Sono passate cinque settimane dallo scoppio del caso dei Panama Papers. Se si scorre l’elenco dei partner dell’ICIJ, ad oggi non avreste trovato il New York Times e il Washington Post. Inizialmente il Consorzio internazionale per il giornalismo investigativo non aveva invitato a partecipare i due colossi dell’informazione, scegliendo come partner statunitense i quotidiani del McClatchy Group (azienda editoriale che possiede una trentina di giornali locali americani diffusi in tutto il Paese).
Un paio settimane fa il Times e il Post hanno trovato un accordo con l’ICIJ e solo ora hanno avuto accesso agli 11.5 milioni di documenti, fatti trapelare dalla fonte anonima John Doe, che contengono i dati di centinaia di migliaia di compagne off-shores.
Ma perché due dei giornali più famosi al mondo partecipano solo ora alla più grande fuga di documenti finanziari della storia? Molti quotidiani non sono d’accordo con la politica dell’ICIJ della “condivisione radicale”, che prevede che tutti i giornalisti che decidono di collaborare devono promettere di condivedere le scopertem, mantenere la riservatezza e pubblicare le storie solo dopo aver ricevuto l’approvazione dell’ICJI.