«Che cosa vuoi, Mary? Puoi dirmelo. Vuoi la Luna? Se la vuoi, io la prenderò al laccio per te. Ti darò la Luna, Mary». Nel film La vita è meravigliosa, George Bailey offre la Luna alla sua amata Mary Hatch, ed è proprio nell’impossibilità di tale promessa che risiede il romanticismo della scena; possiamo guardare la Luna, scrivere poesie su di essa o esserne ammaliati ma non possiamo possederla o donarla. Questo almeno fino ad oggi.
Perché le tecnologie sviluppate dalle imprese spaziali hanno superato il processo della creazione di un quadro giuridico che regolamentasse i diritti e le restrizioni in materia di Spazio. La base del diritto internazionale al quale dobbiamo fare riferimento è il “Trattato sullo spazio extra-atmosferico” del 1967 che proibisce non solo l’uso di armi nucleari nello spazio (postilla aggiunta per la grande paura di una guerra atomica tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica) ma anche l’appropriazione della Luna o di altri corpi celesti da parte di uno Stato. Questo trattato, firmato da oltre un centinaio di nazioni, non considera però le imprese private come figure attive nell’atto di “possesso” del suolo lunare, limitando quindi la restrizione alle sole nazioni. Nel 1979 con il “Trattato sulla Luna” si è provato ad ovviare a questo errore. Si vietò quindi la proprietà della Luna – la sua superficie, il suo sottosuolo e ogni risorsa trovata al suo interno – a qualsiasi persona, organizzazione o governo. Una legge ben strutturata che però presentava un difetto non trascurabile: fu firmata solo da undici Paesi. Le principali potenze aerospaziali del mondo decisero di non sottoscrivere l’accordo anche per rimandare il più possibile la decisione e lasciare nel limbo legale tutto ciò che concerneva non solo la proprietà del suolo lunare ma anche i diritti minerari per le risorse estratte. Il satellite, infatti, presenta innumerevoli “ricchezze” di straordinario valore, economico e sociale. Basti pensare all’Elio-3, un isotopo ritenuto dai ricercatori come la nuova e rivoluzionaria fonte di combustibile
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In questo frangente, però, non bisogna pensare ad uno scenario di spietata competizione tra le agenzie spaziali nazionali e quelle private perché come ha più volte ribadito ai microfoni di Magzine, Claudio Sollazzo, ISS Mission Director at European Space Agency, entrambe stanno cercando di collaborare per diminuire i tempi per la conquista del satellite: «La Nasa ha da poco annunciato che ricorrerà al supporto industriale privato per portare avanti il programma di esplorazione lunare. In particolare, lo scorso novembre ha selezionato nove compagnie americane che potranno presentare proposte per servizi di consegna di Nasa payloads sulla Luna.»
É forse ancora troppo presto immaginare la Luna come una sorta di porto intergalattico o la nuova destinazione delle vacanze per famiglie facoltose, con un incessante via vai di navicelle che bloccano ed intasano le rotte spaziali, esportando il “traffico” terrestre. In realtà il problema di chi può andare sul satellite e le relative modalità è un tema di dibattito tra le principali potenze aerospaziali del mondo. Il 3 gennaio la Cina ha accettato (e successivamente vinto) la sfida di far arrivare la sonda Chang’e-4 sul lato oscuro della Luna. In data 22 febbraio SpaceX ha lanciato in orbita Falcon 9 mentre è dello scorso mese l’annuncio di Dmitrij Rogozin, capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, di riportare l’uomo sulla Luna entro il 2030.

Sono trascorsi ormai 47 anni dall’ultima volta che un uomo ha messo piede sulla Luna, fu Eugene Cernan, durante la missione Apollo 17, il 14 dicembre 1972

Ci si chiede come mai questo ritrovato interesse per il nostro satellite. Secondo il Ceo della Nasa, Jim Bridenstine, è fondamentale tornare sulla Luna «non perché debba essere l’obiettivo finale, ma perché è il modo migliore, il miglior terreno di prova, per sviluppare tutto ciò che serve per poter arrivare su Marte». Quindi, conquistare la Luna, per un giorno conquistare anche Marte, immaginando però il satellite non più come una “semplice” passerella per gli astronauti bensì come un’infrastruttura formata da habitat, centrali elettriche e depositi di carburante. Claudio Sollazzo è stato però categorico su questo tema, prima di poter vedere qualsiasi struttura sul suolo lunare, bisognerà prima conquistarne l’atmosfera: «Il primo passo sarà quello di realizzare la cosiddetta “Lunar Gateway” (LG), un impianto che entrerà in funzione intorno al 2028 in orbita cis-Lunare. La LG avrà un’impostazione simile a quella della presente Stazione Spaziale Internazionale, anche se in scala più ridotta. Presenterà alcuni moduli pressurizzati per ospitare astronauti/ricercatori ed una struttura di controllo e di supporto. Inoltre sarà dotata di meccanismi di docking, che permetteranno sia l’attracco dei veicoli che porteranno gli astronauti da/per la Terra, sia, in una fase successiva, l’attracco dei veicoli che porteranno gli umani sulla Luna ed indietro. Il secondo passo sarà quello di costruire una base permanente sulla superficie Lunare, dove astronauti/ricercatori risiederanno per periodi estesi. Non vi è ancora una data precisa ma si ipotizza che questo secondo aspetto verrà realizzato dopo il 2030».

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La chiacchierata con l’ISS Mission Director at European Space Agency, Claudio Sollazzo, non poteva non concludersi con una domanda sulla situazione a livello internazionale della nostra penisola; dove si colloca e che ruolo ha l’agenzia spaziale italiana? «L’industria italiana dello spazio ha una indiscussa esperienza nell’ambito dei moduli spaziali pressurizzati, gli accordi con gli americani e anche quelli preliminari con i cinesi lo dimostrano. Thales Alenia Space ha avviato i processi di fattibilità in collaborazione con la Nasa. Non dimentichiamo inoltre che le aziende italiane sono coinvolte non solo nelle navicelle cargo come Cygnus, ma anche umane come Orion. Come già accennato, la Lunar Gateway è una scommessa tecnologica e scientifica che può avere solo un respiro internazionale. l’Europa dunque non potrà mancare e l’Italia, nel suo ruolo di interlocutore privilegiato della Nasa, ha la possibilità di ribadire quanto già fatto per la Stazione Spaziale Internazionale».