Il virus attraversa la Penisola da capo a piedi. Alza le febbri, fiacca i polmoni, mette a dura prova contagiati, medici, infermieri, scienziati e personale sanitario – ma non è tutto. Attraversa i pensieri, sottrae energie, sfibra la tempra e sfilaccia i rapporti di chi è rimasto fuori dalle corsie degli ospedali. A trovarsi colpito è il sistema immunitario, fisico e mentale, di un Paese intero.

L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 porta infatti con sé un lato tanto penoso e familiare a molti quanto nascosto: l’ombra del malessere psichico. Esiste ed opera però chi ha deciso d’impegnarsi in prima linea su questo fronte: Andrea Pietrobon, 27 anni, ed Elisa Turano, 27 anni – entrambi medici abilitati alla professione e specializzandi del Centro di Terapia Cognitiva di Como.Insieme hanno allestito uno specifico sportello telefonico di assistenza psicologica. Un centro d’ascolto rivolto a tutti dove poter trovare, grazie a qualche consiglio, un po’ di sollievo in giornate vuote e difficili.

«Abbiamo unito e riformulato a modo nostro tre iniziative diverse: quella della dottoressa Roberta Villa con l’hashtag #facciolamiaparte, quella dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, che ha chiesto ai suoi iscritti di fare informazione dal punto di vista emotivo e psicologico, e quella della Società Italiana Psicologia dell’Emergenza, che ha proposto l’istituzione di colloqui di sostegno e d’ascolto gratuiti per gli abitanti della zona rossa». Viaggiando sui canali social, il passaparola è stato veloce:«A partire da martedì scorso abbiamo sostenuto circa dai dieci ai dodici colloqui al giorno, ciascuno della durata di mezz’ora/un’ora. Molti di meno rispetto al totale delle richieste ricevute, filtrate prima via mail – siamo stati noi a contattare in un secondo momento i casi più urgenti per proporre loro un colloquio. Ad oggi ci troviamo a gestire in due circa ottanta richieste in tutto» spiega Andrea. E prosegue, provando a tracciare un sommario identikit dei pazienti: «Quasi tutti hanno tra i 18 e i 35/40 anni, a chiamare più spesso sono ragazze e donne, tanti di loro sono studenti fuorisede o giovani lavoratori, spesso provenienti dal Sud, ma stabilitisi al Nord e rimasti qui anche durante l’emergenza. In genere le preoccupazioni dovute agli effetti dell’emergenza sulle loro vite, insieme all’isolamento e alla conseguente lontananza dagli affetti, creano una miscela in grado di far crescere l’ansia oltre il livello di guardia. A pesare sono soprattutto l’incertezza sul futuro e la precarietà lavorativa».

L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 porta infatti con sé un lato tanto penoso e familiare a molti quanto nascosto: l’ombra del malessere psichico

Ansia che, nelle parole di Elisa, diventa termometro per misurare la temperatura della crisi:«Più che di vera e propria paura, si potrebbe parlare dell’ansia come sentimento prevalente. Il nostro compito consiste nello spiegare il momento cercando di normalizzarla, perché in questo periodo è comune a tutti, non trova sfogo e tende ad accumularsi». Persino nella calma apparente della quarantena, specie in situazioni familiari al margine – dove la turbolenza nei rapporti può sfociare in violenza –, degenerando in esasperazioni pericolose: «In effetti c’è tutta una parte di soggetti che ci sfugge – parlo delle persone eccessivamente rigide, impulsive o esplosive, abituate ad esercitare il controllo su tutto, al lavoro o in famiglia. Il rischio che la situazione precipiti è reale, magari non subito, ma alla lunga sì: quando l’attenzione non sarà più proiettata fuori dalle nostre case e la tensione sarà calata, gli spazi potranno sembrare più stretti» puntualizza lei. «Il senso di oppressione non si verifica solo nelle situazioni familiari al limite: mai come in questo periodo sentiamo discorsi del tipo ‘’ho sempre avuto problemi con tizio, ma adesso…’’. È un disagio in crescita un po’ per tutti, ecco» aggiunge lui, completando il quadro.

Ad essere più soggetti alle conseguenze della perdita di un tale sostegno e ai cambiamenti repentini di questa fase sono i più deboli: bambini e anziani.

Diventa utile allora lasciar consumare il presente, evitando di recidere o allontanare legami, praticando condivisione anche a distanza, dedicandosi ad attività piacevoli e realizzando ciò che non si ha mai avuto il tempo di fare, poco per volta, lasciando in sospeso i progetti per il futuro ed evitando pensieri catastrofici. «In circostanze come questa alle persone vengono a mancare le strategie di adattamento – ossia schermi di riferimento collaudati a cui affidarsi all’interno di situazioni inedite – e il supporto sociale percepito, entrambi in grado di proteggere l’individuo dalle sorgenti di stess. Ad essere più soggetti alle conseguenze della perdita di un tale sostegno e ai cambiamenti repentini di questa fase sono i più deboli: bambini e anziani. «La situazione dei bambini è delicata, perché le scuole si stanno riorganizzando con i corsi on-line, ma da questi rimane del tutto tagliata fuori la componente sociale, determinante nel processo di costruzione dell’identità quando si è piccoli. Per gli anziani il discorso è diverso perché sono già formati, ma rischiano di sperimentare solitudine e perdita di autonomia. Bisogna saper tenere una certa condotta e agire con cautela: nei confronti dei primi trasmettendo ottimismo e positività, lasciando loro la libertà di esprimere le proprie paure, ma restituendole senza lasciare dubbi sulla sicurezza secondo cui andrà tutto per il verso giusto; verso i secondi è necessario organizzare una comunicazione affettiva ed emotiva continua ed intensa senza cedere su un messaggio: devono rimanere dentro casa, evitare di muoversi – tendono ad essere un po’ testardi, alcuni di loro non lo hanno capito».

Usciremo cambiati dalla nebbia fitta che stiamo attraversando? «Sul piano dei rapporti con l’altro, si potrebbe assistere ad una volontà di riscoprire la bellezza delle relazioni interpersonali, com’è anche vero che qualcuno potrebbe perderne l’abitudine» è il parere di Andrea. Di diverso avviso, invece, Elisa: «Il discorso è saltato fuori proprio uno di questi giorni con una persona che mi ha chiamato e, parlandomi, ad un certo punto mi ha chiesto: ‘’Ma è vero che tornerò come prima?’’. Una domanda che mi ha molto colpito, forse perché a mio parere niente tornerà come prima: sicuramente ci evolveremo. Magari non dal punto di vista delle relazioni sociali, ma nel nostro rapporto col tempo e con la rapidità con cui si vive la vita credo proprio di sì».