È passata più di una settimana dall’arresto di Ekrem İmamoğlu, il sindaco di Istanbul, e le proteste quotidiane non si fermano. L’ultima manifestazione, il 29 marzo, ha radunato a Maltepe (Istanbul) 2 milioni di persone secondo il Partito Popolare Repubblicano, Chp.

İmamoğlu è considerato il principale oppositore politico del presidente Recep Tayyip Erdoğan e fa parte del Chp, il più antico partito turco, fondato da Kemal Ataturk. Dal 2019 è sindaco di Istanbul. La prima volta è stato eletto per ben due volte, perché il presidente aveva annullato la votazione, ma la sua rielezione aveva solo riconfermato la vittoria del candidato repubblicano (con margini più ampi). Nel 2024 è stato rivotato ed eletto.

Per Murat Cinar, giornalista che vive tra Turchia e Italia, «l’accanimento politico e giuridico nei confronti di İmamoğlu non inizia il 19 marzo» ma con la sua elezione nel 2019. Il fatto che sia stato riconfermato, secondo Cinar, indica che «non era una vittoria casuale, ma era frutto di un malcontento che in qualche maniera aveva unito le anime di opposizione della società, ma aveva attirato anche gli ex elettori di Erdoğan o di altri partiti conservatori. Questa ondata di cambiamento si è diffusa in altre in altre città come la capitale Ankara che per anni è stata governata da un uomo di Erdoğan. İmamoğlu, una volta arrivato al potere, ha aperto i primi nidi, ha aumentato il sostegno alle famiglie bisognose che hanno studenti all’università, benefit che venivano realizzati prima attraverso le fondazioni religiose e che adesso responsabilità del Comune. Ha iniziato a distribuire beni di prima necessità, ha fatto aprire ristoranti popolari per combattere la crisi». Da quel momento, è stato intentato un gran numero di procedimenti giudiziari a suo carico, circa sette o otto. Il giornalista riferisce che sono «processi fittizi, per via di una parola che ha detto, di una dichiarazione, addirittura per come ha camminato nel cortile della tomba di un personaggio dell’epoca ottomana. In sostanza, lo si accusa di mancanza di rispetto».

Valeria Giannotta, professoressa all’Università di Ankara e di Istanbul e direttrice dell’”Osservatorio Turchia” del Cespi, spiega che verso İmamoğlu «le accuse sono di diversa natura. La prima accusa è di corruzione: il politico e’ accusato di aver creato un meccanismo parallelo per avvantaggiare sia la sua azienda di costruzione che persone a lui vicine nell’affidamento di appalti per la grande città metropolitana di Istanbul. A margine di questa accusa, vi è quella di fiancheggiamento al terrorismo che è decaduta. Si diceva che, a fronte delle elezioni municipali del 2024, il sindaco di Istambil si sarebbe avvalso di alcune figure chiave appartenenti al Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) per attrarre consensi o che, comunque, queste figure avrebbero fatto campagna elettorale in suo favore». Insieme a lui sono stati arrestati altri cento tra giornalisti e uomini d’affari.

İmamoğlu è il candidato per le presidenziali del 2028 per il suo partito e continua ad esserlo nonostante la sua detenzione. Anzi, domenica 23, proprio mentre veniva confermato il suo arresto, si è votato per le primarie del Chp, anche se il suo era l’unico nome in lizza. In segno di solidarietà, l’affluenza alle urne è stata sorprendente: si sono presentate 15 milioni di persone, di cui solo l’1,6% e’ iscritto al partito. Il suo arresto e l’annullamento del suo diploma di laurea (indispensabile per diventare presidente) arrivano in un momento sospetto. Murat Cinar spiega che questo provvedimento è «illegale: alcuni procuratori sono stati anche minacciati, alcuni giudici hanno perso il loro lavoro perché hanno resistito, quindi Erdoğan ha utilizzato la magistratura in una maniera totalmente partigiana». Anche le ultime accuse contro İmamoğlu si reggono, secondo il giornalista, su «testimoni anonimi, carte inventate, documenti non firmati per creare i fascicoli di accusa. Erdoğan utilizza i media, distribuisce i documenti del fascicolo di İmamoğlu alla stampa prima di fornirli agli avvocati. Tra la magistratura e i media, il regime usa tutto il possibile per screditare İmamoğlu. Sulle prime pagine sono usciti titoli come “Ecco la banda arrestata”». In Turchia la presunzione d’innocenza non esiste.

Secondo Giannotta, «la tempistica dei provvedimenti è assolutamente peculiare, perché il tutto e’ avvenuto qualche giorno prima delle elezioni primarie. Nel sistema turco c’è un fragilissimo sistema di pesi e contrappesi e c’è poca indipendenza del potere. Quindi, di fatto, è tutto nelle mani del presidente: qualsiasi manovra è percepita come poco genuina e come uno strumento nelle mani del potere politico».

Il tempismo è anche dovuto alle congiunture internazionali. La docente sostiene che «in questo momento storico anche con Donald Trump negli Stati Uniti e, quindi, in un momento di minore attenzione all’interpretazione democratica e liberale dei regimi, la Turchia di Erdoğan si è sentita forse anche più legittimata ad agire direttamente tramite il sistema giudiziario contro Ekrem İmamoğlu. Dall’altra parte, il presidente turco ha cavalcato anche quell’onda positiva che si stava iniziando a respirare di nuovo da parte europea. Ultimamente c’erano stati degli incontri significativi: si è parlato anche dell’ammissione della Turchia nell’eventuale piano di riarmo europeo, per cui la congiuntura internazionale ha favorito questa manovra».

Non è casuale nemmeno il fatto che, con l’avvicinarsi delle elezioni del 2028 si sia operata una distensione con il Pkk. Il leader del Partito del movimento nazionalista Mhp, Devlet Bahçeli, alleato dell’Akp di Erdoğan, ha dialogato con il leader del Partito Dem curdo e con quello del Pkk Abdullah Öcalan, in carcere dal 1999. «Queste negoziazioni hanno portato poi alla dichiarazione di Öcalan di qualche settimana fa. Il leader curdo è  apparso per la prima volta dalla sua incarcerazione in una conferenza stampa sedendo a un tavolo anche con alcuni esponenti del Partito Dem, i filo-curdi nel Parlamento turco, e ha detto chiaramente che è giunta l’ora per un cessate il fuoco e ha invitato allo smantellamento dell’ala militare», spiega Giannotta.

La fine delle ostilità serve a garantire ad Erdoğan il supporto in Parlamento delle frange curde per permettergli una riforma della costituzione che gli garantisca un ulteriore mandato. Giannotta spiega: «Erdoğan si e’ proposto questo obiettivo dall’anno scorso, sin dalla sostanziale sconfitta dopo le elezioni municipali del 2024: è riscrivere la Costituzione. Tra le righe si vede poi la necessità di un’eventuale estensione del mandato politico di Erdoğan, che fino ad oggi non è estendibile. Per avviare qualsiasi tipo di manovra, sia per chiamare a riforma costituzionale internamente al Parlamento sia per invocare un referendum, le forze di governo in Turchia oggi non hanno i numeri necessari». In alternativa, «c’è un obiettivo non dichiarato: se Erdoğan chiamasse a elezioni anticipate e fosse certo di ottenere un consistente supporto e riuscisse a vincerle, il suo mandato si estenderebbe automaticamente, cioè il mandato dal 2023 ad oggi, eventualmente, verrebbe considerato non valido».

L’arresto di İmamoğlu però, invece di semplificare questo percorso, lo complica: «Se guardiamo i sondaggi oggi, soprattutto dopo l’arresto di Ekrem İmamoğlu, il partito di Erdoğan, l’Akp è in caduta libera. In alcune città che sono state storicamente roccaforti di Erdoğan, vediamo che il Chp lo supera di poco. Ad oggi, è un voto di protesta. Il presidente è riuscito in due grandi operazioni: ha rafforzato il fronte anti-Erdoğan ed ha unito il Chp che storicamente è sempre stato diviso tra personalismi e lotte di potere interne».

Ciò appare evidente dalla trasversalità delle proteste partite da Istanbul, da piazza Saraçhane ed estese a 55 delle 81 province turche. Molti manifestanti sono stati arrestati, il ministero dell’interno riporta circa 1900 fermi, tra cui anche giornalisti. Giannotta riferisce che «in piazza ci sono un po’ tante anime della Turchia: ci sono i giovani, ossia i millennials, che hanno vissuto sempre solo sotto il governo di Erdoğan perché dal 2003 Recep Tayyip Erdoğan è la figura politica che ha dominato maggiormente la scena in Turchia (dal 2018 infatti la figura del primo ministro è stata abolita ndr). Tra chi protesta ci sono i sostenitori del Chp e ci sono persone di tutte le età, oltre che i giovani. Si distinguono anche i profili dei conservatori e dei religiosi e questa è la differenza rispetto alle altre proteste che si erano verificate in Turchia come quelle di Gezi Park del 2013. La polarizzazione sociale in Turchia si sta definendo non più tanto su laicità-religione, come è stato finora, ma è una frattura sull’asse pro e contro Erdoğan».

Anche secondo Cinar, «oggi vediamo migliaia di persone per strada, ma non è İmamoğlu che difendono: vogliono sconfiggere Erdoğan. La gente scende in piazza per difendere la democrazia e assicurarsi il futuro. È un momento di ribellione e di difesa verso un uomo meritevole ma e’ anche una protesta in difesa di un principio, di un sistema – elettorale e democratico – che questo governo in tutti i modi ha provato a distruggere».