«Scoraggiamento della concorrenza, compressione salariale e larghezza di disponibilità finanziarie sono le forze motrici dell’espansione dell’impresa mafiosa». Così scriveva nel 1983 Pino Arlacchi in un saggio intitolato: La mafia imprenditrice. Si trattava di un’intuizione di una delle forme dell’attività mafiosa che è diventata oggi quella predominante. Senza togliere niente di tutto quello che è stato. Infatti, il primo giorno di primavera, il 21 marzo si celebra la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. É un’iniziativa nata dall’associazione “Libera” contro tutte le mafie. Ogni anno, dal 1996, si organizza una marcia in una città diversa. Come un rosario si scandiscono uno per uno i nomi delle persone, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, cittadini, giornalisti, che sono stati uccisi per essersi opposti alle logiche della criminalità organizzata.

Ma parlare di mafia nel 2024, e non solo il 21 marzo, significa cercare di comprendere un sistema che è mutato. Che non mette più le bombe come nel 1992. Che non si annida più solo al Sud. «Sono state le stragi a far scattare qualcosa a livello di coscienza collettiva, a far emergere la necessità di parlare di certe cose», spiega Walter Molino, giornalista che da anni si occupa di mafia. Le sue ultime inchieste, realizzate per Report, si sono incentrate sulla realtà delle organizzazioni mafiose in Veneto. Nel marzo 2023 infatti c’è stata la prima sentenza del tribunale di Verona che ha attestato l’esistenza sul territorio veneto di una locale di ‘ndrangheta. 1634912641376_walter_molino«Non era una novità, ma ora la magistratura l’ha sancito ufficialmente». Partendo dalle indagini della procura di Verona si possono individuare molte altre piste sparpagliate su tutto il territorio tra Padova, Vicenza e Venezia. «Da anni si parla dei pericoli delle infiltrazioni criminali nei tessuti produttivi più ricchi del Paese. Penso a tutte le inchieste della procura di Milano sulla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia». Ora si è scoperchiato questo aspetto anche nel Nord-Est.

« La vera notizia è che che non si tratta di infiltrazioni, ma famiglie e gruppi criminali che sono profondamente radicati nel territorio e innervati nel sistema economico». I mafiosi di “Cosa Veneta” sono ‘ndranghetisti di terza, quarta generazione, sono nati in Veneto. «Si tratta spesso di famiglie che vivono in una realtà abbastanza agiata. Ci sono rampolli che studiano nelle migliori università e diventano professionisti affermati. Oggi le leve più importanti dell’organizzazione sono avvocati, commercialisti, funzionari statali, quelli che possono gestire e nascondere il denaro», spiega Molino. E si tratta di una struttura molto diversa da quella che era la “Mala del Brenta” che rubava e uccideva negli anni Settanta. Ma neanche paragonabile ai traffici di droga gestiti da Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Sono persone fidate che hanno una formazione e anche una faccia che non fa paura. Oggi la violenza è considerata come limite estremo».

Il fulcro degli interessi mafiosi non è più il controllo del territorio, ma il mantenimento e l’incremento dei guadagni finanziari. L’origine delle risorse economiche è ancora il traffico internazionale di droga. «La ‘ndrangheta, chiamiamola come se fosse un’unica entità, controlla i porti europei da Gioia Tauro ad Amsterdam. Questi soldi però non si possono tutti seppellire sotto terra, né mettere in banca, ma neanche si possono impiegare nell’edilizia nel Sud Italia, prima o poi finisce lo spazio anche lì». Quindi questi capitali devono essere ripuliti in altro modo. Il meccanismo più diffuso è l’utilizzo di fondi fiduciari all’estero. «Attraverso queste società i mafiosi non controllano più direttamente i soldi perché li affidano a vere e proprie agenzie che hanno sede in paradisi fiscali come le Isole Cayman o il Lussemburgo». Si tratta ovviamente di transazioni digitali, in bitcoin non rintracciabili. In questo modo viene anche messo in difficoltà il “metodo Falcone”: segui i soldi e troverai la mafia. «Oggi – dice Molino – se tu cominci a seguire i soldi ti fermi al primo autogrill. Non ci sono gli strumenti per controllare i flussi all’estero quando entrano in questi fondi fiduciari». Per questo le indagini sono soprattutto di tipo finanziario-patrimoniale, il nuovo volto delle mafie.164771929_10160936994545299_1274643098519648552_n

Il personaggio ponte di questa transizione endemica è stato Matteo Messina Denaro, l’ultimo dei grandi boss. Il leader di Cosa Nostra si è fatto interprete della cosiddetta “pax mafiosa” che ha portato alla fine delle stragi e ha indirizzato l’organizzazione mafiosa verso l’imprenditoria.  Ora i capimafia sono molto più difficili da individuare. Tengono un profilo basso e non sono più legati al territorio. «Oggi nelle piazze di spaccio, che sono in tutta Italia, non ci trovi il mafioso, ma neanche l’affiliato o il capocosca. Si trova solo la manovalanza, generalmente composta da immigrati che gestiscono piccole quantità di stupefacenti». Per questo non c’è neanche più la necessità, nella maggior parte dei casi, di ricorrere esplicitamente alla violenza fisica. «La violenza si esercita, o si fa percepire, nei confronti degli imprenditori. Ma non chiedendo il pizzo, o minacciando ripercussioni, proponendo accordi, assunzioni, progetti condivisi». 

Indagare oggi sulla mafia significa cercare le connessioni tra sistema criminale, il potere politico e l’imprenditoria. Secondo Walter Molino un punto fondamentale è stata l’introduzione nel codice penale, molto dibattuta in ambito giuridico, del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. «É un reato che si è reso necessario perché le mafie sono molto ben introdotte e compenetrate nel tessuto politico. Per esempio provare uno scambio di voti è difficilissimo. Grazie al concorso esterno si può arrivare a tracciare un qualche contatto». La legislazione antimafia è diventata progressivamente più permissiva. Ed è anche questo uno dei motivi per cui «ora non c’è più necessità di fare delle stragi, cioè azioni dirette contro lo Stato. Perchè oggi non ci sono delle azioni da parte dello Stato che mettono a rischio gli affari importanti delle mafie». Per Molino i sequestri di stupefacenti o di immobili operati dalla Direzione Antimafia rientrano nella «normale dinamica guardie e ladri. Per ogni sequestro da 100 kg di cocaina ci sono altri 3mila kg che passano indisturbati».

A disturbare, più di tanto, non sono le istituzioni, ma piuttosto i giornalisti. «Se tu scrivi delle cose e vai a scavare oltre le carte giudiziarie, puoi dare fastidio. Ma il nostro compito è proprio raccontare quello che succede. Quindi io per fare qualcosa di utile vado in Veneto, una delle regioni più ricche d’Italia, a fare un’inchiesta sul radicamento mafioso». Questo è il modo di contribuire alla lotta alle mafie, nelle nuove forme, sottili e pervasive, che abitano la società. Per questo, come dice Walter, «il 21 marzo è giusto ricordare, celebrare la ricorrenza, ma la nostra missione è quella di raccontare la mafia, non di autoincensarsi a eroi della lotta assurgersi a voce della memoria». La cosa importante resta indagare, studiare, approfondire, concentrarsi sui fatti, dire quello che accade « non fare sociologia, ma informare». Ed è proprio grazie a quelle vittime, i cui nomi oggi verranno scanditi nelle piazze di tutta Italia, che oggi non c’è più il silenzio sulla mafia. «Oggi se ne può parlare, se ne deve parlare, ma si deve dire qualcosa di nuovo, bisogna continuare a cercare» conclude Walter Molino. Questi anni non sono passati invano.