L’apertura scaligera col Don Carlo di Verdi non è passata inosservata soprattutto per le polemiche che si è portata dietro. Dall’assenza della premier Giorgia Meloni e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla contesa tra il presidente del Senato Ignazio La Russa e il sindaco Beppe Sala per il posto accanto alla senatrice Liliana Segre, ha fatto il giro dei social il loggionista che urla, dopo l’Inno di Mameli: «Viva l’Italia antifascista!». Affondo indirizzato al palco reale, dove si trovava anche Matteo Salvini, che non ha tardato a contrattaccare: «Se uno viene alla Scala ad urlare o agli Ambrogini a fischiare ha un problema». L’uomo, un giornalista, è stato identificato dalla Digos. E il Pd ha rincarato la dose con un post: “Viva l’Italia antifascista! Continueremo a gridarlo, ovunque. Anche se non piace a Salvini. E adesso identificateci tutti e tutte”.
La prima del Don Carlo, opera in quattro atti di Giuseppe Verdi, cade in un momento importante per la lirica italiana, che pochi giorni fa è stata iscritta nel patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco. Grazie al decennale progetto della Prima Diffusa, ovvero della trasmissione della Prima su Rai 1, e della sua proiezione in numerosi luoghi di Milano, come galleria Vittorio Emanuele o il conservatorio Giuseppe Verdi, la fruizione dell’opera si è attestata all’8,4% di share e ad oltre 1 milione 411 mila di spettatori.
L’Opera interpretata per l’inaugurazione de La Scala 2023 è il Don Carlo che Verdi portò nello stesso teatro nel 1884, dopo le modifiche fatte alla versione parigina. «Il cast è stato il movente per cui si è deciso di scegliere questa grande opera» ha detto il direttore musicale Riccardo Chailly alla conferenza stampa di presentazione della stagione. Don Carlo è il tenore Francesco Meli, già visto nel Macbeth che aprì le danze della stagione operistica nel 2021, affiancato, in questa occasione, dal baritono Luca Salsi (Rodrigo) e dalla soprano Anna Netrebko, qui Elisabetta di Valois. Troviamo poi il basso Michele Petrusi, che ha concluso la sua interpretazione di Filippo II nonostante un problema alla gola, il mezzosoprano Elina Garanča, principessa di Eboli, e il baritono sudcoreano Jongmin Park, interprete dell’Inquisitore.
Il Don Carlo parla di conflitti. L’amore di Carlo per Elisabetta si scontra col dovere di lealtà al padre, il re, sposato con la donna. Il potere secolare di Filippo fronteggia quello religioso, simboleggiato dall’Inquisizione di una rigida Spagna immersa nella Controriforma. Ne sono emblema i vestiti spogli e grigi del coro e l’austera compostezza dei mantelli dei regnanti, che nei momenti solenni sono accesi da un oro vistoso e scultoreo. La regia è statica, non caratterizzata da spostamenti eccessivi. L’azione si concentra dentro e attorno un’alta torre d’avorio e uno straordinario polittico dorato a misura d’uomo.
Al contrario, la successione musicale vede una ricca orchestrazione e un alternarsi di arie, duetti, quartetti e pezzi corali. Verdi riesce comunque a non far scollare questa varietà di quadri, mantenendo un solido impianto tonale. Arie celebri sono la “canzone del velo” di Eboli, atto secondo, o Ella giammai m’amo, nel quarto, in cui il re apprende che il suo non è un matrimonio felice.