All’interno del panorama dei media, il tema del cambiamento climatico è trattato in maniera approssimativa. Se ne parla spesso come di un tema importante, ma senza entrare nel vivo di proposte concrete o, nel peggiore dei casi, non coprendolo in modo sufficientemente approfondito.

Secondo uno studio condotto da David M. Romps e Jean P. Retzinger della Berkeley University, i media statunitensi sono carenti nel citare fatti ed evidenze scientifiche sul cambiamento climatico. Il  New York Times, ad esempio, all’inizio del 2019, ha parlato di “consenso scientifico” in relazione al cambiamento climatico solo nel 4% degli articoli pubblicato, di “livelli record di diossido di carbonio” solo nell’1% e di “cambiamento climatico permanente” solo lo 0,4%  delle volte che ha affrontato l’argomento. Ne consegue una scarsa conoscenza generale tra i cittadini che si rivelano più vulnerabili alle fake news e alla disinformazione sul tema.

Una ventata d’aria fresca arriva dal The Atlantic con il lancio di The Planet, una nuova sezione con relativa newsletter dedicata interamente al tema ambiente, con lo scopo di informare i lettori su un tema estremamente importante.

Ma perché proprio adesso? Lo scorso mese marzo, per la rivista statunitense, è stato un successo: 87 milioni di visitatori unici sul sito, più di 168 milioni di visite alla pagina web e 36mila nuovi abbonati. Tutto merito della copertura della pandemia offerta dal magazine. Ora gli editori vogliono cavalcare l’onda per concentrarsi su un argomento altrettanto centrale e che, per certi versi, ha alcune analogie con .

Sarà Robinson Meyer, giornalista specializzato sul tema da ben cinque anni e fondatore del Covid Tracking Project a occuparsi di The Planet. Nello spiegare il progetto, il redattore ha sottolineato quanto il cambiamento climatico non sia più un tema lontano, ma sia parte delle nostre vite, dell’economia, così come della politica sia nazionale che internazionale. Ma anche spiegato che si può fare del giornalismo serio in maniera non seriosa.

Ci sarà anche una newsletter, The Weekly Planet, curata dallo stesso Meyer e dal collega Gillian White, in cui il primo indosserà i panni di quell’amico particolarmente intelligente che tutti hanno, per smorzare i toni e rendere la lettura un po’ meno formale. Non si può ancora dire se questa iniziativa avrà successo e soprattutto se aprirà la via al cosiddetto “Climate Journalism”, ma è di sicuro un passo importante, un antidoto alla pigrizia e alla superficialità fin qui dimostrate dai media su un tema così importante.

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