A meno di 24 ore dalla tragica morte di Kobe Bryant, tra i milioni di tweet, post e messaggi che tutto il mondo, sia cestistico che non, ha voluto dedicare alla star dell’NBA, c’è stato chi, nel cordoglio generale, è voluto uscire drasticamente dal coro, riportando alla luce un’ombra dal suo passato.Diversi sono stati coloro che, a seguito della sua scomparsa, hanno voluto riportare alla memoria di tutti un caso giudiziario che vide coinvolto Black Mamba nel lontano 2003.

Il 3 luglio di quell’anno tutti i giornali degli Stati Uniti riportarono sulle loro pagine la notizia dell’arresto di Bryant. L’accusa (molto grave) era quella di aver violentato una ragazza diciannovenne che, in quel periodo, lavorava all’Hotel Cordillera di Edwards, nel Colorado. Un caso che, dopo l’ovvio scalpore del primo minuto, si risolse facendo venire a galla una verità ben diversa da quella inizialmente raccontata.

La giovane cameriera, infatti, assieme all’accusa di stupro, presentò una richiesta nella quale, a fronte del versamento di un’importante somma di denaro, si chiedeva a Bryant (che, subito dopo l’arresto, era stato rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 25mila dollari) di patteggiare, evitando di finire in tribunale. Tutti, da avvocati fino ad amici e conoscenti, gli consigliarono, sia da innocente che da colpevole, la proposta dell’accusa. Ma la star dell’NBA rifiutò categoricamente l’opzione del patteggiamento e affermò che, pur essendoci stato, il rapporto con la ragazza era stato consenziente, ribadendo più volte di non essere uno stupratore.

L’intero iter giudiziario si concluse davanti al banco del giudice: il verdetto, sancito il 27 agosto del 2004, vide l’assoluzione di Black Mamba e il ritiro delle accuse da parte dei legali della ragazza. La motivazione: “Il fatto non sussiste”. Gravi furono comunque le conseguenze per la star dell’Nba: la rescissione dei contratti con McDonald’s e Nutella, la rinuncia dell’Adidas, suo storico endorsement e infine la crisi e l’aborto, causato dall’enorme mole di stress che il processo aveva portato con sé, di sua moglie Vanessa.

Tra le prime a mettersi al poligono, pronta per “sparare a zero” su Bryant e ribadire come verità (nonostante una sentenza definitiva di assoluzione) il suo essere uno “stupratore” è stata la giornalista del Washington Post Felicia Sonmez. A poco più di tre ore dallo schianto in elicottero nel quale l’ex-giocatore dei Lakers ha perso la vita assieme a sua figlia di soli 13 anni e ad altre 7 persone, la Sonmez ha voluto pubblicare sul suo profilo Twitter un articolo condiviso dal sito di web-news The Daily Beast nel quale si ripercorre l’intera vicenda legata al caso di stupro del 2003.

La giornalista del Washington Post Felicia Sonmez è stata sospesa dalla testata per avere pubblicato sul suo profilo Twitter un articolo del Daily Beast che ripercorreva il caso di stupro del 2003

Un post che, dopo aver scatenato un vero e proprio uragano su tutti i social, è costato alla giornalista la sospensione dal suo giornale. Allontanamento subito revocato a causa di varie proteste scatenatesi proprio nella redazione di Wapo, da sempre in prima linea tra le file del movimento #MeToo contro la violenza sessuale. Un gesto, quello della Sonmez, che pur seguendo pedissequamente quello che un giornalista dovrebbe fare, cioè raccontare sempre e comunque la verità da ogni punto di vista, è stato, moralmente e tempisticamente parlando, totalmente inadeguato e fuori luogo.

Otto ore dopo la pubblicazione dello scandaloso post della giornalista americana è stata Evan Rachel Wood, star di Hollywood famosa in tutto il mondo per la serie TV Westworld, ad esternare la propria disapprovazione nei confronti di Bryant. L’attrice ha infatti twittato: “Ciò che è accaduto è tragico. Ho il cuore spezzato per la famiglia di Kobe. Lui era un eroe nello sport. Era anche uno stupratore. E tutte queste verità possono coesistere”

Anche in questo caso una fitta pioggia di critiche ha investito il profilo della star. Un’ostilità diffusa che la Wood ha cercato di arginare con un altro tweet, nel quale ha voluto aggiustare un po’ il tiro su quanto scritto poche ore prima:

“Miei cari, quella che ho scritto non voleva essere né una condanna né una celebrazione. Quello che ho scritto voleva essere un promemoria sul fatto che, ognuno di noi, avrà sentimenti diversi su questa faccenda e che c’è spazio per tutti noi per addolorarci invece che combattere. Tutti hanno perso. Tutti saranno irritati, quindi vi chiedo per favore di mostrare gentilezza e rispetto per tutti”

Queste sono solo due tra le migliaia di dichiarazioni, commenti e post accusatori che, nelle ore successive alla sua morte, sono stati rivolti alla star dell’Nba. Esternazioni che, tra l’altro, non sono nemmeno tra le più ostili. Scorrendo nelle home di vari profili social non è strano, infatti, trovare messaggi come: “Al di là degli elogi: Kobe Bryant era un fottuto stupratore”.

Quello che, in questi giorni, sta accadendo sul web non è altro che un sintomo di quella frangia distorta ed estremizzata di femminismo che è nato col #MeToo e con le pubbliche accuse di violenza sessuale (in questo caso rivelatesi vere) contro Harvey Weinstein del 2017. Questa è una vera e propria involuzione di un fenomeno capace di cambiare le condizioni di migliaia di donne in tutto il mondo,  e che ha sì intrapreso una campagna di sensibilizzazione su un tema importante come lo stupro, ma nella maniera più sbagliata possibile, attaccando una persona risultata innocente davanti alla legge.

La cosa che maggiormente fa riflettere di tutto ciò è che, tali accuse, sono state scritte da persone che, stando a loro, aderiscono ad un movimento, il femminismo, avente come fulcro “la parità politica, sociale ed economica tra i sessi e la lotta ad ogni tipo di abuso e violenza”. Quegli stessi individui, tuttavia, sono i primi ad usare la violenza (in questo caso verbale) addirittura contro chi non si può nemmeno difendere.