Il lavoro del discografico appare agli occhi di chi sogna una carriera nel mondo della musica come il lavoro più bello che possa esistere. Nell’immaginario collettivo essere discografico vuol dire conoscere i cantanti, instaurare dei rapporti con loro, che spesso vanno al di là dell’ambito lavorativo, e andare ai concerti gratis. Ma com’è davvero lavorare nella discografia?

Pochi sapranno che nell’ industria discografica, oltre alla Records, dove si trovano i discografici puri, coloro che si occupano dei videoclip, della strategia di lancio del disco e della distribuzione negli store, esiste il publishing, dove avviene tutt’altro tipo di magia. A questo proposito abbiamo incontrato negli uffici di Maciachini, a Milano, Lucrezia Savino, A&R della Universal Music Publishing Ricordi. Dopo averci accolti nella sala Verdi, dove avvengono la maggior parte delle loro riunioni, la Savino spiega di che cosa si occupa questa sezione dell’industria discografica abbastanza ignota, seppur importantissima, a tanti.

«Il publishing si occupa di edizioni. Noi siamo editori musicali: intratteniamo i rapporti con la Siae e ci occupiamo dei diritti dei nostri artisti e autori. Noi siamo editori musicali: intratteniamo i rapporti con la Siae e ci occupiamo dei diritti dei nostri artisti e autori». Lucrezia non solo tutela gli artisti, ma cerca di far fruttare i loro diritti nel tempo attraverso una serie di attività fra cui le sincronizzazioni nei film e nelle pubblicità. «Le edizioni prevedono un guadagno a lungo termine. Ogni volta che i nostri pezzi vengono passati in radio o sincronizzati nei film e nelle pubblicità, noi guadagniamo».

La seconda attività svolta da Lucrezia è quella autorale. «Abbiamo un folto team di autori e organizziamo sessioni di scrittura. Una volta che si sono concluse, raccogliamo le canzoni, le valutiamo e le cerchiamo di proporre agli interpreti che riteniamo più giusti per un certo tipo di sonorità e linee melodiche, oppure le assegniamo a coloro che le richiedono esplicitamente per i loro dischi». Questo perché, ad oggi, pochissimi artisti si scrivono le canzoni da soli e quindi la cosiddetta “scrittura per terzi” è diventata di vitale importanza per l’industria discografica. La curiosità diventa sempre più forte man mano che la sentiamo parlare con passione di questo lavoro, lontano dal nostro ma affascinante per chi, come noi, ha un grande amore per la musica.

Le chiediamo poi di raccontarci del suo ruolo ancora più nello specifico. «Io sono, detto in parole povere, una talent scout. Questa figura esiste sia nel publishing che nella records. Il mio compito è quello di scegliere artisti che possano avere un percorso nel tempo, perché il mio obiettivo è quello di farne fruttare i diritti. Di base devo trovare gente, insomma, che sappia scrivere dei classici, canzoni che si possano riascoltare anche dopo anni». Parlando con Lucrezia cerchiamo di non far prendere il sopravvento alla nostra curiosità e iniziamo a farle domande sul vero motivo per cui siamo quiː il boom della musica indie in Italia.

« È strano quello che è successo con la musica indie. C’è stato proprio un grande cambiamento nel mercato. Si è sentita l’esigenza, dopo un periodo in cui hanno predominato i talent, di tornare al cantautorato. È strano quello che è successo con la musica indie. C’è stato proprio un grande cambiamento nel mercato. Si è sentita l’esigenza, dopo un periodo in cui hanno predominato i talent, di tornare al cantautorato». Il motivo? «La saturazione», dice. «I fenomeni televisivi erano diventati troppi e si è sentito quasi il bisogno di tornare alla sola canzonetta pura e semplice da cantare. Senza fronzoli, lanciata con una comunicazione scarna e con i testi che parlano di quotidianità in cui rispecchiarsi. La gente ha bisogno di cantare, di immedesimarsi nelle storie raccontate e di sentirsi coinvolta, sia emotivamente che fisicamente! ». L’indie, infatti, per lei è diventato un fenomenoː invece di andare a ballare si va ai concerti, perché «è bello il mood, si passa una serata diversa e il biglietto costa poco».

L’indie, quindi, ha avuto tanto successo perché ha creato aggregazione, tante persone ci si riconoscono perché avevano bisogno di tornare a sentir parlare di quotidianità e sentimenti comuni. I testi, in particolare, «funzionano perché sono diretti, non sono complessi ed emozionano. L’indie è uno stato d’animo.»