Può un drone scongiurare la diffusione del coronavirus? La Draganfly – azienda leader nella produzione di droni professionali – non ha alcun dubbio a riguardo: i quadricotteri possono costituire un valido e importante aiuto.
Prima ad aver costruito un drone capace di salvare vite umane – nel 2013 il Draganflyer X4-ES fu utilizzato nella ricerca di una vittima di un incidente d’auto in Canada – la società sta mettendo a punto modelli altamente specializzati dotati di termocamera e capaci di sfruttare tecnologie intelligenti come il radar Doppler.
L’idea di fondo è quella di sostituire i termometri a infrarossi portatili, utilizzati negli aeroporti e nei luoghi affollati per rilevare la temperatura delle persone. Come spiega il Ceo dell’azienda, Cameron Chell infatti, questi droni saranno in grado non solo di misurare la temperatura facciale a una distanza di oltre 900 metri, ma anche di «monitorare il livello di stress, gli occhi lucidi e la pressione sanguigna».
«Grazie ad un sensore ad hoc», ha proseguito Chell, «potremo anche rilevare la frequenza cardiaca e combinando insieme tutti questi sintomi otterremo un quadro clinico più completo, capace di costatare una potenziale malattia infettiva in corso».
Non si può ignorare, però, che un eventuale accordo della Draganfly con il governo americano porrebbe non pochi problemi etici e politici: la sorveglianza per mezzo dei droni, se accettabile per scopi medici, potrebbe essere molto più inquietante e pericolosa se applicata in altri ambiti, senza contare che pone più di una questione circa il rispetto della privacy. Chell tuttavia si dice tranquillo: «Se i quadricotteri verranno usati per monitorare e proteggere o per osservare in tempo reale le variazioni delle condizioni sanitarie, la gente sarà d’accordo».
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