La decisione di Trump del 6 dicembre di riconoscere Gerusalemme come legittima capitale dello stato d’Israele ha infiammato gli animi dell’opinione pubblica internazionale. Il piano prevede di conseguenza lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme entro i prossimi sei mesi. Una mossa che ha riacceso le tensioni in un’area da sempre sotto i riflettori della politica internazionale.
«Ho deciso che è giunto il momento di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele» ha dichiarato Trump. Che ha poi aggiunto: «Mentre i precedenti presidenti è rimasta solo una promessa mai portata a termine, io l’ho fatto. È l’inizio di un nuovo approccio al conflitto israelo-palestinese».
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, durante un incontro con il “ministro degli esteri” dell’Unione Europea Federica Mogherini, ha appoggiato la decisione. «È riconoscere la verità, un passo verso la pace. Trump ha messo sul tavolo i fatti per quello che sono: è evidente per tutti che Gerusalemme sia la nostra capitale».
Non si è fatta attendere la risposta del mondo arabo. Hamas, l’organizzazione paramilitare che governa la Striscia di Gaza, ha esortato il popolo palestinese ad una terza Intifada. A cominciare dai venerdì, ‘giorno della collera’ contro la decisione di Washington. I leader dei paesi islamici si sono riuniti d’urgenza a Istanbul per un vertice straordinario organizzato da Erdogan, raccogliendo il guanto di sfida statunitense: «Gerusalemme Est diventi la capitale dello Stato di Palestina». Mahmoud Abbas, presidente dell’OLP, ha dichiarato che gli Stati Uniti, con questa mossa, si sono autoesclusi dalle trattative di pace tra Israele e Palestina.
«Le conseguenze? Troppo presto per prevederne». È l’opinione di Giorgio Fubini, insegnante di italiano all’Università Ebraica di Gerusalemme, che da anni vive nella capitale ed è a stretto contatto con la realtà quotidiana e con le reazioni del mondo accademico locale.
«L’Europa pensava che la situazione fosse peggiore – racconta – ma i disordini sono meno gravi delle aspettative. La zona è tranquilla, a parte un episodio di violenza avvenuto nei giorni scorsi , quando una guardia di sicurezza è stata accoltellata alla stazione centrale. Ci sono state anche alcune manifestazioni violente, ma ora le acque si stanno calmando».
È comunque chiaro che la decisione di Donald Trump ha causato proteste e disordini, anche se meno gravi del previsto. L’8 dicembre, all’indomani del discorso del presidente americano, circa cento persone si sono radunate alla Porta di Damasco, storico passaggio tra le due parti della città, con bandiere e simboli palestinesi, intonando canti contro l’America. Lo riferisce la reporter Henriette Chacar sul sito d’inchiesta The Intercept, aggiungendo che la protesta non ha fatto in tempo a espandersi: le forze di polizia israeliane hanno sequestrato le bandiere e disperso la folla, arrestando alcuni manifestanti prima di andarsene.
Sulla situazione internazionale, la posizione di Fubini è netta. «I palestinesi non devono più rimandare un accordo – dichiara – o perderanno tutto. Hanno sempre rifiutato di trovare un’intesa, vogliono perpetuare la situazione. L’Europa ha un’influenza positiva ma li ha viziati. La Palestina soffre di una malattia storica: l’appoggio incondizionato, fin dalle prime trattative con Rabin». Per questo, la decisione di Trump «può essere positiva, se inaugurasse una nuova era nelle relazioni in Medio Oriente».
Gideon Levy, giornalista di Haaretz: «La decisione di Trump è supportata, oltre che dal governo di Netanyahu, anche dalle lobby cristiane ed ebraiche» Gideon Levy, giornalista di Haaretz, il più longevo quotidiano israeliano, si assesta su posizioni più moderate. «Trump non ha nessun piano concreto per il breve termine – dichiara Levy –. Il Dipartimento di Stato americano ha stimato che ci vorrebbero almeno tre anni per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme». Un termine molto più lungo rispetto ai sei mesi previsti in precedenza. «La decisione di Trump è supportata, oltre che dal governo di Netanyahu, anche dalle lobby cristiane ed ebraiche – aggiunge -. Nessuno è contrario al progetto tranne l’estrema sinistra».
Levy esprime scetticismo riguardo le conseguenze del recente meeting dell’Oic, sentenziando che «non succederà assolutamente nulla: quelle dei leader arabi sono solo dichiarazioni vuote». Così come i rapporti tra Stati sunniti e sciiti non muteranno di fronte alla questione di Gerusalemme capitale. La posizione di Israele è ulteriormente favorita dalle divisioni interne tra al-Fatah e Hamas, i due principali partiti della Striscia di Gaza.
Ibrahim Shomali, cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme e vice direttore dell’ufficio pastorale per Israele e Palestina, non si è particolarmente sbilanciato sulla decisione di Donald Trump in merito alla questione dello spostamento dell’ambasciata americana.
«È un gesto che ha un valore simbolico e come tale si presta a diverse interpretazioni – ha commentato Shomali –. Quello che mi sembra evidente è che si tratta di una scelta che prescinde dal codice di Diritto Internazionale, secondo il quale un’ambasciata può risiedere solo in una città che sia ufficialmente riconosciuta come legittima capitale di uno Stato». Ha poi aggiunto: «Evidentemente ci saranno motivi precisi che hanno guidato Trump, tenuto conto anche del legame che gli Stati Uniti hanno sempre avuto con Israele». Più che da una terza Intifada, Shomali si dichiara più preoccupato per una possibile terza guerra mondiale, dato che l’Europa non può considerarsi una semplice spettatrice dei fatti.
«La situazione attuale non fa che contribuire ad aumentare la tensione, dal momento che Gerusalemme è un tesoro dell’intera umanità. Ogni rivendicazione esclusiva – sia essa politica o religiosa – è contraria alla logica propria della città», come ha detto appunto l’arcivescovo Mons. Pierbattista Pizzaballa.
La posizione del Patriarcato latino di Gerusalemme inoltre è conforme alla linea della Chiesa Cattolica, espressa da Papa Francesco, che invita a rispettare lo status quo della città in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. «Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace», conclude.