Carlo Cottarelli è andato a spulciare le promesse elettorali sulla finanza pubblica dei partiti che corrono alle politiche 2018. E fin qui, per il professore della Bocconi, nessuna novità. “Abbiamo fatto un atto doveroso che hanno fatto anche altri”. Ma Cottarelli – che è anche direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica, e che parla dopo la pubblicazione dello studio su tutte le proposte sul piatto elettorale degli italiani – rende nota anche un’altra cosa: “Come CPI abbiamo anche chiesto ai partiti politici quali sono gli obiettivi di finanza pubblica per i cinque anni successivi, anno per anno, qual è il totale del deficit che vorrebbero avere, il totale della spesa, il totale delle entrate e il debito. Mettendo insieme le due tipologie di ricerca abbiamo ottenuto un quadro interessante”.

L’economista Carlo Cottarelli ha fatto le pulci ai programmi elettorali dei partiti e conferma: l’austerity è una medicina ed è la soluzione migliore

Cosa emerge da questo quadro di ricerca?

Si vede che le promesse non corrispondono agli obiettivi. Alcuni partiti, non solo promettono di avere i conti in ordine, ma anche di spendere di più e tagliare le tasse. Si vedono le incoerenze interne.

Quali partiti avete interpellato in merito?

Forza Italia, la Lega, +Europa, Liberi e Uguali. Il PD non ha risposto, ma ha pubblicato un piano di rientro del debito. I 5 Stelle non hanno risposto e non hanno identificato in maniera chiara quali sono i loro obiettivi di finanza pubblica, neanche in termini di deficit pubblico.

Ci sono state proposte sostenibili?

Tutto è attuabile se si trovano le coperture di spesa. Il problema è che nella maggior parte dei casi le coperture mancavano, con importi di 38 miliardi per il Partito Democratico, 66 miliardi per M5S, per il Centrodestra 52 miliardi. +Europa ha le coperture, a cui mancano solo pochi miliardi. Quindi il problema è andare a vedere se ci sono le coperture, e nei programmi non ci sono.

Nel governo precedente è stato Commissario per la Revisione della Spesa Pubblica. In una ipotetica rielezione quale sarebbe una proposta per ritrovare le coperture?

Feci ben 33 proposte, non una. Non mi piace metterne una davanti alle altre: bisogna agire su più fronti. Tutte le proposte, anche le voci più piccole, sono importanti, soprattutto quelle che hanno maggiore peso politico. Certo, queste voci fanno risparmiare pochi soldi, però simbolicamente sono molto importanti. Le scelte, però, devono essere fatte a livello politico.

Come economista, pensa che ci possa essere crescita in fase di austerity?

Non sono uno di quegli economisti che, se promettono tagli alla spesa e aumento delle tasse, sostengono che l’austerità fa bene nell’immediato. L’austerity è una medicina: non piace nell’immediato, ma quella è la soluzione. Vista la nostra situazione attuale, per ridurre il debito pubblico e per raggiungere il pareggio di bilancio, non c’è bisogno di fare cose particolarmente austere.

Può spiegarci?

Con il Cpi abbiamo osservato che congelando la spesa al netto degli interessi, e lasciandola comunque aumentare in linea con l’inflazione, dopo tre anni avremmo raggiunto il pareggio di bilancio. Siamo in un periodo di lieve crescita, circa dell’1,5% all’anno, e questo fa aumentare le entrate dello Stato in termini reali: se la spesa rimane ferma, nel giro di tre anni pareggeremmo i conti. Pareggiando i conti, il debito smette di crescere in termini di euro e, rispetto alla dimensione dell’economia, il rapporto tra debito pubblico e Pil si riduce.

Come mai questa politica non è stata attuata?

Non è una ricetta particolarmente austera: bisogna però resistere alla tentazione di spendere i soldi che arrivano per la maggiore crescita. Questo purtroppo non siamo riusciti a farlo. C’è crescita, ma non è che abbiamo speso molto di più: abbiamo solo ridotto la tassazione e questo ha impedito di migliorare il saldo. Il deficit si è ridotto solo per il peso degli interessi; la parte rimanente, l’avanzo primario, è rimasta ferma, anzi si è ridotta. Non sono scelte incompatibili con la prosecuzione della crescita. Al margine si perde qualche punto percentuale, ma si risolverebbe il problema del disavanzo una volta per tutte.