“Credo che il mio operato come presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero un secondo mandato. Ma niente, niente può ostacolare la salvezza della nostra democrazia, compresa l’ambizione personale”. Sono queste le parole che Joe Biden ha rivolto al popolo americano dallo studio ovale. Nel suo discorso a reti unificate il presidente degli Stati Uniti ha voluto spiegare ai suoi concittadini la sua scelta di abbandonare la corsa per la rielezione, una decisione già annunciata con una lettere pubblicata sui social ma che Biden ha ritenuto opportuno spiegare in diretta.
L’inquilino della Casa Bianca ha però escluso le dimissioni, annunciando che continuerà il suo lavoro fino alla fine del mandato e ha dato la sua benedizione alla candidatura della vicepresidente Kamala Harris: “È una tosta, è capace, è stata un’incredibile partner con me, la leader del nostro Paese”. Dopo l’attentato fallito a Donald Trump le sorprese non sembrano dunque destinate a finire in queste elezioni presidenziali, che si preannunciano tra le più combattute di sempre. Se Harris ha praticamente la nomination democratica in tasca, Donald Trump è pronto a dare battaglia alla sua nuova sfidante sfruttando l’aura di sopravvissuto alla morte ed esaltando l’americanismo esasperato della sua base elettorale.
Kamala alla ribalta
Nonostante la prassi voglia che la nomina ufficiale di un candidato venga indicata dai delegati della Convention del partito, pare proprio che i democratici abbiano deciso in tempo record che sarà la vicepresidente Harris a sfidare the Donald nella corsa alla Casa Bianca. Secondo un sondaggio dell’Associated Press, infatti, la Harris avrebbe già in tasca i 1976 delegati necessari per ottenere la nomination.

Dopo la rinuncia alla corsa di Biden alla rielezione, Kamala Harris ha definito l’eredità del presidente come ” senza pari”
Dalla sua parte si sono schierati poi gran parte dei pezzi grossi del partito, inclusi i coniugi Clinton. Lo stesso ex presidente ha pubblicato un post su X in cui ha affermato che i Billary faranno tutto quello che possono per supportare la vicepresidente, mentre Nancy Pelosi, ex speaker della Camera dei Rappresentanti e figura iconica dei democratici, ha affermato in una nota di appoggiare Harris con «immenso orgoglio e ottimismo». Più defilata è stata invece la posizione di Barack Obama. L’ex presidente, molto amato dall’area liberal e ancora influente nel partito, ha preferito rilanciare l’idea delle primarie e attendere il risultato della Convention, una posizione che non ha mancato di suscitare commenti.
Dal punto di vista finanziario la Harris sembra per ora non avere rivali in corsa, anche se ovviamente va chiarito che nulla sarà certo fino alla Convention. Tuttavia, dopo il ritiro di Biden, i finanziamenti elettorali sono lievitati, tanto che sono stati raccolti 81 milioni di dollari in un giorno, e secondo lo staff della campagna sarebbe “la più grande quantità di denaro raccolta in un arco di 24 ore nella storia presidenziale”.
L’eccitazione degli ultimi giorni sembra dunque aver cancellato quel malumore di molti ambienti interni allo stesso partito democratico, che pure avevano criticato la Harris per la sua presunta inefficienza sui dossier che le erano stati assegnati, ad esempio quello dell’immigrazione illegale dal Messico, cavallo di battaglia usato tutt’ora dai repubblicani per attaccare l’attuale amministrazione: «Credo che Kamala Harris, in questo momento, al di là delle sue debolezze, sia l’unica figura democratica nota e ‘spendibile’ a livello nazionale. Come Vicepresidente ha un ruolo istituzionale, gode comunque di sostegni interni al partito e ha dimostrato di avere la capacità di mobilitare rapidamente importanti sostegni finanziari. Inoltre, con l’endorsement di Biden, ‘eredita’ di fatto la macchina elettorale del Presidente. Tutti questi elementi la mettono dunque in una posizione di vantaggio», ci spiega il professor Gianluca Pastori, professore associato alla Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica di Milano e Associate Research Fellow dell’ISPI.
Dietro il ritiro di Biden
Da tempo Trump ha imposto a Biden il nomignolo “Sleepy Joe”, “Joe l’addormentato”, e il 27 giugno, durante il confronto fra i due candidati alla Casa Bianca, a milioni di americani è parso che quello del Tycoon non fosse un semplice insulto quanto una realtà lampante. La performance del presidente durante il dibattito trasmesso dalla CNN non sembrava lasciare dubbi: Biden si presenta con una voce roca, spesso balbettante e in molti casi non riusciva a tenere il filo del discorso, mentre l’avversario si era presentato energico, forse un po’meno prepotente, ma determinato a vincere.
Sono poi seguite ulteriori gaffe, a cui Biden non è certo nuovo, che hanno gonfiato ulteriormente la polemica, come l’aver confuso Zelensky con Putin durante il vertice per i 75 anni della Nato oppure l’aver dichiarato in un’intervista di essere “la prima vicepresidente afroamericana, la prima donna afroamericana a servire con un presidente afroamericano”. Ovviamente intendeva dire di essere stato il primo vice a servire un presidente nero e di aver scelto Kamala Harris come suo numero due una volta arrivato alla Casa Bianca.
La pessima performance al dibattito e le ulteriori gaffe hanno dunque messo in allarme gli esponenti del partito e subito sono cominciate le pressioni affinché il presidente rinunciasse alla rielezione, mentre molti finanziatori hanno

L’attore George Clooney è stato uno dei primi a chiedere la rinuncia di Biden e a sostenere Kamala Harris
minacciato di ritirare le proprie donazioni alla campagna. “È legittimo chiedersi se è stato un caso o c’è un problema”, ha dichiarato Nancy Pelosi, riferendosi alla condizione di smarrimento di Biden durante il dibattito, mentre il 10 luglio il New York Times ha pubblicato un editoriale firmato da George Clooney: “Amo Joe Biden. Come senatore. Come vicepresidente e come presidente. Lo considero un amico e credo in lui- ha scritto l’attore- ma l’unica battaglia che non può vincere è quella contro il tempo. Nessuno di noi può […] Joe Biden è un eroe: ha salvato la democrazia nel 2020. Abbiamo bisogno che lo faccia di nuovo nel 2024”.

Non solo la vecchiaia, anche alcune scelte come quelle sul conflitto a Gaza avevano alienato a Biden una parte dell’elettorato democratico. Un esempio è l’elettorato musulmano, critico verso la politica nel conflitto a Gaza
Nonostante il ritiro di Biden sia stato presentato come dovuto principalmente all’età avanzata e dunque al rischio di non essere in grado di governare, anche le scelte politiche effettuate negli ultimi quattro anni e i due conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente hanno avuto il loro peso. Secondo il professor Pastori: «Al di là dell’età, dietro al ritiro di Biden c’è un insieme di fattori, fra cui anche il calo della sua popolarità in alcune constituency importanti. Segnali in questo senso erano arrivati già durante le primarie, quando, per esempio, gli elettori musulmani hanno espresso in diverse occasioni il loro scontento per quelle che hanno visto come le ambiguità dell’amministrazione di fronte alla vicenda di Gaza. Nel caso dell’Ucraina, la questione è in parte diversa: il calo di consensi verso la politica della Casa Bianca sembra riflettere la stanchezza dell’elettorato per un conflitto che appare ormai in stallo».
Volontà di Dio e americanismo: Trump alla carica
“Il primo partito a mandare in pensione il suo candidato ottantenne sarà quello che vincerà queste elezioni”, aveva dichiarato Nikky Haley, ex sfidante di Donald Trump alle primarie repubblicane. Sarà vero? Solo il voto di novembre potrà dircelo. Per ora la profezia dell’ex rivale e ora sua sostenitrice non sembra preoccupare l’ex presidente, che alla Convention di Milwaukee ha ricevuto la scontata nomina del GOP per la corsa alla Casa Bianca insieme al compagno di corsa J.D. Vance, senatore repubblicano scelto ufficialmente dal Tycoon come compagno di ticket: Vance proviene dalla base repubblicana, si è laureato a Yale e a differenza di Trump proviene da una famiglia proletaria dell’Ohio.
Nel suo discorso di accettazione Trump si è lanciato in un’invettiva infuocata contro gli ultimi quattro anni di amministrazione democratica, definendo Biden come il “peggior presidente di sempre”. Ha parlato di inflazione, del completamento del muro al confine col Messico, di maggiore indipendenza energetica, ribadito il sostegno a Israele e la durezza nei confronti dell’Iran e paventato la costruzione di un sistema missilistico di difesa, simile a quello pensato da Reagan, sul modello dell’Iron Dome israeliano.
Non potevano certo mancare riferimenti all’attentato subìto. Lo stesso Trump ha parlato della sua presenza sul palco come della “volontà di Dio”, un’ affermazione forte, sostenuta tra l’altro da Monsignor Carlo Maria Viganò, ex Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, scomunicato per delitto di scisma dalla Chiesa Cattolica. Forse Trump ci crede davvero o forse ha pensato di sfruttare l’accaduto, come del resto avevano previsto alcuni analisti, per costruirsi un’aura messianica. Ma quanto può essere utile questo riferimento religioso alla campagna? Secondo il professor Pastori: «Almeno dagli anni Ottanta, i gruppi evangelici sono uno dei punti di forza del voto repubblicano. Non è un caso che durante la convention il tema della ‘missione divina’ sia stato evocato non solo da Trump, ma da diversi altri oratori. Personalmente, credo sia comunque da capire quanto questa strategia permetta davvero di attirare voti nuovi o non sia solo un modo di galvanizzare le proprie truppe e di alimentare la polarizzazione che già divide il paese».

Hulk Hogan nel suo iconico gesto di strapparsi la maglietta, sotto la quale c’è una canottiera che riporta i nomi di Trump e Vance
Certo in un’elezione come questa, caratterizzata da una polarizzazione così alta, la galvanizzazione dell’elettorato sarà certamente all’ordine del giorno. E forse è proprio questo il motivo della presenza alla convention di figure come la star del Wrestling Hulk Hogan e Dana White, presidente dell’Ultimate Fighting Championship. Nel suo discorso Hogan ha esaltato la Trumpmania e definito l’ex presidente un “eroe” e un “vero americano”, mentre White lo ha elogiato come l’”essere umano più duro e resiliente che abbia mai incontrato”. Tali dimostrazioni di machismo e di americanismo esasperato, tipici del movimento MAGA (Make America Great Again!), guidato da Trump sono certamente segno di voler rappresentare un’America diversa da quella immaginata dai rivali. Come spiega il professor Pastori: «Ovviamente, la scelta di figure ‘popolari’ (e magari un po’ ‘trash’) come Hogan e White è funzionale alla volontà di parlare a una ‘America profonda’, di cui Trump e Vance si propongono come rappresentanti, e anche di marcare la loro diversità rispetto al mondo ‘snob’ dei democratici e delle star ‘impegnate’ che sostengono i loro candidati».
Certo è che il messianismo e l’americanismo esasperato, se da un lato possono essere strumenti per galvanizzare le truppe, dall’altro toni troppo esasperati potrebbero alienare al ticket Trump-Vance le simpatie delle componenti moderate del partito, all’apparenza un monolite compatto. Del resto già durante il suo mandato alla Casa Bianca, soprattutto dopo l’assalto a Capital Hill, l’ex presidente si era alienato le simpatie di figure come l’ex presidente George W. Bush, il falco della politica estera ed ex consigliere di Trump per la Sicurezza Nazionale John Bolton, l’ex governatore della California e star di Hollywood Arnold Schwarzenegger e Mitt Romney, senatore dello Utah e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2012.