Non sono mai stata una grande amante delle videochiamate. L’idea di poter sostituire il rapporto, il calore umano, tramite lo schermo di un computer è per me impensabile. Skype, Facetime, WhastApp, e ora anche Zoom e Houseparty, di colpo hanno iniziato a scandire le nostre giornate. Faccioni in primo piano dalle voci metalliche hanno sostituito amici e parenti. Ecco, se c’è una cosa che detesto di più – dopo l’odioso ritornello della notifica di chiamata – è proprio quell’orrenda inquadrata dal basso capace di accentuare ogni tuo minimo difetto. Devo ammettere, però, che mi sono ricreduta quando ho visto le foto di Simone Biavati, giovane e promettente fotografo classe ’99. Se non fosse stato per Alessandra Lanza – editorial manager per The Vision – mai avrei pensato che quegli scatti fossero stati realizzati in videochiamata su Instagram, per mezzo di un semplice screenshot.

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Quando poi, Margherita Vicario, Ph. Simone Biavati

 

 «Simone era partito da un discorso prettamente fotografico e io ho proposto di ampliarlo in modo tale da realizzare una sorta di “diario di bordo” della quarantena, raccontato ogni giorno da un’artista diverso. Quando poi nasce così»

Provenienti da background differenti ma accomunati da una grande passione per la musica, Alessandra e Simone hanno deciso di raccontare come la scena musicale italiana sta vivendo il periodo di lockdown. «Da tempo volevo realizzare qualcosa con Simone – racconta Alessandra – e quando mi ha contatta per raccontarmi ciò che aveva in mente sono stata subito entusiasta. Simone era partito da un discorso prettamente fotografico e io ho proposto di ampliarlo in modo tale da realizzare una sorta di “diario di bordo” della quarantena, raccontato ogni giorno da un’artista diverso. Quando poi nasce così e più che risaltare la quotidianità vissuta in isolamento, noi ci concentriamo sull’aspetto del “dopo”. Siamo interessati alle strategie mentali che ciascuno mette in campo per gestire questo momento, pensando al futuro in maniera costruttiva».

Sbirciando il profilo ufficiale del progetto – nato, diffuso e realizzato interamente su Instagram – la prima cosa che salta all’occhio è la colonna di sfumature di azzurro, grigio e arancione ritraenti foto del cielo. «L’idea era di realizzare un dittico costituito da uno screenshot ritraente l’arista (in posa e diretto da Simone come durante un normale shooting) e da una foto del cielo realizzata dallo stesso intervistato. Il cielo simboleggia la libertà e il futuro, ma ci ha anche permesso di attualizzare  un po’  il tutto. In base al giorno e alla città infatti, esso cambia. Quando a Roma pioveva, ad esempio, gli artisti romani hanno scattato cieli plumbei, mentre Saturnino non ha potuto evitare di includere nella foto anche l’impalcatura del proprio palazzo».

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Quando poi, Ghemon, Ph. Simone Biavati

«Contattiamo artisti provenienti da generi different. Non ci interessa la popolarità ma il loro valore» 

Ad intramezzare i due scatti realizzati ci sono poi le frasi salienti di quella che Alessandra definisce «una piacevole chiacchierata», più che un’intervista. «Contattiamo artisti provenienti da generi differenti. Non ci interessa la popolarità ma il loro valore. In genere diciamo loro che la chiacchierata durerà in media una quindicina di minuti ma poi tutti hanno voglia di parlare anche di più. Anche se non ci troviamo nella stessa stanza, si crea un’empatia differente, in fondo viviamo un po’ la stessa situazione. È una cosa che mi ha stupito molto». Si inizia da discorsi generici, riscontrando una comune preoccupazione – legata alla propria salute e a quella dei familiari – ma è facile poi passare ad argomenti che esulano completamente dalla quarantena. E se si trovano dei punti in comune, «vai avanti a parlare a ruota libera» confessa Alessandra. «Con Saturnino ho riso per un’ora, con Voodoo Kid ho parlato di Harry Potter e con Colombre – l’artista con cui abbiamo inaugurato il format – sono arrivata a discutere anche di massimi sistemi».

Dalle testimonianze raccolte emerge la singolarità di ogni artista nell’affrontare la situazione, anche dal punto di vista creativo: «Chi non era per nulla ispirato si è reso conto che anche la propria casa poteva benissimo diventare uno studio, avendo a disposizione degli strumenti e, banalmente, un computer. Qualcun altro come Coez – che ha scritto molto sin dall’inizio – ci ha detto, invece, che solamente una volta a contatto con altre persone potrà capire se quanto creato può diventare una canzone. Ai produttori infine, come Frenetik&Orang3, manca soprattutto l’ambiente dello studio, il flow che si crea con gli altri, scherzare insieme ed abbracciarsi». Un altro discorso molto affrontato è anche quello relativo all’insegnamento che potremmo trarre da questa esperienza: «C’è chi pensa che tutto ciò ci lascerà per forza un segno e che ci saranno più risvolti positivi a livello di umanità (ma forse questo accadeva di più a marzo); poi ci sono quelli che molto schiettamente dicono che questa cosa non ci renderà persone migliori come è accaduto, ad esempio, quando si è combattuto la guerra».

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Quando poi, Marianne Mirage, Ph. Simone Biavati

Per ora Alessandra e Simone non hanno ceduto alla moda delle dirette social, ma hanno portato avanti videochiamate private durante le quali «si è venuto a creare uno scambio inteso di riflessioni». «Mi dispiace che questi aspetti un pochino vadano persi, ma fare dirette vuol dire fare intrattenimento. Con questo non voglio demonizzare l’intrattenimento anzi, ma il nostro scopo per ora è un altro, documentare». Quando poi infatti – realizzato in maniera del tutto indipendente – è un progetto che di sicuro non si fermerà alla dimensione virtuale. L’obiettivo è quello di raccogliere le varie storie in un booklet cartaceo simile a quello dei CD, da conservare come ricordo e magari «da sfogliare alla prossima pandemia – scherza Alessandra – ma ovviamente in questo caso spero il più tardi possibile».

 

Per seguire il lavoro di Alessandra e Simone: @quandopoi2020