Julian Assange, fondatore di Wikileaks detenuto da cinque anni nel carcere di Belmarsh, per il momento non sarà estradato. Le Royal courts of Justice di Londra gli consentiranno di ricorrere nuovamente in appello contro la sua estradizione negli Stati Uniti, se non saranno fornite garanzie concrete circa la sua incolumità.La corte ha concesso al governo degli Stati Uniti tre settimane per fornire garanzie soddisfacenti affinchè non venga inflitta all’imputato la pena di morte, non sia pregiudicato per la sua nazionalità e affinchè possa fare affidamento sulla protezione del primo emendamento della Costituzione americana.La corte britannica ha accettato di discutere solo nove dei punti presentati nell’udienza del 20 e 21 febbraio, fissando una nuova data di udienza il 20 maggio in cui verrà presentata la lettera di garanzia richiesta agli Stati Uniti. I giudici inglesi hanno rifiutato i punti dell’appello che riguardano l’incompatibilità dell’estradizione con il trattato sstipulato in materia tra Stati Uniti e Regno Unito del 2002, tra cui il punto che impedisce l’estradizione in caso di un reato politico. Julian Assange non è quindi considerato un prigioniero politico.

Julian Assange, fondatore di Wikileaks detenuto da cinque anni nel carcere di Belmarsh, per il momento non sarà estradato: la corte ha concesso al governo degli Stati Uniti tre settimane per fornire garanzie soddisfacenti affinchè non venga inflitta all’imputato la pena di morte

La sentenza sulla possibilità di continuare l’appello si basa sull’articolo 7 del trattato sull’estradizione del 2002 secondo cui, se lo Stato che richiede l’estradizione prevede di punire l’imputato con la pena capitale – non prevista però dallo Stato che detiene l’imputato – l’estradizione può essere rifiutata, o si può attendere che l’amministrazione del Paese richiedente fornisca una lettera di garanzia che escluda la possibilità della pena capitale. Le autorità inglesi non hanno dato neanche 24 ore di preavviso affinché la stampa internazionale e le organizzazioni a sostegno di Julian Assange potessero organizzarsi per presentarsi di fronte alla corte. La sentenza non è stata letta in aula ma è stata emessa tramite email. A quattro giorni dalla sentenza di oggi, il Wall Street Journal ha fatto trapelare la notizia di un possibile patteggiamento tra Stati Uniti e Regno Unito.

Alle 12.03 la moglie si Julian Assange, Stella, all’uscita dalla corte ha rilasciato una dichiarazione: «La corte inglese ha riconosciuto che Julian è esposto ad un pericolo concreto e che è discriminato sulla base della sua nazionalità. C’è un serio rischio che possa incorrere nella pena di morte. Quindi, per ora, non può essere estradato. Julian è un prigioniero politico ma questo non è stato riconosciuto. E’ perseguitato perché ha mostrato il vero volto della guerra e questo è un segnale per tutti coloro che espongono verità scomode: vi troveranno e cercheranno di uccidervi. La corte ha però solo richiesto agli Stati Uniti di fornire una lettera di garanzia e non ha voluto prendere in considerazione le prove che sostengono che gli americani hanno provato ad ucciderlo. Julian non sarebbe dovuto andare in prigione, eppure tra qualche giorno sarà il quinto anniversario dalla sua detenzione a Belmarsh senza aver mai ricevuto una condanna. Tutti sanno che gli Stati Uniti hanno pianificato di assassinarlo. Julian è un prigioniero politico»