L’orecchio è visibilmente incerottato, del resto sono passati solo pochi giorni da quando Donald Trump è scampato ai colpi sparati dal fucile AR-15 di Thoma James Crooks. L’ingresso dell’ex presidente alla Convention Repubblicana di  Milwaukee, nel Wisconsin, è stato coronato da una standing ovation tributata dai 2400 delegati presenti, che all’unisono hanno lanciato il grido “Usa! Usa!” e “Fight! Fight”, lo stesso urlato da Trump ai suoi sostenitori lo scorso sabato dopo essere scampato all’attentato.

Anche se finora non pare ci sia alcuna probabile affiliazione dell’attentatore ad una qualche organizzazione più grande, alcune testimonianze dirette di chi era presente alla sparatoria continuano a enfatizzare le evidenti falle nella sicurezza, specie dopo la messa in rete di un video girato da uno dei presenti in cui si vedeva lo stesso attentatore mentre si muoveva sul tetto dell’edificio da cui poi sono partiti i colpi. L’autore della ripresa avrebbe poi cercato di avvertire gli agenti della polizia locale presenti sul posto, i quali però avrebbero deliberatamente ignorato l’avvertimento.

La polemica si è infiammata ancora di più dopo la recente notizia data dalla CNN secondo cui alcune fonti dell’intelligence avrebbero avvertito il Secret Service, ancora prima del giorno dell’attentato, di un possibile piano orchestrato dall’Iran per eliminare Trump. L’ex comandante in capo nel 2020 aveva infatti ordinato l’omicidio mirato in Iraq del generale Qasem Soleimani, figura di spicco del regime di Teheran e comandante delle Guardie Rivoluzionarie, meglio note come Pasdaran, la potente milizia della repubblica islamica. La motivazione sarebbe quindi un regolamento di conti. È da chiarire  che pare non esista alcun collegamento tra Crooks e questo presunto piano di assassinio.

Mentre le indagini dell’FBI e l’inchiesta sulla condotta del Secret Service vanno avanti, il presidente Biden ha pronunciato a Las Vegas un discorso infuocato in cui ha chiesto la condanna della violenza e si è scagliato contro la vendita del fucile AR-15: «Questa arma d’assalto ha ucciso tante altre persone, compresi i bambini. E’ ora di metterla fuori legge», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca.

Le parole del presidente non sembrano però essere dirette contro il possesso di armi, quanto piuttosto contro un fucile salito alla ribalta della cronaca per essere stato utilizzato in alcune delle più famose stragi degli ultimi anni, senza accenno ad altre possibili limitazioni all’acquisto di altri tipi di armi. «Personalmente non credo che l’attentato a Trump possa portare a un cambiamento di queste regole né innescare un dibattito significativo sul tema». Cosi’ commenta Gianluca Pastori, professore associato alla Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica di Milano e Associate Research Fellow dell’ISPI (Istituto di Politica Internazionale).

Ad oggi quali sono i requisiti minimi per acquistare un’arma negli Stati Uniti?

“E’ difficile generalizzare perché gran parte della legislazione sulle armi, l’acquisto e il porto (compresa la legislazione che mette al bando certe categorie di armi, per esempio quelle automatiche) non è di competenza federale, ma dei singoli Stati. Oggi, le norme federali prevedono solo: un’età minima per l’acquisto (18 o 21 anni, rispettivamente per armi da fuoco lunghe o corte);  un controllo sui precedenti dell’acquirente (con modalità definite dai vari Stati ma che i genere sono piuttosto rapide); infine, il divieto di vendere armi ad alcune categorie considerate ‘a rischio’ (pregiudicati, militari congedati con disonore, latitanti, tossicodipendenti, persone con problemi mentali, immigrati clandestini, persone soggetti a ordinanze restrittive, persone con precedenti per violenza domestica, ecc). Gli Stati possono ‘irrigidire’ questi requisiti ma non attenuarli.

L’attentato a Trump è stato sicuramente uno shock ma non è una novità nella politica americana dati gli attentati riusciti o falliti ai danni di presidenti o di potenziali candidati alla Casa Bianca. Esistono delle circostanze politiche che possono effettivamente portare al compimento di tali atti? 

Parlando dell’attualità (senza risalire, per esempio, al XIX secolo) e al di là di eventuali profili patologici degli attentatori è essenzialmente il grado di polarizzazione politica che alimenta questi comportamenti. A mio modo di vedere, proprio questa polarizzazione è il filo rosso che lega l’attentato a Trump, per esempio con l’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Occorre inoltre ricordare che il tasso di violenza politica negli Stati Uniti è in crescita da molti anni; un fenomeno che ha portato un aumento degli attentatati contro figure politiche e funzionari e a una proliferazione dei ‘crimini d’odio’ etnico, razziale o religioso, anche con esiti sanguinosi.

Si sa che il Secondo Emendamento della Costituzione garantisce il diritto dei cittadini di essere armati, ma come è possibile che la cultura delle armi sia così tanto radicata nella società americana? Esistono fattori storici, sociali o di altro tipo che hanno permesso il radicamento di questa cultura?

Il Secondo emendamento rispecchia la situazione dell’epoca in cui è stato adottato, alla fine del XVIII secolo; si è consolidato negli anni ‘della Frontiera’, anche qui rispondendo al bisogno ‘sociale’ dell’autodifesa, quando l’autorità degli Stati e/o del governo federale era ancora limitata. Successivamente, con il rafforzarsi delle istituzioni, il Secondo emendamento si è affermato ideologicamente come il simbolo della libertà del cittadino contro l’invasività del potere (nella giurisprudenza è la c.d. “individual rights theory”). Credo sia questo valore simbolico che lo rende tanto caro a una parte dei cittadini statunitensi. Non a caso, chi si oppone alla regolamentazione del diritto a portare armi è spesso anche un fautore dello ‘Stato minimo’ e dello Stato che si ingerisce il meno possibile nella vita dei cittadini. Incidentalmente, vale comunque la pena di osservare che, secondo una ‘altra parte della giurisprudenza (quella che si appoggia alla cosiddetta “collective rights theory”), il Secondo emendamento non escluderebbe ‘in sé’ che il diritto individuale a portare armi possa essere regolamentato.

Si parla spesso della National Rifle Association, generalmente famosa come la “lobby delle armi”. Come agisce questa lobby e quanto è influente a livello politico negli Stati Uniti?

La NRA agisce come tutte le lobby in Congresso, promovendo l’adozione di una normativa sulle armi favorevole agli interessi dei suoi associati; conduce inoltre campagne per sensibilizzare l’opinione pubbliche sul tema del diritto a portare armi. D’altra parte, l’azione della NRA non rappresenta il solo ostacolo alla regolamentazione del settore. Essa riesce ad essere tanto efficace non solo perché la lobby muove capitali importanti ma anche perché sostiene una posizione condivisa da una larga fetta dell’opinione pubblica, ovvero di elettori che i politici a livello federale e dei singoli Stati non vogliono scontentare.