Lo chiamano banyan o, i botanici, ficus bengalensis. É un albero sempreverde simbolo nazionale dell’India, dove è considerato sacro. Può arrivare fino ai 30 metri di altezza, ma i suoi rami possono distendersi per migliaia di chilometri, il più grande ricopre una superficie di 19mila metri quadrati. Da questi rami lunghissimi e orizzontali scendono delle radici, fitte e verticali, come colonne che si impiantano nelle profondità della terra per reggere il peso della chioma. La leadership politica che governa l’India da 10 anni è strutturata secondo lo stesso schema. Narendra Modi, alla guida della nazione dal 2014 – a giugno è stato riconfermato per il terzo mandato – è riuscito a intercettare le spinte nazionalistiche induiste traducendole in consensi per il suo partito Bharatiya Janata (BJP). Se Modi è arrivato a questo punto è grazie ad Amit Shah, che, come le radici del bayan, ha posto e continua a porre i sostegni su cui si regge il potere di Modi, anche a costo di affondare nel fango.

La militanza nel BJP

Amit Shah è nato nel 1964 a Mumbai, ha iniziato il suo percorso politico a 16 anni come membro del Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), che tradotto in italiano sarebbe l'”Associazione Nazionale dei Volontari Patriottici”. Si tratta di un’organizzazione paramilitare fondata nel 1925, che promuove l‘ideologia del nazionalismo indù. L’RSS è considerato il ramo giovanile del partito tradizionalista BJP. L’ideologia sottesa, sia al RSS che al BJP, è un’India unita sotto i principi e i valori della religione e della spiritualità induista. Shah e Modi, negli anni hanno scalato i ranghi del partito, ritrovandosi a governare insieme nel Gujarat, lo stato in cui nacque Mahatma Gandhi e uno dei centri economici principali del Paese.

Amit Shah durante una manifestazione del BJP

Amit Shah durante una manifestazione del BJP

Durante l’amministrazione Modi del Gujarat (2001-2014) il rapporto tra i due si è sviluppato fino a diventare quasi simbiotico. Questo legame è diventato fondamentale a livello nazionale dopo l’ascesa di Modi a Primo Ministro nel 2014. Shah come presidente del BJP ha trasformato il partito in una macchina elettorale, ottenendo vittorie storiche in stati dove fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile e garantendo così il dominio del BJP nelle elezioni generali del 2019. Sotto la sua direzione il partito ha rivoluzionato il suo approccio sia per quello che riguarda le strategie di mobilitazione nel paese, sia per quello che riguarda la targettizzazione dell’elettore sulla base dei dati. Shah ha introdotto il sistema panna pramukh, in cui i volontari del partito sono diventati i responsabili di ogni pagina del registro elettorale. In questo modo il partito ha potuto connettersi direttamente con gli elettori, anche nelle aree più remote del Paese, direttamente attraverso i seggi. Questa connessione ha permesso la diffusione dell’ideologia e della propaganda nazionalista anche nelle regioni nordorientali e nel Bengala, tradizionalmente lontani dal BJP. Così negli anni, piano piano, ma senza mai fermarsi, il banyan Modi-Shah si estendeva in tutta la penisola, rigoglioso e incontrastato. 

Il caso Sheikh

Non sono mancate però le pietre di inciampo. Uno dei casi più significativi è stata l’accusa mossa nel 2005 a Shah, all’epoca Ministro degli Interni del Gujarat, di aver ordito l’omidicio di Sohrabuddin Sheikh, di sua moglie Kauser Bi e di un suo associato, Tulsi Prajapati, materialmente compiuto dalla polizia del Gujarat. Sheikh era coinvolto in attività illegali, ma fin da subito si è legato a cospirazioni politiche. Si ipotizza che avesse conoscenze di affari politici sensibili in Gujarat, motivo per cui  Shah tentò personalmente di insabbiare la sua morte connettendola ad attività terroristiche. Shah, nel luglio 2010, eluse l’arresto per quattro giorni, prima di riemergere in una conferenza stampa per negare ogni illecito. Disse alla stampa di essere vittima di una caccia alle streghe politica, orchestrata dal governo centrale, che all’epoca era gestito dal partito del Congresso Nazionale Indiano.

Bandito dal suo stesso stato, i giornalisti si riferivano informalmente a Shah come tadipaar , il fuggitivo. Gestiva 12 diversi portafogli di governo. Nel 2012, gli fu permesso di tornare quando la corte suprema trasferì il caso penale dal Gujarat a Mumbai, a 500 km di distanza. Tuttavia, dopo che Modi divenne primo ministro, nel 2014, il primo giudice che stava esaminando il caso Sheikh fu trasferito, poco dopo aver chiesto a Shah di comparire in tribunale. Sei mesi dopo, a dicembre, il secondo giudice, Brijgopal Harkishan Loya, morì inaspettatamente di infarto (i fatti che circondavano la sua morte sono stati contestati) mentre partecipava a un matrimonio. Il terzo giudice nominato per il caso rigettò le accuse contro Shah entro tre settimane dall’assunzione dell’incarico.

L’opposizione ai musulmani

Nel 2018 ha personalmente elogiato delle persone che avevano linciato alcuni musulmaniQuesti eventi, tra cui attacchi contro commercianti musulmani e atti di violenza ripresi in video, hanno evidenziato un clima di impunità che sembra caratterizzare la leadership di Modi e Shah.
Il 5 agosto 2019 Shah ha annunciato l’abrogazione dell’Articolo 370 della Costituzione che prevedeva lo status speciale al Kashmir. La regione è stata divisa in due Territori dell’Unione: Jammu e Kashmir. La decisione è stata accompagnata da un massiccio dispiegamento militare, il blocco delle comunicazioni, e la detenzione preventiva di oltre 500 leader politici locali. É iniziato un periodo di segregazione del Kashmir, regione e maggioranza musulmana, giustificata dalla volontà di integrare la regione e combattere il terrorismo. Osservatori internazionali, come Amnesty International, hanno evidenziato violazioni dei diritti umani, tra cui restrizioni alla libertà di espressione e alla mobilità.

Amit Shah offre dei dolcetti a Narendra Modi

Amit Shah offre dei dolcetti a Narendra Modi

A distanza di pochi mesi ha proposto di sottoporre tutti  i cittadini indiani (1,3 miliardi) a un test di cittadinanza, creando un registro nazionale di controllo dei cittadini. Allo stesso tempo ha caldeggiato la possibilità di una legge che permettesse l’ottenimento della cittadinanza a immigrati dei paesi limitrofi con l’esplicita esclusione, e discriminazione su base religiosa, dei musulmani. Questa proposta ha suscitato molte polemiche, soprattutto dopo che Shah aveva definito gli immigrati musulmani illegali come “termiti” che il BJP avrebbe cacciato.
E ancora, nel 2023 un ufficiale canadese ha accusato Shah di aver orchestrato una campagna di violenza e intimidazioni contro i separatisti sikh in Canada. Le accuse sono emerse dopo l’omicidio di Hardeep Singh Nijjar, un attivista sikh canadese. Il governo indiano ha negato ogni coinvolgimento, mentre il Canada ha espulso i diplomatici indiani.

Amit Shah si occupa del lavoro sporco, lui è lo scudo politico che protegge Narendra Modi dalle controversie, affrontando in prima persona le questioni più critiche e assumendosi gli oneri di politiche che possono risultare impopolari, ma che sono la linfa della propaganda nazionalista e suprematista indù. Sono due personaggi complementari, che condividono la stessa visione. É impossibile tracciare il percorso della vita e dell’esperienza politica di uno separandolo dall’altro. Shah incarna impunemente la violenza e lo spirito intimidatorio che si respirano in India. La tutela dei diritti umani in India è in caduta libera e le condizioni umanitarie, nonostante la continua crescita economica, sono in continuo peggioramento. I rami del bayan si estendono per chilometri e chilometri, ma non si riesce più a vedere cosa ci sia sotto, fin dove si debbano spingere le radici per sostenerlo, in che cosa affondino. Forse, Amit Shah lo sa.