Dopo più di un anno di guerra in Ucraina, le immagini che arrivano dal fronte e dalle città devastate hanno perso molta della loro potenza.Nei primi mesi, fotografie e video che documentavano le atrocità di questo conflitto alle porte dell’Europa ha sconvolto un’opinione pubblica ormai abituata a sentir parlare di guerra solo in luoghi lontani.Ad oggi, però, l’orrore ha lasciato il posto ad una stanca abitudine. Eppure, c’è ancora chi riesce a smuovere gli spettatori con le sue testimonianze vive e pulsanti della tragedia che il popolo ucraino sta affrontando.Mstyslav Chernov di Associated Press, assieme a Vasilisa Stepanenko ed Evgeniy Maloletka, ha raccontato dall’interno l’assedio di Mariupol.Grazie al suo lavoro e a quello dei due colleghi, tutto il mondo ha potuto assistere alla brutalità dell’aggressione di Mosca e al prezzo sempre troppo alto che i civili si trovano costretti a pagare.

Mstyslav, voi eravate gli unici reporter internazionali all’interno di una Mariupol assediata. In una situazione come quella che avete vissuto, in che modo un giornalista può garantire la propria sicurezza?

Innanzi tutto, non basta andare da qualche parte e iniziare a coprire un conflitto, per poi iniziare a garantire la propria sicurezza.Questa è una parte fondamentale della pianificazione, quando ci si aspetta che gli eventi si svolgano in modo violento. È necessario, quindi, preparare il terreno: stabilire le vie di fuga, individuare i luoghi dove ricaricare i propri dispositivi e dove nascondersi.Pianificare bene fa parte del garantire la propria sicurezza e, ovviamente, bisogna avere al proprio fianco qualcuno di esperto, di cui ci si può fidare, perché non si affrontano i conflitti da soli. È meglio avere con sé una persona con formazione medica, qualcuno che sia in grado di giudicare le situazioni. Per questo, è importante la combinazione tra un giovane giornalista che sta ancora studiando e un professionista esperto, che fornisca le competenze necessarie.Noi ucraini, però, nel 2014, non avevamo questa esperienza. Abbiamo dovuto imparare tutto sul campo man mano che la guerra si svolgeva.

In una città assediata e completamente circondata è difficile comunicare con l’esterno, Come siete riusciti a consegnare il vostro lavoro e in che modo lo avete tenuto al sicuro?

Mariupol è stato un ambiente molto impegnativo. Certo, non è l’unico, ci sono altri luoghi come la Siria o l’Iraq, dove non c’è alcun collegamento. È un altro degli elementi di cui tenere conto prima di recarsi sul posto.Ora c’è il lusso di Starlink, che non abbiamo avuto all’inizio della guerra. Si devono cercare, dunque, persone e luoghi che possano aiutare.A Mariupol c’erano un paio di posti in cui si riusciva ancora a ricevere un po’ di segnale.Per inviare un video, lo dividevamo in piccole clip e lo inviavamo da diversi telefoni contemporaneamente.Un’altra opzione è quella di trovare medici, militari o chiunque altro abbia un qualche tipo di connessione è inviare la propria storia. L’ultima risorsa è il telefono satellitare.Quando proprio non si ha nulla, almeno si può arrivare a riferire la parola, che è altrettanto importante.

La testimonianza di Mstyslav Chernov riesce a dare nuova vita ad un fatto accaduto ormai un anno fa e rapidamente dimenticato nel flusso di notizie provenienti dal fronte. Le immagini che ha girato a Mariupol riportano sotto i riflettori l’orrore e la sofferenza di una guerra a cui ormai ci siamo abituati.

Mariupol è stata teatro di combattimenti feroci e bombardamenti continui. Cosa vi ha spinto a rimanere lì, nonostante foste costantemente in pericolo?

Credo che la decisione di rimanere a Mariupol durante l’assedio sia stata presa poco prima che la battaglia effettivamente iniziasse.Sapevamo che, dal punto di vista tattico e strategico, era molto probabile che la città sarebbe stata rapidamente circondata dalle forze russe.Pertanto, ancora prima di partire abbiamo deciso di accettare l’assedio e di farne parte.Poi, una volta lì, ci siamo mossi in base a questa nostra presa di posizione. Abbiamo cercato di sopravvivere e di raccontare il più a lungo possibile.Una volta che non potevamo più riferire, che non avevamo più i mezzi per farlo, abbiamo cercato di andare via.

Voi eravate a Mariupol in veste di giornalisti, ma avete vissuto in prima persona la sofferenza della popolazione e l’orrore della guerra. In una situazione del genere, come si riesce a continuare a fare il proprio lavoro e a non fermarsi per aiutare le persone in difficoltà?

Come i medici non abbandonano il paziente quando ha bisogno di aiuto, o i vigili del fuoco che continuano a combattere le fiamme e non si limitano a evitare il pericolo, anche noi giornalisti dobbiamo continuare a lavorare anche nelle condizioni più difficili.Certo, è più complicato, perché non si vede subito l’impatto del proprio lavoro e non si sa mai se effettivamente ne avrà uno, ma si spera ancora e si sa che bisogna continuare a fare informazione.Mentre l’assedio di Mariupol andava avanti, tante persone venivano da noi e ci dicevano «per favore, continuate a farlo».Come potevamo smettere?