Qualche settimana fa le autorità culturali dello Shaanxi, regione Nord Occidentale della Cina, hanno annunciato la proiezione di una mostra virtuale dell’esercito di Terracotta a Belgrado. Patrimonio dell’Umanità dal 1987, l’Esercito di Terracotta fa parte del mausoleo funerario del primo imperatore cinese Qin Shi Huangdi ed è insieme alla Grande Muraglia uno dei simboli della storia millenaria del Dragone. Quest’iniziativa non è fine a se stessa. La Cina da tempo cerca di promuovere il proprio patrimonio culturale soprattutto attraverso gli Istituti Confucio, vere e proprie scuole diffuse in tutto il mondo finanziate dal partito ComunistaNella dottrina delle Relazioni Internazionali, la capacità di imporsi utilizzando il soft power è una delle caratteristiche delle grandi potenze.  Proprio per questo motivo la Cina non può mollare la presa se veramente vuole contendere agli Stati Uniti il primato di potenza egemone. Un passaggio del discorso del leader cinese Xi Jinping del 2013 esprime in maniera efficace la retorica del “sogno cinese” e la visione del governo di Pechino: Nella gestione dell’opinione pubblica internazionale l’Occidente è forte. Noi siamo deboli, i media occidentali controllano l’opinione pubblica globale.Noi dobbiamo impegnarci […] nella nostra capacità di comunicazione internazionale, innovare i metodi della propaganda internazionale, rafforzare i sistemi di costruzione del discorso, sforzarci di forgiare nuovi concetti, nuove espressioni e raccontare bene la storia della Cina. Disseminare la voce della Cina per il mondo, e rafforzare il potere dei nostri discorsi a livello internazionale.

Sulla complessità degli Istituti Confucio e della tradizione millenaria cinese abbiamo parlato con Francesca Congiu, docente di Storia dell’Asia all’Università  degli Studi di Cagliari. Sul soft power cinese e sulla difficoltà di Pechino di esportare il proprio modello valoriale si è invece espresso il giornalista del Manifesto Simone Pieranni,  sinologo e autore dei libri Il sogno cinese e Red Mirror, il nostro futuro si scrive in Cina.

“Disseminare la voce della Cina” è l’obiettivo del soft power cinese. I metodi per farlo sono molti, dagli Istituti di Cultura alle mostre, alla calligrafia. “Ma attenzione a considerare gli Istituti come perfettamente allineati al partito comunista” dice Francesca Congiu. “E senza dimenticare che la vera forza, per i cinesi, è quella economica ossia lo smart power”, ricorda Simone Pieranni

INTERVISTA A FRANCESCA CONGIU

Il primo Istituto Confucio è nato nel 2004 ma il tentativo cinese di diffondere i propri valori culturali a quando risale?

Il tentativo di proporre un’immagine di sé a livello internazionale è qualcosa che non appartiene solo alla Cina di oggi. Ci sono degli studi da parte di colleghi sinologi che approfondiscono anche interventi simili fatti in epoca maoista. Oggi stiamo assistendo ad uno sforzo draconiano grazie a mezzi tecnologici molto avanzati ma questo tentativo cinese di proporsi a livello internazionale è un aspetto che fa parte della tradizione della Repubblica Popolare. 

Quindi questa tendenza, viva dal periodo maoista, com’è cambiata nel tempo?

Gli obiettivi a quell’epoca erano diversi perché l’ideologia della Repubblica Popolare Cinese è cambiata nel tempo. Negli anni Sessanta c’era una competizione con l’Unione Sovietica e il nucleo centrale di quest’operazione era basato sul portare avanti un ‘ideale rivoluzionario diverso da quello dell’URSS e in antitesi con il sistema occidentale. Oggi la tipologia di visione del mondo che viene proposta è diversa. L’intervento degli istituti Confucio, legato al tentativo di influenzare l’opinione pubblica internazionale, va in parallelo con quella che è la politica della via della seta. La Cina grazie ad alcun slogan come il win win vuole proporre un percorso di sviluppo più assistenziale e orientato al beneficio reciproco. Vuole presentarsi quindi in antitesi a quei programmi di aiuto di matrice occidentale, europea o statunitense. Gli elementi culturali che propongono sono diversi dal soft power occidentale, come la politica democratica statunitense. I cinesi effettivamente puntano meno sulla cultura politica e molto più sui valori culturali di matrice linguistica. Allo stesso tempo rendono gli aspetti economici di assistenza come un elemento valoriale della loro cultura. Il loro messaggio è quello di volersi proporre non in maniera egemonica e con questa retorica cercano di costruire la loro public diplomacy.

Quali elementi di forza culturali la Cina desidera promuovere nello specifico?

Gli istituti Confucio nel 2020 erano 548 in tutto il mondo. Loro propongono agli studenti di tutte le età degli insegnanti stipendiati dal ministero dell’istruzione cinese, in particolare dalla Hanban che è l’ufficio per l’insegnamento del cinese all’estero come lingua straniera. Abbiamo una serie di docenti pagati dal governo cinese che possono agire nelle scuole di ogni ordine e grado sia per insegnare la lingua cinese a studenti e docenti. Poi attraverso le aule degli Istituti Confucio, che sono più di mille nel mondo, agiscono su altri livelli. Attraverso le aule si possono insegnare la storia cinese, corsi di calligrafia, arti marziali, medicina cinese e pittura. Tutti elementi legati alla cultura cinese tradizionale e alla dimensione più antica della civiltà cinese che vengono praticati ancora oggi. Questi sono elementi legati a quell’antica e conclamata superiorità culturale che ha sempre rivendicato la Cina nel corso del Seicento e del Settecento nel contesto asiatico. In quel periodo lì il volersi proiettare all’esterno come una civiltà di tipo superiore era legata alla filosofia burocratica dell’Impero. Un impero che riusciva a gestire le diverse etnie e i conflitti in una maniera più o meno armoniosa. A livello retorico, secondo quello che ci comunicano le dinastie nei vari documenti, quest’abilità era dovuta al fatto che i governanti erano dei grandi conoscitori di quella che era la filosofia cionfuciana, orientata a tenere unito il paese. 

La filosofia confuciana, brutalizzandola un po’, era utilizzata per giustificare la struttura sociale cinese.

Dal loro punto di vista il rispetto della gerarchia era funzionale al rispetto dell’ordine. Il governo oggi ripercorre questo tipo di retorica in diverse maniere. Più si rimane vicini al rispetto di quelle regole che non sono più imperiali ma che oggi appartengono al partito comunista cinese, più la società e il cittadino qualunque possono contribuire ad affermare e solidificare quella che è la potenza dell’economia cinese. Oggi viene utilizzata la retorica del “sogno cinese” in cui tutti vengono chiamati a contribuire. A livello internazionale quello che  la Cina fa invece non è più parlare di sogno cinese ma parlare di sogno asiatico, di sogno africano. È come se il partito comunista cinese dicesse: “Noi in Cina facciamo così, il nostro sistema sta funzionando, Non vogliamo influenzare i vostri affari interni però guardateci perché in qualche modo possiamo essere un esempio”.

E il mondo può guardare alla Cina attraverso gli Istituti Confucio?

Anche, non solo. C’è un’operazione enorme di internazionalizzazione dei mezzi di comunicazione. Sicuramente gli istituti Confucio sono fondamentali per la formazione degli studenti, insegnanti, per l’organizzazione di borse di studio, servizi di consulenza, premi, giochi. Gli istituti Confucio poi a seconda dei diversi contesti possono operare in maniera differente. Il governo cinese vuole che si facciano certi corsi ma allo stesso tempo si organizzano seminari con esperti del settore che parlano anche di alcune questioni cinesi in maniera critica. Quando la prospettiva critica nei confronti della Cina prevale, ci sono dei tentativi da parte del governo di Pechino di censurare. Ci sono stati dei casi di chiusura oppure polemiche a livello europeo da parte di alcuni direttori degli istituti Confucio. Quando la prospettiva critica risulta scomoda e può mettere in crisi il senso di unità del Paese ci sono dei casi di censura. Allora gli Istituti Confucio nel contesto europeo ma anche nel italiano reagire.

Quindi non è vero che gli Istituti Confucio sono delle pedine di Pechino.

Non è per forza vero, si tratta di un equilibrio sottile. Gli Istituti Confucio e le aule degli Istituti Confucio sono finanziati dal governo cinese e, a differenza degli altri tipi istituti culturali, gli istituti confucio si collocano all’interno delle stesse università. Il governo cinese sa che si tratta di università di altri paesi che hanno dei dogmi imprescindibili come la libertà d’espressione e la libertà di studio. Per questo si tratta di un equilibrio un po’ precario. Un Istituto Confucio non farà mai delle attività di aperta critica ma potrà svolgere delle attività culturali in cui si può disquisire di questioni spinose in una maniera scientificamente più solida. Gli istituti Confucio e le Università non dovrebbero fare una critica militante anti cinese ma cercano di presentare le varie questioni in tutta la loro complessità. Questo è quello che si cerca di fare anche se la pressione di Pechino esiste

Lei ha detto che all’interno degli Istituti Confucio si insegna la storia cinese. Viene data enfasi ad un particolare periodo storico?

Diciamo che per quella che è la mia esperienza, (non insegna all’interno degli istituti confucio ndr) viene affrontato il tema della Via della Seta e si cerca di evitare le questioni critiche. Difficilmente si parlerà all’interno di un Istituto Confucio di Xinjian, Hong Kong, Taiwan. Si parla tanto di Via della Seta, di imprese di antichi navigatori cinesi come Zheng He, ammiraglio cinese che nel corso del Quattrocento aveva esplorato le coste dell’Africa. Tutto questo sempre per far concretizzare il messaggio cinese della loro propensione presente fin dal passato di avvicinarsi culturalmente a quelli che erano gli altri contesti internazionale. Non c’è un’attenzione particolare per determinati temi perché comunque gli argomenti variano tra i diversi istituti e si affrontano temi legati alla Cina in maniera diversa. Spesso vengono invitati anche coloro che hanno una visone critica della Cina e che descrivono la società cinese in termini critici.

In conclusione, la Cina non riesce ad imporsi con il soft power sugli altri Paesi?

Dal punto di vista dell’attrazione del modello politico e culturale non c’è ancora una capacità della Repubblica popolare cinese di competer con gli Stati Uniti. La Cina tenta di trasformare il potere economico in valore politico proponendo un modello di cooperazione e di mutuo aiuto. Accanto alla cultura che viene propagandata con gli istituti Confucio propongono l’aiuto economico quasi come elemento valoriale.

INTERVISTA A SIMONE PIERANNI

La Cina è capace di utilizzare il soft power per essere il Paese egemone per eccellenza?

Se per soft power intendiamo la capacità di un Paese di influenzare i discorsi politici attraverso il proprio impianto culturale allora la Cina non sta riuscendo a praticare il soft power. Questo lo hanno fatto invece gli Stati Uniti. I cinesi mi sembrano più propensi ad utilizzare il cosiddetto smart power, ovvero utilizzare l’economia come leva per entrare nelle economie e nelle società straniere. La Cina paga una distanza culturale e valoriale con i paesi occidentali e questo è dimostrato anche da recenti sondaggi condotti in Unione Europea, che danno le persone molto sospettose rispetto alla Cina. I cinesi faticano ad entrare nei discorsi politici occidentali e lo dimostra anche l’attività dei cosiddetti Wolf Warriors, cioè i diplomatici cinesi che usano i social in maniera abbastanza violenta per dare vita a polemiche sempre molto feroci con gli stati occidentali. Tutto ciò non facilita a mio avviso l’idea che la Cina sia un paese che voglia avere a che fare con gli altri Stati semplicemente per un win win come dicono i cinesi. La Cina però non è che abbia la volontà di cambiare gli assi politici degli altri Stati: non è che voglia ad esempio che l’Italia non sia più atlantista. Però l’immagine che dà spesso è questa. Quindi secondo me il sogno cinese rimane cinese e non è diventato come voleva Xi Jinping un sogno capace di coinvolgere  gli altri Stati e Paesi.

Quindi nella grande sfida agli Stati Uniti la Cina non si potrà sostituire a Washington come Paese egemone a livello internazionale?

Assolutamente, quantomeno non nell’emisfero occidentale. Ma a mio avviso nemmeno dove ha relazioni più forti come in paesi dell’est Europa, dell’America latina o della stessa Africa dove alcuni Paesi cominciano ad avere un po’ di rimostranze. Quindi il soft power è sicuramente uno degli aspetti di maggior debolezza in questo momento della Cina. 

Quali Paesi africani iniziano ad avere rimostranze nei confronti delle ingerenze cinesi?

La Nigeria che è la seconda potenza in economica in Africa ha fatto saltare alcuni progetti. E più in generale alcuni dei progetti cinesi in Africa stanno incontrando un po’ più di resistenza perché molti paesi africani cominciano a chiedersi se effettivamente la Cina stia portando dei vantaggi a questi Stati. In realtà la Cina non riesce a costruire un’espansione del benessere verso la popolazione locale e crea debiti, perché la Cina presta i soldi come facevano i paesi occidentali prima. Questo meccanismo porta alcuni paesi ad indebitarsi moltissimo, non solo in Africa.

Quindi dove hanno fallito gli europei la Cina non è riuscita ad inserirsi in maniera convincente?

Hanno avuto diverse fasi i cinesi in Africa. All’inizio una fase molto espansiva in cui erano visti come una potenza che si distingueva rispetto alle potenze coloniali. Oggi comincia un po’ a pagare il fatto che gli investimenti cinesi in realtà non portano ricchezza a quei paesi che cominciano a chiedersi se hanno fatto bene ad affidare mani e piedi alla Cina. Pechino inoltre in cambio di soldi e infrastrutture punta moltissimo alla risorse. Quindi siamo alle solite e anche la Cina comincia ad essere vista come un paese predatore in Africa.

Il nostro futuro sarà cinese solo in termini economici e tecnologici? E dal punto di vista culturale?

L’influenza tecnologica cinese avviene su due livelli: il primo è l’hardware, nel senso che noi compriamo in primo luogo tecnologia dalla Cina di alta qualità e di alto livello. Dall’altro lato c’è poi il rischio che queste tecnologie vengano utilizzate per una sorta di controllo sociale come avviene in Cina. La mia è ovviamente una provocazione e mi auguro che l’uso che fanno in Cina delle tecnologie non sia utilizzato anche dentro le democrazie. Vista però la crisi che vivono le democrazie liberali il pericolo è che comprando l’hardware vengano poi comprati i concetti oscuri che ci stanno dietro. La mia tesi nel libro è che la Cina sia inserita all’interno di un meccanismo globale che la Zuboff chiama “capitalismo di sorveglianza” nel quale l’estrazione di dati è una costante di tutti gli Stati e di tutte le aziende. Quindi il rischio è che poi tutti questi dati non si sappia bene dove vadano a finire e in che modo vengano utilizzati.

Dunque il soft power cinese non funzionerà mai perché il loro modello politico è distante dal nostro?

Non solo il modello politico ma anche il modello valoriale. Io credo che la difficoltà del soft power cinese sia soprattutto una distanza culturale che abbiamo con la Cina e il fatto che in realtà non conosciamo nemmeno bene la Cina. Questo crea una problematica. Pensiamo solo alla missione di Marte: anche la Cina ha mandato un satellite ma gli stati Uniti che hanno mandato un loro rover hanno avuto un impatto sulla nostra società ancora più grande. 

Perché noi siamo ancora legati all’Apollo 11 e alla frase di Tito Stagno “Ha toccato, ha toccato il suolo lunare”.

Esatto, perché pesa ancora quella tradizione. Dal secondo dopoguerra, ormai sono passati sessant’anni, noi siamo ancora su quell’orbita lì. Abbiamo fatto nostri dei valori che forse avevamo già ma che abbiamo amplificato grazie alla vicinanza con gli Stati Uniti e con le democrazie occidentali. Dall’altra parte abbiamo invece uno stato autoritario che ha tutto un altro insieme di valori e di sistemi. Quindi c’è più che altro un’incomunicabilità più che una vera e propria barriera. Può essere che con il tempo questo si smorzi ma per ora non è così. Io faccio tante lezioni in giro, faccio delle domande a dei ragazzi di liceo e in effetti non sanno niente della Cina o hanno moltissimi pregiudizi. Questo non facilita quindi la possibilità di accedere ai valori cinesi. 

Una grande potenza deve avere un esercito forte, una forza economica e non può fare a meno del soft power. La Cina può fare a meno del soft power per imporsi?

Secondo me il problema più grave ora per la Cina è quello militare visto che è ancora molto più indietro rispetto agli Stati Uniti. Pechino ha riformato il proprio esercito, utilizza molta tecnologia ma ha ancora una potenza di fuoco minore rispetto agli Usa. Dal punto di vista del soft power ora c’è il tentativo di Biden di recuperare terreno. Tutte le sue dichiarazioni fanno pensare a degli Stati Uniti che sono tornati ad esser quelli di un tempo. In realtà i quattro anni di Trump sono stati un periodo lunghissimo, in cui gli Usa hanno perso terreno per quanto riguarda l’affidabilità da parte di alcuni Paesi. Pechino fa di tutto affinché sia più rilevante l’aspetto economico rispetto al soft power: prima dell’insediamento di Biden la Cina ha chiuso un accordo importantissimo con i paesi asiatici (l’accordo RCEP con i dieci paesi dell’Asean) e poi con l’Europa non ha chiuso (perché deve essere ancora ratificato) l’accordo sugli investimenti. Il fattore economico pesa ancor di più del soft power secondo me. La Cina, viste le difficoltà militari e del soft power punterà tutto sulla forza economica.