‹‹Oggi siamo trattati come degli eroi. Prima della pandemia non era così. Ci accusavano di non saper fare il nostro lavoro, di non curare bene i pazienti. Questa cosa mi dà fastidio››. Chiara ha 23 anni ed è un’infermiera. Lavora in una clinica privata convenzionata con il pubblico. L’ospedale si occupa di curare i pazienti non affetti da Covid-19 ma che necessitano ugualmente della terapia intensiva. La situazione all’interno è molto critica. Presto, potrebbe diventare disperata. ‹‹Non curiamo pazienti affetti da Coronavirus ‒ dice ‒ però il rischio contagio esiste comunque››.

Tra i corridoi la tensione si riesce a stringere tra le dita. Si tiene la mascherina sul viso anche nei pochi momenti di pausa. Come ospedale privato, la clinica in cui lavora ha tolto i posti riservati alle sale operatorie, allestendo nuove stanze dedicate alla terapia intensiva. Non ci sono interessi, si lavora e ci si dedica al territorio per gestire l’emergenza sanitaria. ‹‹Ci si prende cura solo dei pazienti critici ‒ racconta Chiara ‒ gestiamo pazienti con insufficienze respiratorie non causate da Covid-19 ma con sintomi simili. Per lo più si tratta di polmoniti batteriche››. Il senso del dovere del personale sanitario è più forte della legittima paura.

Chiara: ‹‹Io sono giovane, ma a Padova è stata intubata un’anestesista di trent’anni. Ripeto: trent’anni››.

Se ognuno non si prenderà le proprie responsabilità la situazione sarà sempre più grave. ‹‹Noi non scappiamo, ma si va al lavoro con un’ansia terribile. Io sono sola a casa, ma molti miei colleghi hanno figli, mogli, mariti››. La gestione degli ammalati non è il solo problema che si affronta in corsia. ‹‹Dobbiamo tranquillizzare i parenti, bloccarli, perché non possono più venire a trovare i pazienti ricoverati. Ci si ritrova a fare quasi i centralinisti e a passare le informazioni per telefono, nel tentativo di tranquillizzare la gente››. Il nervosismo e la tensione vengono coperti con una falsa calma olimpica. ‹‹Se il personale sanitario mostra segni di agitazione è un delirio››.

Le mascherine sul volto nascondono anche le emozioni più sincere e spontanee. Si deve bluffare, a volte, come in una mano di poker. In ballo però non ci sono fiches ma vite umane.  Chiara, al pari di tutti i suoi colleghi, rappresenta la semplicità del compiere il proprio dovere. Senza risparmiarsi mai. ‹‹Agli inizi di aprile sarò a Padova, ospedale in prima linea contro il Covid-19››. Non si pente di aver scelto questo mestiere ma chiede, quando sarà finito tutto, un po’ di considerazione in più. ‹‹Non siamo degli eroi, ma medici e infermieri rimangono professionisti seri anche in situazioni di normalità››. Una lezione da imparare.