Stavolta Marracash ha vivisezionato la sua personalità. Se nel primo album Persona aveva risputato gli organi vitali del corpo umano in tutta la loro crudezza e nel secondo capitolo di questa trilogia introspettiva aveva messo a nudo le ipocrisie della società sempre più esclusiva di Noi, Loro e Gli altri, con È Finita La Pace, Marracash si ritrova a guardarsi dentro e a smascherare le proprie ipocrisie parlando prima di vittimismo, poi di amori tossici e di dipendenze da cui diceva di essere guarito, ma che evidentemente non l’hanno mai abbandonato. La più importante e nociva sembra essere la dipendenza affettiva: per questo nell’album ci propone molti pezzi che parlano d’amore, e di amori finiti male.
“Tu vuoi raccontarti che sei stato vittima, che rispetto agli altri la tua rabbia è più legittima” è un verso che riecheggia a ogni ascolto così come “bisogna smetterla di smettere”. Siamo di fronte al tratto più fragile e sincero di questo capitolo della produzione del liricista della Barona.
Il capolavoro di Ivan Graziani, Firenze – Canzone Triste, dona la title track all’album. Nel brano, la desolazione del cantautore abruzzese viene descritta da un complicato amore a tre, che però vedrà i due uomini, innamorati della stessa donna, diventare amici, o meglio, “compagni di avventura”. Graziani si riscopre un “fottuto di Malinconia”, ma la tristezza di Marracash è più concreta, meno platonica. E lo dimostra il ritorno del timbro urlato, come in Nemesi (feat. Blanco, Noi, Loro, Gli Altri).
Marracash è un artista che non sa scrivere se non in un evidente stato di conflitto. È facile poi sfociare nel conflitto d’interessi, ma a Marracash interessa poco essere un esempio di coerenza o integrità. Se lo è, lo è solo per sé stesso, ma da tempo ormai ha capito che lo spiegone è una pratica che non attecchisce tra i suoi fan. Lui non dice, lui fa. “Fuck Evil Musk, ho venduto la Tesla” E questo artista funziona perché parla a cose già avvenute, con la lucidità e il merito, però, di anticiparle, ma non spiegarle. “Show, don’t tell.” L’ascoltatore si ritrova spesso appiccicato a un muro quando si accorge della densità dei testi. Si sente quasi soffocato. È per questo che gli album di Marracash bisogna farli decantare, e bisogna prendersi il tempo di respirarli. Ogni parola è un tassello di un mosaico pensato, ragionato e studiato per anni. E magari vomitato in poche ore di estro creativo.
La versatilità di questo progetto, che si posiziona con prepotenza vicino all’insofferenza di GNX di Kendrick Lamar, sia per la modalità d’uscita, sia per le tematiche trattate, ma anche per lo status raggiunto dai due artisti considerati ormai come i guardiani delle ipocrisie del nostro tempo, è palpabile quando in pezzi come Troi*, sembra ascoltare Pump It di The Substance.
L’incomunicabilità che contraddistingue i ragazzi (ma anche gli adulti) di questo tempo è spiegata alla perfezione in una barra di Penthotal. “Con quella faccetta scettica di una che interpreta, cazzo prendimi alla lettera”. L’equivoco nasce da una mancata capacità di empatizzare con l’altro. E quando si mette in gioco l’empatia, questa sconosciuta, si fanno spesso dei grandi scivoloni. Chi si ritrova ad aver già affrontato questo tipo di ragionamenti ne ha piene le scatole di artifizi retorici, e spesso procede dritto al punto, senza fronzoli e senza alcun bisogno di interpretazione da parte dell’interlocutore. Dall’altra parte si può ritrovare chi invece è nuovo a un certo tipo di comprensione umana. E non riesce a capire che la realtà è molto più semplice e diretta di come viene raccontata. Qui casca l’asino: “Io ti ho già detto la verità ma tu non vuoi sentire”. Cade anche la maschera di Marrakash, numero uno della filosofia del “cazzo-mene-frega”, ma che sembra sempre più insofferente alle logiche di un mercato musicale tossico (in cui gli è appena stato rinnovato a detta sua un contratto a sette zeri).
In Mi innamoro di un AI, simile a Her con Joaquin Phoenix, Marracash ricalca la sensazione della bulimia da apprezzamento social e l’annullamento auto-inflitto della noia vera, quella analogica. “Veri e noiosi, oppure incredibili ma finti, morire online vivere sempre dentro un render che la realtà delude tutte le promesse.” L’analisi è complementare a quella di un altro artista-antropologo moderno. L’illusione, secondo Paolo Sorrentino, infatti, sarebbe una grande occasione persa. “Quando ci lasciamo ci diciamo eh ma mi hai illuso, e la prendiamo male quando è invece il più grande regalo che ti possa fare il tuo amante. Perché ti ha fatto uscire per un determinato tempo dalla dimensione del reale, che non è questo granché. La realtà sa essere estremamente monotona e noiosa.”
Bisognava aspettare la fine di questo 2024 per fare i conti con il senso di incertezza, ansia sociale e inadeguatezza che aleggia sulle nostre teste da un po’ di anni a questa parte. Ci aveva già pensato Nayt, con il suo ultimo Lettera Q, a mettere i puntini sulle i. A Marracash è toccato mettere virgole e accenti, ma anche dei bruschi punti a capo. In Italia, solo questi due artisti hanno il coraggio di prendere a schiaffi la realtà. Finché ne avranno voglia, noi staremo qui ad ascoltare le loro analisi, lucide e incazzate.