetti di plastica, dai colori sgargianti e dai loghi delle grandi marche. E così all’età di 16 anni, scelsi la strada del disegno pubblicitario. Mi iscrissi, infatti, in una scuola orientata verso la pubblicità dove imparai molto per quanto riguarda la tecnica grafica e l’impaginazione. Poi entrai ad Arts Déco dove, con un gruppo di ragazzi che condividevano le mie stesse passioni, abbiamo iniziato prima con dei fumetti in fotocopia e poi con i collages. Fu così che avemmo l’idea di fondare il gruppo I fratelli Ripoulin. Da quel momento in poi abbandonai gli studi, ma fu proprio in quell’occasione che tutto ebbe inizio.

Come si è svolta la sua formazione artistica dai primi esperimenti di grafica fino ai “billboards”, che adesso esprimono a pieno la sua arte?

Quando ho incollato il mio primo manifesto su un cartellone pubblicitario ero ancora uno studente in un collettivo di 7-8 persone. Dipingevamo nelle aule dei manifesti di 4 metri per 3, realizzati su carta kraft. In quell’epoca eravamo ancora molto vicini allo stile del fumetto e vivevamo soprattutto di dinamicità. Solo più avanti iniziai, lavorando da solo, ad elaborare il mio stile personale, più minimal.

Qual è il perché della sua arte? Cosa la spinge a produrre le sue opere e in particolare i suoi “billboards”?

Quando ho iniziato ciò che più mi interessava era farmi conoscere, affiggendo le mie opere su cartelloni posizionati in luoghi strategici La prima motivazione, quando lavoravo con il gruppo, era di farmi conoscere, di essere visto da più persone possibile utilizzando dei cartelloni posizionati in dei luoghi strategici, così da ottenere articoli sui giornali con lo scopo di arrivare a esporre in galleria. Mi ricordo che all’inizio scrivevamo il numero di telefono sulle nostre opere, in modo tale che i giornalisti potessero contattarci.
Inizialmente, dunque, non ero interessato al rapporto e al dialogo della mia opera con lo spazio circostante. Però poi le cose sono cambiate e oggi posso dire con certezza che la parte del mio lavoro che consiste nel vendere tele è prima di tutto un mezzo per finanziare le mie installazioni sui cartelloni pubblicitari negli spazi pubblici della città.

Quali artisti suoi predecessori sono stati per lei il suo punto di riferimento? Ha mai preso ispirazione da qualcuno?

Dal surrealismo al dadaismo, dall’arte astratta alla pop art. Prima di incontrare artisti come i Bazooka, con la loro grafica punk da cui fui molto suggestionato, ciò che ammiravo davvero era il gruppo della Figuration Libre, un movimento artistico francese paragonabile al neo espressionismo, e gli artisti americani vicini alla tecnica dei «graffiti», come il più famoso Keith Haring.
In più, una gran parte della mia ispirazione viene dalla cultura popolare e da tutto ciò che non si insegna nelle scuole: lo stile kitsch, le opere d’artigianato, i cartelloni del circo, i cataloghi e le riviste, la televisione e i centri commerciali.

Lei ha sempre mantenuto la sua identità nascosta ai media, è una scelta che riguarda solo la sua privacy o lei crede che l’anonimato possa influire sulla sua produzione artistica, lasciandolo più libero di esprimersi?

In realtà non sono per l’anonimato e quando faccio credere di essere un vandalo nascondendo la faccia, lo faccio perché voglio soprattutto mettere in mostra i miei disegni e non la mia immagine.
In più, i miei lavori sono anonimi anche, perché non li firmo quasi mai, a meno che non sia strettamente necessario.

Ha mai avuto problemi con le autorità? È mai stato arrestato dalla polizia?

Forse è un male che non sia mai stato fermato dalla polizia, perché un arresto fa sempre clamore Mai fino ad ora. Forse è un male, perché un arresto fa tanto rumore e clamore. Il fatto che non abbia mai avuto problemi con le autorità, però, è abbastanza comprensibile, perché io lavoro di giorno ben in vista, incollando i cartelloni in luoghi previsti per questo scopo. Non ci sono mai state denunce.
Anche i passanti in generale sono per lo più dalla mia parte, perché comunque capiscono che sto sabotando qualcosa che loro stessi considerano come un inquinamento visuale.

Crede che le nuove forme di tecnologia potranno influenzare positivamente o negativamente la sua produzione artistica?

Uso tecnologie digitali dall’inizio del mio lavoro, soprattutto per produrre delle simulazioni prima di procedere all’affissione vera e propria. Negli ultimi anni ho partecipato a delle esperienze di realtà aumentata in cui si può vedere una realizzazione di un’opera, per esempio, attraverso l’uso di un tablet. Ma in questo momento non ne sono persuaso. Preferisco ancora confrontarmi con la realtà del materiale, anche se, di certo, ciò che alla fine resterà sarà sempre di più un’immagine virtuale.

Quale crede sarà la prossima frontiera della sua arte?

Cerco di rinnovarmi in continuazione e di lavorare con nuovi supporti, ma devo dire che sono e rimarrò sempre molto affascinato dai «billboard » e dal contesto che ritagliano nella vita reale. Inoltre, porto avanti da molto tempo una serie di collaborazioni con altri artisti in coppia su dei lavori gemelli: mi ispiro a ciò che fanno e sperimento cose inedite a mia volta.