Gennaio: le colline sono tappezzate di boccioli, corredo di una fioritura precoce che altera i ritmi tradizionali delle stagioni. In montagna tutto è immobile, tra rifugi che anticipano la chiusura, impianti sciistici paralizzati e comuni alpini costretti a ricorrere all’assistenza di cisterne e autobotti per scampare la siccità. Ormai sembra non esserci più spazio per l’inverno. È uno scenario drammatico e anormale attraverso cui la natura sofferente esprime il proprio grido di aiuto e la propria sete.
In questo momento sulle Alpi e sugli Appennini mancano circa i 2/3 delle risorse idriche nivali abituali: per il secondo anno consecutivo la stagione nevosa, non solo è iniziata diverse settimane in ritardo rispetto al solito, ma è anche significativamente ridotta nella sua portata. «Questo è dovuto alla concomitanza di due cause diverse: temperature più alte e poca precipitazione. Nonostante quest’anno non sia stato secco come quello passato, tra novembre, dicembre e gennaio si sono registrati dieci gradi in più della media – spiega Francesco Avanzi, idrologo e ricercatore della Fondazione Cima –. Ciò significa che, invece che nevicare, piove e in più la poca neve scesa si scioglie prima del previsto, diminuendo l’accumulo in quota». «Le alte temperature e le scarse precipitazioni sono le cause della crisi idrica che oggi investe le montagne italiane: sulle Alpi e sugli Appennini mancano circa 2/3 delle risorse nivali abituali», chiarisce Francesco Avanzi.
Un deposito che, oltre ad essere risorsa primaria del settore sciistico, rappresenta anche il serbatoio dell’acqua che verrà usata in primavera e in estate. «Il fatto di avere questo accumulo in inverno è uno dei pilastri su cui si è sempre fondata la vita nel nostro continente: per questo la neve che manca ora sarà acqua che mancherà nei mesi caldi». Si tratta di 4 miliardi di metri cubi – corrispondenti all’incirca al 16% del lago Maggiore – che più tardi si tradurranno in fiumi prosciugati e danni per l’agricoltura. I corsi d’acqua rappresentano, però, soltanto una delle due direzioni imboccate dalla neve quando fonde. L’altra è quella del sottosuolo e delle falde, che sono miniera per le piante, gli ecosistemi e l’approvvigionamento idrico umano.
«Il fatto che in questi giorni stia facendo più freddo e l’arrivo prossimo di alcune masse umide è d’aiuto, soprattutto per gli Appennini che storicamente ricevono la maggior parte della loro neve tra gennaio e marzo – chiarisce Avanzi –. Per quanto riguarda la prospettiva imminente, quindi, c’è ancora tempo: fino alla data cruciale del 1^ aprile possiamo ancora sperare in un recupero». «Anche nella migliore delle ipotesi, tuttavia, il deficit rimane enorme e dobbiamo accettare che anni di siccità come questi non rappresentano più eccezioni, ma un nuovo standard. Temperature elevate e precipitazioni più intense ma anche più brevi sono quanto il cambiamento climatico ci prospetta». L’acqua è ricchezza poliedrica e risorsa vitale sotto molti aspetti. In montagna la sua assenza è artefice di un cambiamento lento e profondo delle abitudini e dei modi di vivere.
L’acqua è ricchezza poliedrica e risorsa vitale sotto molteplici versanti. In montagna la sua assenza è artefice di un cambiamento lento e profondo delle abitudini e dei modi di vivere. «Molti rifugi, in particolare quelli in quota, hanno dovuto anticipare la chiusura a causa della carenza di acqua: non solo potabile, ma soprattutto quella che utilizzano per produrre energia elettrica con le proprie centraline – spiega Roby Boulard, che al suo ruolo di guida alpina affianca la gestione del rifugio Willy Jervis, in Val Pellice (CN) –. Ormai i rifugi sono come la toilette pubblica in quota: la carenza idrica comporta una riduzione dei flussi e compromette questa funzione. Senza contare il danno recato ad un ecosistema alpino già particolarmente delicato e a rischio».
La montagna cambia volto e così le attività che ospita. Con l’inverno si accorcia anche la stagione sciistica, che si riduce di circa un terzo e sale in media di 400 metri in altitudine. La neve artificiale non può rappresentare una soluzione permanente, perché costosa in termini di denaro, di energia e di acqua. «Non possiamo pensare di continuare, in un momento di siccità assoluta, di ricorrere all’innevamento programmato, perché avremo problemi proprio di reperibilità della risorsa primaria. Va fatta una riflessione enorme, che andrà inevitabilmente a scapito di settori come lo sci: forse dobbiamo iniziare a capire cosa può essere mantenuto e a cosa invece dovremo rinunciare».