Uccisi a colpi di machete, una strage. Consigliato da uno stregone Vodoo, che lo aveva convinto che gli anziani della comunità avevano maledetto suo figlio, morto a seguito di una malattia, Monel “Mikano” Felix, capo della gang locale haitiana Wharf Jérémie , ha ordinato il massacro della popolazione sopra i sessant’anni a Cité Soleil, baraccopoli situata nei pressi della capitale Port Au Prince. Si stima le vittime siano circa 184.

Ciò che è successo questa settimana ad Haiti non è solo il frutto di una pericolosa combinazione tra potere e superstizione, ma porta a chiedersi come certe cose possano avvenire senza che vi sia un’autorità superiore che possa prevenirle. In realtà ad Haiti lo stato praticamente non esiste e a farla da padroni sono le gang locali, una situazione che si trascina da marzo ma che ha radici molto profonde. Eppure, nemmeno la comunità internazionale sembra in grado di far fronte alla situazione.

Ad Haiti a dominare sono le gang

«Le gang nascono a Port-au-Prince e agiscono fondamentalmente in quella città. Sono un fenomeno urbano», analizza Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire ed esperta dell’ America Latina. «Si trattava di gruppi armati paramilitari al soldo della vecchia dittatura della famiglia Duvalier, che ha governato Haiti dagli anni ’50 fino al 1986. Poi, con la transizione democratica, queste bande si trovano disoccupate. Non per molto in realtà, perché vengono arruolate dai vari politici di turno come braccio elettorale, per guadagnare consensi in termini istituzionali. Peccato che la competizione politica verrà intesa come lotta fra bande che costringono gli elettori a votare per l’uno o per l’altro partito, fino a quando questi gruppi, dopo una crescita progressiva, finiscono per mettersi in proprio». Quanto descritto fa emergere le gravi responsabilità dello Stato, incapace di controllare un crescente malcontento che, com’era prevedibile, avrebbe portato al disfacimento di tutte le istituzioni: «Tutto si è mosso gradualmente, fino ad una vera e propria esplosione di violenza: con l’omicidio dell’ex Presidente Jovenel Moïse, crivellato di proiettili all’interno della propria abitazione nel 2021, Haiti ha perso il suo ultimo Capo di Stato». Da quel momento in poi i gruppi armati diventano davvero autonomi e assumono il controllo di fette crescenti del territorio della capitale: «Oggi come oggi, nonostante fonti ufficiali affermino che comandano il 90 per cento di Port-au-Prince, per esperienza diretta, ti direi che la loro autorità vige su tutta la città, al 100 per cento».

 

Jimmy Chérizier, detto Barbecue. Il gangster più potente di Haiti

Jimmy Chérizier, detto Barbecue. Il gangster più potente di Haiti – Foto Bbc

Jimmy Chérizier, Barbecue

Se, almeno in un primo momento, le gang si facevano la guerra tra loro e cercavano di accrescere il loro potere e la loro influenza a scapito delle altre, ora c’è un uomo che si è messo al centro, una figura senza scrupoli che, da ex poliziotto e servitore dello Stato, è diventato il vero Presidente della “Repubblica delle Gang”: «Jimmy Chérizier, detto Barbecue, è il leader di un “non-Stato”. E ne è anche la testa più pensante. Nonostante lui faccia di tutto per porsi come un capo popolo, una sorta di liberatore degli oppressi, è, a tutti gli effetti, un gangster che cerca di accaparrarsi un ruolo politico. L’attuale esplosione di violenza è proprio dovuta al fatto che, in un momento di vuoto di potere, Barbecue ha voluto porsi come l’ago della bilancia e dimostrare che, se non si negozia con lui, nessuno può governare Port-au-Prince». Un uomo che non teme le interferenze degli altri Stati, ma che anzi li accusa di essere i veri responsabili della violenza che sconvolge l’integrità dell’isola: «Non voglio far parte del sistema. Lo combatto. Combatto chi ha ridotto Haiti in questo stato: quel 5 per cento che si è accaparrato il 95 per cento della ricchezza nazionale con la complicità dei governi corrotti e di Francia, Usa e Canada, senza il cui sostegno, nessuna decisione politica viene presa. Chi è allora Jimmy Chérizier? Un difensore del popolo haitiano». Un tutore che si serve di circa 20mila persone, quante se ne contano all’interno dei gruppi armati, per controllare ciò che rimane di Haiti.

Ma chi è che riempie le fila di queste gang? «Nell’80 per cento dei casi, si tratta di ragazzi sotto i 18 anni, reclutati nelle baraccopoli. Prendono questa decisione perché non hanno altra alternativa. Sono estremamente violenti, ma sono bambini e questo va tenuto presente». Ragazzini cresciuti nel disagio, in condizioni di povertà estrema, che imbracciano armi di nuova generazione e commettono crimini atroci. Il massacro avvenuto a Wharf Jérémie  è solo l’ultimo in ordine di tempo. L’ennesima strage di innocenti, morti senza un perché: «Sebbene Barbecue sia riuscito ad unire le bande armate, neanche lui ne ha il pieno controllo e il massacro a cui abbiamo assistito ad inizio dicembre ne è un ulteriore esempio».

 

Le armi delle gang

Una disponibilità di armamenti che, però, appare quantomeno insolita, essendo Haiti uno dei Paesi più poveri al mondo: «C’è un importante traffico di armi dagli Stati Uniti. Sono traffici illegali che partono soprattutto dalla Florida. Non è una novità, ma il controllo continua a non essere esercitato correttamente. È anche per questo che sono molto ben equipaggiati».E i soldi? Dove trovano la disponibilità economica per acquistare armi e munizioni? «I primi a foraggiarli sono stati i funzionari dei vecchi governi, intenzionati ad intimidire i loro avversari politici. Poi, quando si sono messi in proprio, sono riusciti a sostenersi soprattutto grazie alla loro posizione favorevole dal punto di vista geopolitico: ad Haiti non c’è una dogana e nemmeno il controllo delle frontiere; quindi, è un comodo trampolino di lancio per il traffico internazionale di stupefacenti, in particolare della cocaina». In pratica, le gang fanno pagare una sorta di pedaggio ai narcos che, in questo modo, vengono autorizzati ad utilizzare l’isola come punto di scalo marittimo. Quanto descritto permette ai narcotrafficanti di ridurre i rischi e agli Haitiani coinvolti di trarne un profitto sicuro. Anche per questo le spiagge sono “off limits”:«L’unica zona in cui non riesci ad avvicinarti a nessun prezzo è la costa, perché da lì arrivano tutti i traffici, che rendono quell’area inavvicinabile».Ci sono però anche altre attività profittevoli: estorsione e sfruttamento della prostituzione. Tutto avviene alla luce del sole, in uno Stato che non è più considerabile tale: «Le gang non hanno una strategia di tipo statale, anche perché non hanno una strategia neanche a sé stesse. A differenza loro, i narcos messicani sono imprese. Hanno un programma sia politico sia economico feroce, si pongono obiettivi chiari. Gli Haitiani sono più “primitivi”».

Barbecue con componenti delle gang - Foto: GETTY IMAGES

Barbecue con componenti delle gang – Foto: GETTY IMAGES

Uno Stato primordiale retto da Jimmy Chérizier, l’autoproclamato “Robin Hood haitiano”, che, non molto tempo fa, si esprimeva così: «O Haiti diventa un paradiso per tutti, oppure un inferno per tutti». Si aprono quindi due strade, ma quella che Haiti ha iniziato a percorrere somiglia sempre più ad una discesa negli Inferi, con Barbecue in veste di Caronte.

 

L’impotenza della Comunità Internazionale

La situazione nello stato caraibico, nonostante sia più volte balzata agli occhi della comunità internazionale, sembra essere ben lungi dall’essere risolta. Il 25 giugno è giunto un primo contingente internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione contro lo strapotere dei boss locali.Una forza guidata dal Kenya e composta principalmente da poliziotti kenyoti, seguiti da elementi di Belize, Jamaica e Bahamas. Fin da subito questa task force non ha portato risultati significativi, anzi non ha raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati. In primis non si tratta di una forza militare e in secondo luogo gli effettivi previsti sono stati poi drasticamente ridotti: dai 2500 previsti non si è arrivati alle 500 unità, «Nessuno li ha mai visti ad Haiti, sono chiusi in una base americana, non escono, non pattugliano, non ci sono. Cioè ci sono sulla carta, non nella realtà del controllo, ma perché non possono farlo essendo 400. Cosa possono fare contro la forza delle gang, che si stima intorno alle 20 mila unità?».

Sembra che l’unica opzione possibile per sbaragliare le gang sia dunque quella di un intervento armato sotto l’egida delle Nazioni Unite. «Ora, non piace a nessuno l’idea di un intervento, però davvero sembrano non esserci molte altre alternative per aiuti, a meno di non voler tenere questa situazione di guerra, del tutti contro tutti», spiega ancora Lucia Capuzzi: una missione internazionale per distruggere le gang avrebbe comunque costi umani altissimi, sia per il numero degli effettivi che queste hanno a disposizione, sia per la quantità di armi che queste possiedono: «Le gang sono molto armate e risponderanno, e sarà un bagno di sangue. E nessuno vuole assumersi queste responsabilità».

Ma non è solo il timore dell’enorme responsabilità in termini di vite umane a frenare l’intervento della Comunità Internazionale. Haiti è sottoposta di continuo agli umori dei principali attori internazionali e delle loro querelle. Un esempio è stata la proposta statunitense al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di creare una forza di pace per Haiti, che però è stata bloccata da Cina e Russia. Secondo Capuzzi ciò non sarebbe stato motivato tanto da interessi strategici quanto piuttosto dal gioco dei veti incrociati: «Non si tratta di Iraq, Palestina o Ucraina. Non gli importa nulla di Haiti, mentre gli importa dire “No” agli Stati Uniti».

 

Così vicini, così lontani: il razzismo della Repubblica Dominicana

Haitiani deportati dalla Repubblica Dominicana. Foto New York Times

Haitiani deportati dalla Repubblica Dominicana – Foto New York Times

Se non può contare sull’appoggio dell’Onu, allo stesso tempo Haiti non ha un amico nemmeno nella Repubblica Dominicana, con cui condivide il territorio dell’isola di Hispaniola. Non solo i dominicani non si sono interessati della sorte dei vicini, ma la vena di razzismo che contraddistingue il loro comportamento li ha portati anche a chiudere i confini e ad attuare deportazioni degli immigrati haitiani sul territorio di Santo Domingo.Secondo una stima del New York Times, da ottobre ad oggi ci sarebbero state 71mila deportazioni, contando anche donne incinte e bambini,  e secondo alcuni funzionari l’obiettivo sarebbe arrivare a 10mila la settimana. “Le motivazioni di questo odio sono antiche e risalgono all’inizio del Novecento quando gli Haitiani hanno invaso il territorio della Repubblica Dominicana. C’è poi da considerare che essendo di colore e parlando il francese sono considerati un corpo estraneo in America Latina. Dopo di che gli haitiani sono i poveri fra i poveri, sono voodoisti in gran parte e sono considerati, appunto, quelli che vanno a togliere il lavoro, che sono troppo poveri ecc. Tutti gli stereotipi classici del razzismo vengono applicati agli Haitiani».