Jorge Fornet, scrittore e ricercatore, è uno dei massimi esponenti del panorama cubano contemporaneo e dirige la Casa de Las Américas, principale istituto culturale de L’Avana. Con Buenos Aires e Città del Messico, L’Avana è da sempre uno dei punti di riferimento più importanti per l’America Latina. In occasione della ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti Fornet ripercorre i grandi cambiamenti di Cuba dalla Rivoluzione ai giorni nostri, riflettendo sui punti di forza e i limiti del governo dei fratelli Castro, sulle contraddizioni che ancora caratterizzano l’isola di oggi e sulla sua straordinaria vivacità culturale.
Dopo la sospensione dell’embargo americano ha inizio una nuova era per Cuba e i suoi abitanti. Quale corso dovrà affrontare l’isola, nel bene e nel male?
«Ci sono stati dei segnali di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cuba, ma il bloqueo non è ancora terminato. La fine dell’embargo è un processo lungo che dipende dal presidente Obama e dal Congresso degli Stati Uniti. È certo, comunque, che inizierà una nuova era e che la fisionomia del Paese cambierà molto. Gran parte della forza e dell’energia di Cuba proveniva in passato dal confronto-scontro con gli Stati Uniti. Mutando le regole del gioco, però, cambierà la società civile e l’apertura alle altre economie trasformerà radicalmente l’isola».
C’è il rischio concreto che Cuba, cambiando fisionomia, diventi come un Paese sudamericano?
«C’è un’evidente sproporzione tra la vita culturale, così alta, e la povertà del Paese» «Questo è uno dei rischi possibili. Non credo, però, che la storia di Cuba possa essere cancellata. L’isola è sempre stata una realtà esterna al contesto latinoamericano, cui pure appartiene. Nel prossimo futuro potrebbe uniformarsi agli altri Paesi dell’America Latina, ma voglio credere che questa stagione di cambiamenti non avrà lo stesso effetto che ha avuto su nazioni come la Repubblica Dominicana e l’Honduras. L’importante è che vengano salvaguardate la dignità e la sovranità nazionale, la gestione dell’educazione e della sanità pubblica. Tutto il resto sta cambiando ed è difficile fare previsioni sul lungo periodo».
In che modo le origini afroamericane del presidente Obama e la sua sensibilità nei confronti dei diritti umani hanno contribuito alla ripresa delle relazioni diplomatiche?
«Obama ha aperto un nuovo capitolo nei rapporti tra i due Paesi, giocando un ruolo chiave. Per i cubani è un presidente rispettabile e la scelta che ha fatto è coraggiosa: sta rompendo una tradizione, una storia solidificata da anni di chiusura nei confronti dell’isola. Obama riconosce le virtù del popolo cubano e i valori della nostra società. È impensabile che tutto questo potesse accadere con altri presidenti».
Quanto è stato decisivo il supporto di Papa Francesco?
«Papa Francesco nutre una simpatia particolare per Cuba. Ha mostrato ammirazione nei nostri confronti ancora prima di contribuire come intermediario al riavvicinamento tra i due Paesi. Questa svolta storica non sarebbe mai accaduta se la Chiesa non avesse favorito in prima persona la ripresa delle buone relazioni. Proprio per questo i cubani ammirano e rispettano molto il Papa».
Con la morte del presidente Chávez nel 2013 è venuto meno il sostegno economico del Venezuela. Quanto ormai per Cuba sospendere l’embargo era diventata un’esigenza concreta?
«La morte di Chávez e la crisi economica del Venezuela hanno colpito duramente Cuba, che ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il Paese. Anche la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 è stata vissuta come un’esperienza amara: l’isola si relazionava con una sola nazione e con la caduta del muro di Berlino si è ritrovata senza protezione. Per non ripetere lo stesso errore Cuba ha instaurato rapporti commerciali anche con altri Paesi, tra cui la Cina. Il riavvicinamento con gli Stati Uniti è arrivato nel momento migliore: con la perdita del sostegno da parte del Venezuela allentare il bloqueo è stato provvidenziale».
Quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi portati dal governo dei fratelli Castro?
«Il bisogno di giustizia sociale e la necessità di un piano economico adeguato sono due facce della stessa medaglia»«Credo che il maggior beneficio sia stata l’attenzione rivolta alla giustizia sociale. È importante che ci siano opportunità per il popolo, per la gente povera. Guardando alla Rivoluzione in maniera astratta la lista dei difetti purtroppo è lunga. La colpa maggiore è stata quella di non aver creato un’economia adatta a sostenere il progetto. In fondo si tratta di due facce della stessa medaglia: il bisogno di giustizia sociale e la necessità di un piano economico adeguato».
Secondo lei è possibile parlare apertamente di dittatura?
«Credo che la risposta a questa domanda cambi in relazione a chi viene rivolta. Per me non si può parlare di regime. Certo, nella ‘democrazia’ cubana, intesa come potere del popolo, ci sono molte limitazioni e grandi rivalità. Ma è altrettanto vero che da parte dei cubani c’è una forte volontà di partecipazione ai grandi dilemmi. Parlare di dittatura in ogni caso mi sembra eccessivo: questa è l’interpretazione che fornisce la stampa internazionale per screditare il progetto. Non la definirei mai una democrazia perfetta, ma non parlerei nemmeno di regime. La dittatura è un fenomeno tragico e doloroso, come testimonia il caso dell’Argentina».
Com’è cambiato negli anni l’entusiasmo di Cuba nei confronti della Rivoluzione?
«L’entusiasmo di una rivoluzione che sorge non è lo stesso di una rivoluzione che si protrae per anni. A un occhio esterno può sembrare che ci sia continuità tra Fidel e Raúl, ma si tratta di approcci differenti perché incarnano tappe distinte del medesimo movimento. Il momento più critico è legato alla crisi sociale degli anni Novanta, andata a sovrapporsi a quella economica. Oggi dobbiamo guardare a un nuovo traguardo: progettare il futuro e capire quali prospettive dare a Cuba».
La Casa de Las Américas – che lei dirige dal 1994 – è da sempre vista come punto di riferimento per le trasformazioni culturali dell’isola. Quali sono le sue attività principali?
«La Casa de Las Américas è un istituto culturale che si occupa di molti ambiti: da quello letterario, che seguo personalmente, alle arti visuali, dalla musica al teatro. Promuoviamo anche programmi di studio sulla condizione della donna, sulle popolazioni indigene, latine e afro-americane. È un’istituzione ad ampio spettro che pubblica riviste e libri, organizza concerti e funziona anche come centro di ricerca».
Fidel Castro nel 1961 ha pronunciato il Discorso agli intellettuali che conteneva la famosa dichiarazione “Dentro de la Rivolución todo, fuera de la Revolución nada”, con cui vietava di sostenere un punto di vista diverso da quello ufficiale. Come è cambiata la vita degli scrittori a Cuba?
«È difficile riassumere un momento storico così importante per Cuba. La Rivoluzione non ha soppresso la diversità nella letteratura, ma ha stimolato questa forma d’arte a patto che non divenisse esplicitamente controrivoluzionaria. Le parole di Castro all’epoca sono state incisive, ma la situazione oggi è molto cambiata: lo spettro di quello che si può dire e fare nel panorama letterario cubano è ampio. Sono passati parecchi anni anche dal caso di Reinaldo Arenas, poeta inviso al regime, e la società civile è molto diversa da allora. Sarebbe come domandarsi quanto è cambiata l’Italia dopo il caso Moro».
Secondo alcuni la vera letteratura cubana è quella della diaspora perché è la sola libera. Lei è d’accordo?
«Parlare di una cultura interna e di una esterna a Cuba è sbagliato: la letteratura cubana è una sola, dentro e fuori dai confini» «Colui che ha pronunciato questa frase probabilmente non ha letto quello che si produce qui. Un esempio su tutti è Leonardo Padura Fuentes, lo scrittore cubano più letto sull’isola e all’estero che ha scelto di vivere a L’Avana. Cito lui perché è il più conosciuto, ma non è l’unico. Parlare di una cultura interna e di una esterna a Cuba è sbagliato: la cultura cubana è una sola, dentro e fuori dai confini, e non c’è alcuna frontiera a dividerla».
Con la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti è probabile che l’industria libraria cambi e che le grandi case editrici internazionali approdino sull’isola. Secondo lei è un bene?
«A Cuba si legge molto, anche grazie al fatto che il prezzo dei libri è piuttosto basso. Occorre fare un discorso diverso, invece, per quanto riguarda le pubblicazioni straniere, molto care e spesso non accessibili al lettore medio. Temo che l’arrivo di case editrici straniere possa acuire questa situazione. Sull’isola inoltre c’è una contraddizione di fondo: si legge molto, ma soltanto testi a basso costo e la circolazione dei libri stranieri è legata per lo più a prestiti».
Quali sono le manifestazioni culturali che rimarranno a Cuba nonostante i cambiamenti portati dalla sospensione dell’embargo?
«Di solito le manifestazioni culturali sono l’espressione della società che le organizza ed è inevitabile che questa trasformazione porti dei cambiamenti. Con lo sviluppo della tecnologia il cinema, per esempio, è diventato più indipendente e ha coinvolto molti giovani. Cambia la tecnologia, cambia la società e infine cambia la cultura: questo è valido per Cuba e per qualsiasi altra nazione. Qui la vita culturale è vivace, tra letteratura e cinema, arti plastiche e pittura, ma soprattutto musica che rimane la grande espressione della vita cubana. C’è un’evidente sproporzione tra la vita culturale, così alta, e la povertà del Paese».