La prima serata del Festival di Sanremo è archiviata. Tra un Amadeus in forma e un’Ornella Muti pro cannabis, lo stupore maggiore è stato causato dall’orario di esibizione dell’ultimo artista. Gli ospiti musicali sono stati i migliori, i Maneskin hanno ribadito la loro superiorità nel live, i Meduza hanno già consacrato quest’edizione come la più dance. Berrettini ha strameritato l’omaggio ed era suo agio come ai quarti di finale di Wimbledon 2019 contro Federer; da applausi l’endorsement di Fiorello al tennis, il giorno dopo che la Gazzetta ha dedicato la prima pagina ad Ibrahimovic anziché alla vittoria di Nadal agli AO con annesso record di Slam.Ma l’Italia vive di polemiche, si sa, ed è per questo che l’attesa del Festival è una scusa per mascherare il feticcio nei confronti della cosa più importante: le pagelle dei cantanti.
Achille Lauro, Domenica
Samuele: Pronti via ed ecco il primo ospite internazionale, Machine Gun Kell… ah no! La canzone sì, rimanda a Rolls Royce per il testo, ma c’è anche un accompagnamento di chitarra alla Rino Gaetano e soprattutto un coro gospel che va a braccetto con dei fischietti estivi. Tutto insieme, tanto che sembra di stare allo zooo! Performance superba che tenta di far battere le mani ad un pubblico ancora ingessato; vedendo gli scarsi risultati, Achille decide di auto battezzarsi solo per il gusto di infastidire qualcuno. Menzione di merito all’Harlem Gospel Choir che gira i santini di Achille Lauro come facevano le ancelle in Hercules. 7,5 SANTO SUBITO
Matteo: Ha il sempre difficile compito di stappare la serata e ci riesce con un’esibizione che sveglia il pubblico in sala e sul divano. Quest’anno in versione angelo, tra i capelli biondo platino e le luci calde del palco; la trasgressione nel testo, nell’abbigliamento e persino nella scena del battesimo risulta molto meno spinta rispetto a quello a cui ci aveva abituato. Il brano è leggero e orecchiabile, grazie anche all’aiuto del coro: forse l’asticella era troppo alta. 6
Yuman, Ora e qui
S: Il vincitore di Sanremo giovani porta sul palco una canzone soul cantandola senza errori, uno dei pochi che sembra non sentire per nulla la tensione. Sicuramente crescerà con maggiori ascolti. Il ritornello funziona, un po’ meno la collana di sesterzi che indossa sotto il colletto della camicia. 6 PECUNIOSUS
M: Buon compromesso tra uno spirito soul, che di sicuro ha catturato una buona parte del pubblico medio, e il cantato moderno: un Sergio Sylvestre che paga il non essere famoso. Nel testo dice che gli “trema la voce”, in effetti anche sul palco è stato un po’ emozionato. 5,5
Noemi, Ti amo non lo so dire
S: Scende le scale con l’outfit migliore della serata, una principessa uscita dall’universo Disney. Noemi avrà pure lo stesso problema di Celentano nell’esternare il proprio amore, ma il ritornello elettro pop cucito da Dardust lo fa per lei talmente bene da coprirle la voce. Peccato per l’esibizione non proprio perfetta, la canzone è radiofonica, ma non da Noemi. Briciole è un’altra cosa. È da un po’ di anni che mi trovo a parlare di lei facendo riferimento al passato, peccato. 5 IO NON SO PARLAR D’AMORE
M: Personale delusione della serata. Dodici anni fa il suo quarto posto fece infuriare l’orchestra, che per protesta lanciò gli spartiti sul palco: di quella Noemi è rimasto solo il graffio della voce, ora costretta a rincorrere una melodia troppo incalzante. Il brano è ordinario e la produzione di Dardust lo rende ancora più radiofonico, ma l’impressione è che non siano stati valorizzati i suoi punti di forza. 6
Gianni Morandi, Apri tutte le porte
S: Passano gli anni ma lui continua ad andare forte, questa volta il merito è anche di Jovanotti che azzecca il testo. Certo, le trombe e l’esplosione anni ’50 del ritornello avranno forse fatto storcere il naso al minimalista Rick Rubin con il quale Lorenzo lavora da qualche anno. Tutto talmente perfetto che Gianni Morandi, super eccitato, rischia di mandare tutto all’aria facendo ascoltare online un estratto della canzone a poche settimane dal festival. Dai sì, l’ha fatto per sbaglio! Per fortuna, aggiungerei. 7 RISCHIATUTTO
M: Si sente la mano di Jovanotti, sia nel testo che nelle musiche; si vedono l’intensità e la voglia di sprintare del cantante, che fa saltare e applaudire l’Ariston. La proverbiale energia e l’essere sempre giovani a dispetto dell’età in accostamento a Morandi possono sembrare luoghi comuni, ma basta l’esibizione per rendersi conto che non lo sono; peraltro, nel bridge ci dà pure la conferma che il timbro c’è ancora. Il brano, in due parole, è ottimista e contagioso. 6,5
La rappresentante di lista, Ciao ciao
S: Sono loro ad inaugurare la branca di canzoni da ballare di questo Festival. Il balletto annesso è un po’ scontato, ma va premiato l’impegno. L’arrangiamento è strepitoso, forse uno dei migliori della serata: si inizia con un ta ta ra ra anni ’90, ma poi subentra un basso funky che fa dimenticare persino le continue e stancanti battute di Fiorello sul booster e i poteri forti nel braccio. Il bridge da club è un’altra bellezza. Il testo apocalittico non convince. Questa è l’ora della fine, romperemo tutte le vetrine. Tocca a noi, non lo senti, come un’onda arriverà. 7 BLACK BLOCK
M: Linea di basso ipnotica, voce strepitosa, ritornello virale e balletto: ci sono tutti gli ingredienti per una potenziale hit. Uno stile intravisto già l’anno scorso, quando il duetto con Rettore nella serata delle cover fece emergere la loro capacità di riciclare i ritmi degli anni Ottanta in favore del gradimento di un pubblico mainstream. I fan della prima ora storcono il naso, ma non manca nemmeno una critica sociale. Piacere a tutti non deve essere considerato un peccato. 7,5
Michele Bravi, Inverno dei fiori
S: Uno dei tanti vincitori di X Factor che ha rischiato di scomparire nei meandri del mercato discografico, oggi ha trovato una sua strada ed è riconoscibile. Il testo è sentito, soprattutto il verso Buon FantaSanremo a tutti, l’interpretazione di più. La canzone forse dipende troppo dall’orchestra e necessita di più ascolti per sbocciare. Speriamo non il prossimo inverno. 6 PRIMAVERA
M: Il testo forse non spicca, ma acquisisce spessore con un’interpretazione molto intensa e un accompagnamento musicale valido, valorizzato dall’orchestra. Raramente Michele Bravi spara a salve a Sanremo: è il suo habitat naturale. Sorvolo su alcune scelte dettate dalla febbre del FantaSanremo, altrimenti dovrei abbassare il voto. 7
Massimo Ranieri, Lettera al di là del mare
S: Per i primi due minuti è stato come ritrovarsi in un film Disney: il protagonista sulla barca che guarda le stelle e canta, la voce di Massimo che non mostra i suoi anni. Sembra Il pianeta del tesoro Poi inspiegabilmente, dalla seconda strofa, subentra nell’accompagnamento un’aria da sagra di paese e, come se si dovesse adeguare, Massimo Ranieri incomincia a steccare le note alte e ci si rende conto dei venticinque anni di assenza. 5,5 PERDEREEEE LA VOCE
M: Sia lui che la canzone sono d’altri tempi, ma non così fuori contesto, sia per qualche appiglio musicale che per una tematica sempre attuale: in verità, fa venire voglia di sedersi su una barca e farsi trasportare dalle onde. La prestazione vocale, però, è sottotono: l’emozione che capita anche ai grandi e, soprattutto, l’apparente difficoltà estrema del brano sono giustificazioni accettabili. 6
Mahmood e Blanco, Brividi
S: La canzone migliore della serata a mani basse, la voce di Mahmood si sposa alla perfezione con quella del giovanissimo Blanco che canta come se non sapesse di essere in prima serata a Sanremo. Fantastica la commistione degli stili opposti dei due nella parte finale del brano. Il duetto di cui non si sapeva di aver bisogno. 8 INCOSCIENTI
M: Il duetto a Sanremo è spesso una carta vincente, semmai è inusuale vederlo fare da due uomini, nonostante le loro voci si mescolino benissimo. Mahmood, più pacato e nelle vesti del fratello maggiore, cerca di contenere l’esuberanza di Blanco che si dosa, ma ha voglia di scatenarsi e di urlare. Partivano con l’etichetta di trionfatori annunciati e la sensazione è confermata: non solo il podio è praticamente certo, ma dovranno impegnarsi per perdere questo Festival. 7,5
Ana Mena, Duecentomila ore
S: Scrivere duecentomila a lettere è la metafora perfetta per esprimere la sensazione provata al primo ascolto. Una canzone che è avanguardia, come la chitarra tarantiniana del finale, che riporta in auge il genere “canzone da sagra napoletana”, mescolandolo ai temi estivi più attuali, e lancia un dissing a tutto il movimento reggaeton. Si possono utilizzare parole come Cuba libre e America latina anche a suon di fisarmonica. 10+ ANA D’INNOCENZO
M: Il rischio che raccogliesse l’eredità di Elettra Lamborghini di due edizioni fa c’era. In effetti, lo fa ma a modo suo: è una sorpresa positiva che il brano non sia troppo un tormentone estivo, quanto un avvicinamento alla musica popolare; dall’altra parte, però, è davvero troppo poco per lasciare il segno, come testimoniato dal riscontro freddino del pubblico. Lei, divertita e a suo agio sul palco, è qualcosa a metà tra una diva e una bambina al parco giochi. 5
Rkomi, Insuperabile
S: Immaginate i Muse al Lucca Comics, con Matt Bellamy travestito da Squall Leonhart di Final Fantasy, suonare Psycho e poi agganciarci una jam di Personal Jesus dei Depeche Mode e completare tutto aggiungendo un odioso ritornello pop ultra catchy. Rkomi scommette sul “ruock”, formula vincente non si cambia d’altronde: l’autotune è usato con sapienza, la strofa rap è ossigeno, l’autocitazione su Taxi Driver preserva l’ego da rapper, ma è tutto già sentito. 6 COSPLAYER
M: Si presenta in completo di pelle dalla testa ai piedi, con un look a metà tra un motociclista e un rapinatore, e con la strafottenza di chi ha l’album più venduto in Italia. La canzone, siamo sinceri, è usa e getta: non entrerà nella storia di Sanremo, anche perché il ritornello dura forse troppo poco, ma è un bel proiettile, con un riff di chitarra che cavalca la riscoperta del rock, richiamando fin troppo i Depeche Mode e i Muse. 6,5
Dargen D’amico, Dove si balla
S: Ma va a capire perché si vive se non si balla. Non fatevi distrarre dalla cassa dritta, Dargen firma un testo che fa male e colpisce al cuore di tutti gli amanti dei live e dei concerti (anche di chi non ama la musica da discoteca), riuscendo a fare quello che aveva tentato di fare Willie Peyote l’anno scorso: senza polemica e con un pizzico di romanticismo malinconico. La sorpresa, che già era stata spoilerata, riceve l’eredità pesante di Colapesce e Dimartino. 7,5 MUSICA DANCISSIMA
M: Chi si aspettava di trovare un pezzo dance a Sanremo, neanche fossero gli anni Novanta? Voglia di leggerezza, di togliersi le mascherine e ballare a cielo aperto. Tra quelli finora in gara, è l’unico cantante che parla di tematiche attuali; in più, lo fa con uno stile accattivante. L’accostamento dei colori del completo è un pugno nell’occhio, ma il brano è promosso a pieni voti, con la convinzione che si ascolterà tanto in radio e resisterà fino all’estate. 7
Giusy Ferreri, Miele
S: Inizia come uno stornello, si evolve in un ritornello d’altri tempi un po’ spento che dialoga con l’orchestra in modo divertente. Senza infamia e senza lode, un esperimento che fa equilibrismo sul filo labile che divide il trash dall’eleganza. Giusy Ferreri canta per ultima, quando sono quasi tutti addormentati, e questa è forse l’unica motivazione che giustifica l’utilizzo del megafono sul finale. 5,5 COMUNICAZIONE INTERNA
M: Quella di cantare con il megafono è una bella trovata, forse un filo scomoda. La canzone è quasi ricercata, di una classe particolare e questo la rende un po’ fuori concorso. L’arrangiamento dell’orchestra è uno dei migliori della serata. 5,5
