Da poco più di un mese la Corea del Sud deve far fronte a una grave emergenza sanitaria: più di 10 mila “junior doctors”, ovvero coloro che hanno terminato la formazione di base in medicina e che stanno acquisendo esperienza sotto la supervisione di colleghi più anziani, hanno abbandonato i loro posti di lavoro causando ritardi e cancellazioni in tutto il Paese. Il motivo? Protestano contro la decisione del governo, a partire dal prossimo anno, di aumentare di 2mila unità il numero di posti d’ingresso alle università di medicina (da 3058 a 5058).
Secondo Seoul tale decisione sarebbe giustificata dal fatto che la Corea del Sud si trova molto al di sotto della media dei Paesi sviluppati per numero di medici ogni mille abitanti (2,51 contro una media di 3,7, dati Ocse), e spera così di arginare la carenza di personale che affligge il Paese da diversi anni. I medici, invece, lamentano che questa decisione non farà altro che sovraccaricare un sistema già ora compromesso, sostenendo che gli ospedali non siano in grado di ospitare un aumento simile di personale e che questo avrà come unica conseguenza un abbassamento generale del livello di preparazione dei medici. Tra le ragioni meno ufficiali c’è però anche una questione economica: un aumento così repentino dell’offerta di medici potrebbe portare anche a un significativo abbassamento degli stipendi. Sebbene il lavoro del medico in Corea sia uno dei più retribuiti, infatti, spesso i junior doctors vengono costretti a ritmi di lavoro incessanti (arrivando anche a cento ore a settimana), riducendo perciò il salario orario sotto il minimo consentito. Per di più, lavorano spesso in condizione di privazione del sonno, con forti responsabilità, e costituiscono il 40 percento del totale del personale sanitario coreano. L’idea di vedersi strappare anche l’esigua retribuzione che percepiscono attualmente, perciò, non può certo fare loro piacere.
«Il problema principale in Corea non è la mancanza di medici in generale, ma il fatto che il loro numero non sia uniformemente distribuito tra le varie specializzazioni», spiega Francesco Alberti, giornalista freelance che ha vissuto per 26 anni in Asia. E’ un problema non dissimile al quadro italiano in materia di sanità pubblica
Alberti ha lavorato per i principali quotidiani nipponici e coreani come il Mainichi Daily News e il Chosun Ilbo. «È il paradiso della chirurgia estetica, della microchirurgia – continua lui -, e la maggior parte dei medici preferisce quella specializzazione che porta fama e denaro. C’è invece una scarsità di gerontologi, ostetrici e pediatri. Un’altra delle obiezioni a questa decisione del governo riguarda proprio questo: è inutile triplicare il numero dei medici se poi questi si dedicano sempre alle stesse specializzazioni senza coprire il resto. Questa visione delle cose smentirebbe anche il dato Ocse che vede la Corea al ventiquattresimo posto della classifica per medici ogni mille abitanti, che non è però significativo: l’Italia si trova al nono posto con quattro medici ogni mille abitanti, eppure anche qui c’è crisi e mancanza di personale».
Il malcontento nella popolazione e tra la classe medica rappresenta un rischio per il governo, anche in vista delle elezioni parlamentari che si terranno fra pochi giorni, il 10 aprile: «Questa situazione potrebbe minare la guida del presidente Yoon Suk Yeol – prosegue Alberti –. Se questa protesta non verrà risolta, se non ci sarà un gesto da parte del governo che dia delle garanzie, l’elettorato potrebbe prenderlo come un segno di debolezza e votare l’opposizione. La situazione risulterebbe in una “anatra zoppa”, con Yoon che si troverebbe a governare senza la maggioranza in parlamento. Intanto il governo ha annunciato di aver cominciato le procedure di sospensione per cinquemila dei medici che non sono tornati al lavoro, ma non credo che verranno presi provvedimenti definitivi fino a dopo le elezioni».
Una situazione analoga: che succede in Italia?
Parlando di crisi del settore sanitario, di mancanza di medici, infermieri e operatori sanitari, non può che venire in mente la difficile situazione del nostro Paese. Similmente alla Corea, anche l’Italia sta affrontando un momento di difficoltà a causa dell’assenza di medici, dei ritardi e dei tempi d’attesa sempre maggiori degli ospedali pubblici. La soluzione che si sente tirare in ballo è una sola: aumentare i posti d’ingresso alle università di medicina e sfornare un numero maggiore di medici, ipotesi che il Senato sta prendendo in seria considerazione, proprio negli ultimi mesi. Secondo Walter Ricciardi, però, che ha tra le sue qualifiche la carica di professore ordinario d’Igiene e Medicina Preventiva, quella di consigliere scientifico del Ministro della Salute per l’emergenza Covid e quella di Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità tra il 2015 e il 2018, si tratterebbe di un grave errore: «Il Senato sembra orientato verso un’abolizione del numero chiuso, ma è una cosa totalmente irrazionale. La classe medica sta protestando, ma siamo completamente inascoltati. L’Italia ha il maggior numero di laureati in medicina al mondo ma il problema sta nella mancanza di medici in alcune specializzazioni – esattamente come in Corea –; le specializzazioni per anni sono rimaste aperte a un numero troppo basso per favorire un giusto ricambio generazionale. Questo buco formativo è stato colmato dagli ultimi governi che hanno aumentato il numero di specializzazioni fino a 25mila: la situazione si sarebbe risolta automaticamente nel giro di cinque o sei anni. Ora, però, rischiamo di produrre un quantitativo di medici troppo elevato, a fronte di un fabbisogno molto inferiore. Negli ultimi dieci anni, proprio per questo, hanno lasciato l’Italia oltre 180mila operatori sanitari, di cui 131mila medici e 48mila infermieri. Nell’Unione Europea, un medico su due è italiano».
