Ad consultazione elettorale è sempre difficile prevedere i comportamenti dei votanti. Sicuramente i più imprevedibili sono i giovani. Ma come si stanno preparando alle imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti? Ne abbiamo parlato con Gaja Bettoli, giornalista italoamericana e autrice del libro “Shake-Up America. Capire le elezioni 2020 come un americano”.

In queste elezioni presidenziali il coinvolgimento dei giovani è maggiore o minore rispetto a quelle passate? E per quali motivi?

Si potrà dare una risposta solo al momento del voto. Certamente il fatto che 47 milioni di americani abbiano già votato induce a pensare ad un’affluenza potenzialmente elevata. Data l’alta incidenza del voto per posta in questi giorni, potrebbe trattarsi di persone che tendenzialmente votano democratico, vista la tendenza di questo partito ad appoggiarne l’utilizzo. La cosa interessante è che i giovani in America sono chiamati “first-time voters”: molti di loro infatti non avevano potuto votare nel 2016, di conseguenza il loro voto rimane un’incognita. Barack Obama nel discorso di sostegno a Biden si è rivolto proprio a questi “first-time voters”. Invece nel dibattito tenutosi a Nashville (Tennesee) nessuno dei due candidati presidenti si è appellato a loro: anzi Trump da parte sua si è rivolto esclusivamente a coloro che hanno votato per lui (anziani, donne delle periferia…).

Nel contesto americano si può parlare dei giovani come di un’entità unica e coesa o esistono differenze al loro interno (culturali, economiche e sociali)?

Le differenze ci sono e dipendono molto anche dallo stato di provenienza: un ragazzo cresciuto in Georgia non è uguale ad un altro cresciuto a Boston e laureatosi ad Harvard. Tuttavia le proteste contro il razzismo, la crisi economica e il bilancio pesante di vittime della pandemia sono fattori che hanno coinvolto tutta l’America e hanno mobilitato l’elettorato giovanile, tutte persone che desiderano lasciare un contributo alla società per cambiarla.

Quindi il coinvolgimento dei giovani dipende più dai temi della campagna elettorale piuttosto che dai candidati alla Casa Bianca?

È difficile affermarlo con certezza. Senza dubbio gli Stati Uniti sono in uno stato di crisi tale, per cui è verosimile che un giovane alla sua prima opportunità di votare si rechi alle urne. Detto questo, concordo sul fatto che non siano solo i candidati il motivo di questa partecipazione. Biden non ha molto seguito tra i giovani sia perché ha 77 anni sia in quanto membro dell’establishment. Un profilo quindi non così apprezzabile come quello di Alexandra Ocasio Cortez, giovane ex candidata alle primarie del partito Democratico e vicina alle idee di Bernie Sanders. Tuttavia un momento come quello attuale, frutto di anni di politiche inefficaci da parte di entrambi i partiti, ha creato numerosi malesseri nei rispettivi elettorati.

Questi malesseri nazionali quali conseguenze possono avere per il partito Democratico?

Il partito Democratico storicamente rappresentava la classe operaia, i cosiddetti “working men”. Negli ultimi 30 anni però il potere d’acquisto di questa parte della popolazione è diminuito notevolmente: di conseguenza queste persone si sono ritrovate con meno diritti (anche a causa dello scarso potere dei sindacati negli Stati Uniti), mentre altri segmenti della società sono ascesi sulla scala sociale. Parallelamente i Democratici hanno iniziato a sposare cause come il clima e la possibile abolizione del fracking come sostenuto da Joe Biden e dalla sua vice Kamala Harris in diverse occasioni. Questa tema è strategico in alcuni “swing states” come la Pennsylvania, dove il risultato finale è sempre incerto, pertanto una possibile proposta di abolizione alienerebbe una parte importante di elettorato teoricamente rappresentata dai Democratici e fondamentale per la vittoria. All’interno del partito Democratico ci sono quindi 2 situazioni critiche. Prima: l’adesione a tematiche che non incontrano le esigenze della classe lavoratrice. Seconda: la mancanza di ricambio generazionale interno. Un dato che non riguarda solo Joe Biden, ma anche Nancy Pelosi (speaker della Camera dei Deputati). Si tratta di figure da anni impegnate in politica e che reggono le redini del potere all’interno del partito. Quindi un ricambio generazionale sarà necessario se non inevitabile: in alcuni discorsi lo stesso Biden ha sottolineato il suo ruolo di “old man”, l’anziano saggio che agevola la transizione. Altro punto fondamentale per il partito Democratico è l’appoggio della comunità nera.

L’appoggio della comunità nera ritengo sia fondamentale, specie dopo le proteste del Black Lives Matter…

È esatto e questo vale tanto per i Democratici quanto per i Repubblicani. Lo stesso presidente Trump in alcuni suoi tweet si rivolge ai neri. Ci sono inoltre degli indicatori che mostrano come una parte dei neri voti Repubblicano. Nel 1965 Lyndon B. Johnson promulgò il Voting Right Act con il quale fu concretamente concesso il diritto di voto ai neri, ma da allora non è cambiato molto: molti membri della comunità nera si sono sentiti ignorati dal partito Democratico che tendenzialmente si rivolge a loro solo durante le elezioni. Nonostante certe uscite di Trump, una parte della comunità nera si allinea con alcune politiche del presidente come l’immigrazione: in questo caso i neri temono che gli immigrati ispanici illegali provenienti dal Messico e dagli altri stati del Sud America possano rubare loro lavoro (solitamente manuale e non specializzato).

Partendo dall’esempio della comunità nera, possiamo quindi dire che a queste elezioni è difficile parlare di elettorati realmente fidelizzati ad uno dei due partiti?

Prima di tutto la comunità nera negli Stati Uniti rappresenta il 13% della popolazione. Poi ricordiamo che ad ogni elezione americana il punto centrale è quante persone vanno a votare. Il motivo di questi dibattiti non è solo quello di aggiudicarsi i voti degli indecisi, ma soprattutto quello di spronare la propria base a recarsi alle urne minacciando la vittoria dell’avversario. Gli indecisi quindi non rientrano negli scopi del dibattito, soprattutto se consideriamo che a pochi giorni da un voto così polarizzato gli elettori hanno già probabilmente deciso la propria preferenza. L’obiettivo finale di Trump e Biden è pertanto la mobilitazione.

Tornando al tema dei giovani, Lei ha sottolineato come Biden non abbia appeal verso questo tipo di elettorato. La scelta di una candidata alla vicepresidenza come Kamala Harris può essere stata una mossa per rimediare a questo handicap?

Da un certo punto di vista, direi di sì. Trump invece ha riproposto Mike Pence che era già il suo vice. Il prossimo 20 gennaio (data dell’insediamento) Trump avrà 74 anni mentre Biden 78: non si è mai avuto un presidente così anziano. Di conseguenza le possibilità che il vice subentri alle funzioni del presidente qualora questi non fosse in grado di adempiere i propri doveri non sono poche.

Similmente ai Democratici, ci sono crisi analoghe all’interno del partito Repubblicano, innescate o meno da una figura controversa come quella di Donald Trump?

La situazione in cui si trova il paese viene spesso attribuita esclusivamente a Trump. Ma non è così. Oltre alla questione razziale, ci sono nel paese altre criticità che scontano un ritardo di anni e le cui responsabilità sono da attribuire ad entrambi i partiti. Per quanto riguarda i Repubblicani, fecero una mossa strategica: geograficamente hanno sfruttato il Voting Right Act del 1965 con il quale si sanciva il diritto al voto dei neri, per far leva sulla protesta dell’elettorato bianco degli stati del sud che tradizionalmente votava Democratico (dalla presidenza Nixon invece ha spesso votato Repubblicano). Negli ultimi anni però è cambiata molto la demografia del paese: l’elettorato bianco è molto diminuito in percentuale a vantaggio di ispanici, asiatici e afroamericani, un dato che ha costretto i repubblicani ad ampliare il proprio potenziale bacino di voti. Per tale motivo nel 2016 molti repubblicani bollarono la decisione di Trump di costruire un muro al confine messicano come una “vittoria di Pirro” in quanto giudicata una mossa in grado di alienare sul lungo periodo una parte della popolazione in costante aumento. Tuttavia i Repubblicani critici nei confronti di Trump (tra cui l’ex presidente Bush) rappresentano l’establishment e quindi sono inadatti ad influenzare un nuovo bacino di elettori.

Quindi possiamo dire che la fazione contraria a Trump dentro al partito Repubblicano è minoritaria, ma viene amplificata dai media per la notorietà dei nomi?

Direi parzialmente. Questi personaggi vengono visti dalla base che sostiene Trump come dei traditori o semplici rappresentanti dell’establishment. Spesso si parla di Trump come di un businnesman e un outsider: in realtà negli anni ‘80 egli è stato un Repubblicano, poi è diventato un Democratico, successivamente un Riformista e infine è tornato tra i Repubblicani. In molte interviste ha inoltre dichiarato di avere posizioni simili a quelle dei Democratici su certe questioni. Ma in realtà Trump non segue fedelmente le linee di partito, mentre altri presidenti del passato (Ronald Reagan, Jimmy Carter) pur essendo outsider credevano fermamente all’ideologia del rispettivo partito di riferimento.