Durante la lettura di The Jamaican Connection è altamente consigliato l’ascolto della Playlist Spotify Flats & Hits: oltre a contenere tutti i brani presenti nell’articolo, questa manciata di canzoni creerà infatti la giusta immersione nelle atmosfere tra breve raccontate.

Quando nell’autunno del 1971 Robert Nesta Marley prese l’aereo che da Kingston, la sua città natale in Jamaica, l’avrebbe portato a Londra, non immaginava neanche lontanamente quanto la sua carriera, di lì a poco, avrebbe spiccato il volo e segnato una traccia indelebile nella storia della musica. Robert, per gli amici semplicemente Bob, quando atterrò nella “cara, vecchia Inghilterra”, era già un idolo in patria, esponente di spicco dell’allora neonata musica reggae nonché seguace e predicatore del Rastafarianesimo, movimento rivoluzionario poi divenuto vera e propria religione che, oltre a predicare un mondo governato dal popolo nero, venera come un dio sceso in terra l’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié.

Tuttavia, in Europa, e in particolar modo in Gran Bretagna, Marley non era affatto una star ma solo un giovane musicista sconosciuto con nient’altro che la sua chitarra, pochi bagagli e la speranza di un ingaggio per scrivere e incidere le musiche per un film: Love Is Not a Game. Alla fine, le musiche di Marley, così come l’intera produzione del film, non andarono in porto: imprevisto che gettò il musicista di Kingston nello sconforto. Una tristezza acuita dalla freddezza di una città come Londra, così distante dal caldo e dalla solarità dei Caraibi.Puntata 1 - Bob Marley 1Tuttavia, tale situazione, tutt’altro che positiva, non riuscì a scardinare i sogni del giovane rasta: dopo aver fatto arrivare a Londra il suo complesso, The Wailers, Bob e il suo gruppo iniziarono a cercare forsennatamente degli ingaggi che si tramutarono in una lunghissima serie di concerti in squallide location come umide palestre, refettori di scuole medie dell’Inghilterra centrale, inframmezzati ogni tanto da qualche data in piccoli locali nei sobborghi londinesi. Pur essendo ormai divenuto una superstar in Giamaica, Marley in Europa, e in particolar modo in Gran Bretagna, era solo un giovane musicista sconosciutoUn tour de force di spettacoli che portò ben pochi soldi nelle tasche di Marley e soci, incapaci anche solo di mollare tutto e ritornare in Jamaica sia a causa delle ristrettezze economiche che di certi contratti nei quali si erano invischiati.

La svolta per il gruppo avvenne nel 1972 quando Bob conobbe, tramite “amici di amici” Chris Blackwell, che oltre ad essere il proprietario della casa discografica Island Records era uno dei produttori più interessanti presenti sul suolo inglese. Nato a Londra da padre irlandese e madre costaricana, passò la sua infanzia proprio a Kingston, in Jamaica, dove, nel 1959, fondò la sua etichetta. Il suo amore sincero per la cultura del paese antillano e la sua passione per la musica reggae diedero a Blackwell la forza di credere nelle grandi potenzialità di Marley e dei suoi Wailers.Infatti, dopo aver sborsato di tasca propria 8mila sterline per liberare la band dai loschi contratti ai quali era legata, il produttore oltre a farsi consegnare i nastri per un album ottenne dal gruppo la firma di un contratto pluriennale.È proprio a partire da quelle registrazioni che la Island pubblicò, dopo aver aggiunto qualche sovra-incisione di chitarra e tastiera adattandone le sonorità alle esigenze del pubblico bianco e rock cui era destinato, Catch a Fire. Uscito il 13 aprile 1973 l’album rappresentò la tanto attesa svolta nella carriera di Bob Marley e della sua band, catapultandoli velocemente nell’empireo delle star internazionali.

Puntata 1 - Bob Marley 2Successo che si concretizzò sei mesi più tardi con la pubblicazione di un’altra pietra miliare della discografia del padre del Reggae: Burnin’. Grazie ad una schiera compatta di singoli di successo come Stir It Up, Concrete Jungle, Get Up, Stand Up e I Shot the Sheriff il giovane giamaicano fu capace, con le sue sonorità Uscito il 13 aprile 1973, Catch a Fire rappresentò la tanto attesa svolta nella carriera di Bob Marley e dei Wailers, catapultandoli velocemente nell’empireo delle star internazionali ipnotiche e i ritmi in backbeat che sembravano sempre in ritardo rispetto ai tradizionali “quattro quarti” di creare un magico mondo popolato da santi e profeti che professavano pace e fratellanza attraverso una rivoluzione collettiva basata sul superamento delle barriere individuali e l’uso della marijuana.

Risale proprio a quel magico periodo all’inizio degli anni ’70 una relazione sentimentale destinata a segnare in maniera indelebile il destino di Bob Marley. Nel 1972, infatti, il musicista giamaicano conobbe Esther Anderson attrice, fotografa e film-maker connazionale di Marley. Anderson è una delle personalità più pittoresche che l’isola delle Antille abbia mai partorito, dipinta come “una leggenda vivente, pioniera, attivista, cineasta, attrice e artista, vincitrice di premi importanti come l’NAACP Image Awards”.Puntata 1 - Bob Marley 3La sua relazione con il leader dei The Wailers è durata per circa due anni nei primi anni ’70, periodo durante il quale la coppia ha trascorso del tempo vivendo all’interno dell’appartamento londinese di Cheyne Row della Anderson, nello storico quartiere di Chelsea, acquistato dall’attrice nel 1968 dopo essersi trasferita dalla natia Jamaica. Marley, nel 1972, prima di incidere Catch A Fire mentre era alle prese col tour nei più squallidi locali di Inghilterra ha condotto un’esistenza nomade, soggiornando in diversi luoghi della capitale inglese. Ed è proprio in questo appartamento che, secondo la stessa Anderson, l’artista scrisse I Shot the Sheriff, una delle sue hit più famose. Il successo della canzone verrà ulteriormente ampliato dalla reinterpretazione di Eric Clapton del 1974 e inserita nel suo secondo album solista 461 Ocean Boulevard.

Nel 1972 Bob Marley conobbe Esther Anderson. Questo fu l’inizio di una relazione sentimentale destinata a segnare in maniera indelebile il suo destino

L’ex flirt del musicista, scomparso l’11 maggio del 1981 a soli 36 anni, dopo aver vissuto nella sua casa di Chelsea per più di mezzo secolo, agli inizi di marzo ha rischiato di perdere l’appartamento custode di tanti suoi bei ricordi. Infatti, la TPS Estates, società incaricata della gestione e manutenzione dell’edificio, ha portato in tribunale l’ex compagna di Marley, a causa di 8mila e cinquecento sterline di spese di manutenzione non pagate. La Anderson, dal canto suo, ha affermato che il mancato pagamento di tali arretrati era dovuto al fatto che, i lavori di riparazione delle crepe nel muro e nelle scale dichiarate dall’agenzia immobiliare, in realtà non erano stati eseguiti.

Mossa dal timore di perdere la sua casa nel centro di Londra l’ex attrice giamaicana, a ridosso dell’udienza per il possesso dell’immobile dello scorso 18 marzo, ha deciso di lanciare una campagna di crowdfunding sulla piattaforma GoFundMe per raccogliere 10mila sterline, usando l’hashtag #GetUpStandUpforEsther.

Puntata 1 - Bob Marley 4Sulla pagina di GoFunMe l’ex compagna di Marley ha infatti affermato: «Sono arrivata in Gran Bretagna nel 1962 prima dell’indipendenza della Giamaica, con tanta fame di successo e Mossa dal timore di perdere la propria casa, Esther Anderson ha deciso di lanciare una campagna di crowdfunding sulla piattaforma GoFundMe usando l’hashtag #GetUpStandUpforEsther il desiderio di dare prestigio al mio paese natale. Dopo aver fatto vari lavori ho rinunciato a tutto per aiutare Bob e i suoi The Wailers a compiere il loro destino. Ho comprato il mio appartamento nel 1968 a Chelsea con i soldi che ho guadagnato – ha aggiunto – e da allora è stata la mia casa e vivo qui da oltre 50 anni».

Proprio grazie alle donazioni che è riuscita a raccogliere sulla pagina del sito, la donna è riuscita a riottenere la propria casa, saldando il debito contratto con la TPS Estates. L’annuncio è arrivato attraverso un messaggio rivolto ai propri benefattori: «Voglio ringraziare tutti voi per il vostro generoso sostegno e l’eccezionale solidarietà. Terrò per sempre la vostra generosità nel mio cuore. Grazie mille a tutti coloro che hanno avuto il tempo di condividere, donare, commentare, offrendomi un grande aiuto. Ci sono molte cause al mondo che vale la pena sostenere, e una di queste è il nostro diritto di godere delle nostre amate case, dei nostri rifugi d’amore».

Grazie alle generose donazioni degli utenti di GouFundMe, l’appartamento londinese della Anderson è tornato in possesso al legittimo proprietario di un luogo che, grazie al suo passato, si è meritato un degno spazio nella storia della musica.