Il vincitore del Festival di Sanremo è quello che tutti aspettano nella notte tra sabato e domenica, quello che chiunque ricorda anche se anni dopo è diventato un completo sconosciuto. C’è però un altro premio che la maggior parte degli appassionati dimentica: il premio per la cover migliore. È una cosa molto strana, questa, perché – non lo ammetterà mai nessuno – la serata dei duetti è in assoluto la più divertente ed emozionante. Non si tratta solo del piacere di poter cantare a memoria delle canzoni storiche. Il gusto sadico di vedere i campioni sanremesi cimentarsi con canzoni evergreen, come se fossero i concorrenti di un talent qualunque, ci fa stare bene e ci fa sentire superiori. Anche noi ci siamo divertiti.
FLOP
ARIETE e Sangiovanni, Centro di gravità permanente: Rompere il ghiaccio è sempre difficilissimo, farlo con una canzone di Franco Battiato è quasi come andare al patibolo. ARIETE e Sangiovanni non erano ancora nati quando venne pubblicato quel capolavoro de La voce del padrone da cui è tratta Centro di gravità permanente e purtroppo si sente. La scenografia non è male, i due fanno il massimo: ARIETE regge il confronto solo durante il ritornello, Sangiovanni invece stecca all’inizio e non si riprende più. Il suo falsetto è da Codice penale. KARAOKE
Shari e Salmo, Hai scelto/Diavolo in me: L’arrivo di Salmo è accolto come una liberazione dopo un inizio horror di Shari che al corsivo aggiunge il vibrato. Il piano e voce del primo brano è odioso a tal punto che preferiresti far stridere la forchetta sul piatto pur di non sentire nulla. Diavolo in me invece è una bellissima cover di Salmo, uno che la voce ce l’ha e la sa usare dai tempi in cui era in una band metal, con una Shari che fa solo accompagnamento. Per fortuna. CORISTA
Mr Rain e Fasma, Qualcosa di grande: C’è chi considera Qualcosa di grande una bella canzone e chi invece l’ha sempre odiata. Sentendo quel ritornello cantato da Fasma anche i più scettici si saranno ricreduti e avranno pensato che in fondo l’originale non fosse così terribile. Il motivo dell’utilizzo prolungato e incessante dell’autotune da parte del rapper romano è ingiustificato e fastidioso. Mr Rain ha decisamente sbagliato compagno di viaggio, con qualcun altro magari sarebbe uscito qualcosa di molto più interessante. AUTODISTRUZIONE
BELLE A METÀ
Tananai e Biagio Antonacci, Vorrei cantare come Biagio / Sognami: Per i primi due minuti è tornato il Tananai sfacciato e irriverente che questo Festival ci ha fatto dimenticare. Simpatica la sua riscrittura del testo, funzionale la produzione di Don Joe. La seconda parte, con l’ingresso del vero Biagio e la cover di Sognami è una mossa troppo furba per restare impunita. PARAC**LO
Madame e IZI, Via del Campo: l’arrangiamento non è molto originale ma fa il suo dovere e riesce a smuovere qualcosa dentro. Madame riesce in un’interpretazione complicata, ma l’autotune di IZI non convince a pieno. Stiamo ancora cercando di capire se rappresenti una marcia in più o una trashata. DUBBI
SETHU e BNKR44, Charlie fa surf: SETHU aveva il mirino di tutti i puristi dell’indie rock italiano puntati contro. La scelta di esibirsi con una delle band emergenti più interessanti del momento lo ripaga del coraggio. Non si tratta di una cover trascendentale, ma il basso e il mix tra elettronica e pop-punk ci regalano una versione rimasterizzata a colori di un classico della musica italiana. VITA SPERICOLATA
TOP
gIANMARIA e Manuel Agnelli, Quello che non c’è: Manuel Agnelli sul palco dell’Ariston è una garanzia: due anni fa una versione rock irriconoscibile – e per questo bellissima – di Amandoti con i Maneskin, quest’anno chiamato in causa con una sua canzone degli Afterhours. gIANMARIA traballa un po’ all’inizio ma poi gli tiene testa e ne viene fuori una reinterpretazione generazionale della disillusione. Da un lato un ragazzo di appena vent’anni, dall’altro un veterano che si muove tra pianoforte e chitarra. Le due voci si sposano e si spogliano, creando un contrasto drammatico che sfocia in una teatralità genuina, sia nella gestualità che nel tono. Non c’è artificio, ma solo anima. NUDI CON I BRIVIDI
Olly e Lorella Cuccarini, La notte vola: Una rivisitazione contemporanea di un classico. Olly sa tenere il palco come pochi altri per la sua età: la coreografia non lo mette in difficoltà – un po’ di autotune in meno non farebbe male, ma è il suo stile – i suoi movimenti sul palco sono quelli di una pop star che conosce alla perfezione le mosse dei ballerini che la circondano. Corre il rischio di essere travolto dal mostro sacro con cui condivide il palco, ma vince su tutti i fronti. Una bella sorpresa. OUTSIDER
Giorgia e Elisa, Luce / Di sole e d’azzurro: Il primo pensiero è che la scelta delle due canzoni è un po’ scontata, un modo per accaparrarsi la benevolenza del pubblico con il minimo sforzo. Poi però iniziano a cantare e non ci puoi fare nulla. L’emozione ti assale ed è pura, non c’è alcun filtro nostalgico. Inutile cercare di trovare almeno un difetto, due tra le più grandi cantanti della musica italiana e due tra le canzoni più belle. ARMONIA
MENZIONE D’ONORE per Marco Mengoni, aka PIGLIATUTTO, che canta Let It Be in una versione gospel da brividi e fa le prove per la premiazione di stasera, e per Elodie che con American Woman fa inchinare ai suoi piedi l’intero teatro. Ma noi, amanti del Festival, vorremmo che almeno in questa settimana la canzone italiana fosse omaggiata da tutti.
NON CLASSIFICATI (Articolo 31, Paola e Chiara, Gianluca Grignani e Anna Oxa)
La cover è per definizione un brano di un altro artista che viene reinterpretato. Quello che non ci spieghiamo è per quale motivo, nella serata un cui tutti i cantanti in gara eseguono un pezzo con un ospite, alcuni abbiano scelto di fare un medley del proprio repertorio. Sia chiaro, non andava contro il regolamento, ma perché non uscire dalla comfort zone anziché vincere facile? PONZI PONZI PO PO
