Inizia oggi l’erogazione del nuovo sussidio introdotto dal governo Meloni. Si tratta dell’Assegno di inclusione (Adi), che, insieme al Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), sostituisce il Reddito di cittadinanza. I requisiti di idoneità per poter accedere alla nuova misura di sostegno hanno tagliato fuori gran parte dei percettori del Rdc: da 1 milione e 39 mila registrati a luglio 2023 ai 450 mila attualmente idonei. L’Adi, in quanto misura a contrasto della povertà, è pensato per i nuclei familiari che hanno un Isee inferiore a 9.360 euro con a carico almeno un componente con disabilità, minorenne, di età superiore ai 60 anni, in una condizione di svantaggio o inserito in un percorso di cura.
La misura dell’assegno di inclusione punta a sostituire il reddito di cittadinanza: ma molti cittadini italiani sono rimasti fuori e hanno assaltato i patronati. A rischio povertà molte fasce sociali e persone con nuclei familiari che hanno perso il lavoro durante il Covid, senza potere rientrare in nuovi contratti
Sono rimaste escluse, dunque, tutte le persone di età superiore ai 25 anni che vivono da sole e che, fino a qualche mese fa, facevano domanda sulla base di un Isee che considerava solo la loro situazione, mentre adesso vengono automaticamente inclusi nel nucleo familiare di origine. C’è incertezza anche sulla somma che verrà erogata: l’Inps ha stimato che assegnerà mediamente 635 euro.
A fronte di questi cambiamenti tra i cittadini richiedenti il sussidio si è diffusa l’incertezza: che per verificare la loro idoneità si sono rivolti a patronati e Caf presenti sul territorio. La mancanza di informazioni chiare e – in tanti casi – il vedersi negato l’accesso alla misura, ha generato frustrazione, che ha portato ad un collasso dei Caf nei giorni precedenti all’inizio dell’erogazione. Emblematico ciò che è avvenuto in Piemonte – che a Nord di Roma è la regione con il più alto numero di percettori del reddito di cittadinanza – dove la situazione è degenerata tanto da sfociare in violenza. Al Caf di Domodossola un cinquantenne ex percettore del reddito ha preso a schiaffi l’impiegata del centro, che è stata portata in pronto soccorso.
LE VOCI DEI PROTAGONISTI: I RICHIEDENTI E PATRONATI
Luana, 33enne con un figlio minore a carico, si è trasferita dalla Sardegna a Secondigliano (NA) a seguito della separazione dal suo compagno con la speranza di opportunità lavorative migliori. Trovando solo lavoro in nero, sottopagato e orari incompatibili alla vita di una mamma sola, si è trovata a dover fare domanda per il Reddito di cittadinanza. Seppur con poco, tra l’affitto e le bollette riuscivano a cavarsela. Ora torna la preoccupazione: «Ci troviamo in una fase di stallo con la nuova domanda di assegno di inclusione, perché sto trovando non poche difficoltà. La domanda di Supporto formazione lavoro (che era compatibile con Rdc) non è più compatibile con la nuova domanda (n.d.r. di Adi) e non si riesce ad annullarla. Mi rimbalzano da patronato a sedi Inps e ognuno di essi dice che non è competenza loro annullarla». Luana si trova in balia di un sentimento di incertezza comune a tante persone oggi, che va dal non sapere a chi rivolgersi all’ipotesi di non riuscire ad arrivare a fine mese. Da mamma è preoccupata di non poter dare la merenda per la scuola a suo figlio perché la dispensa è vuota. «Noi non vogliamo questi aiuti, ma siamo costretti a chiederli per delle inadempienze non nostre ma dello Stato, che non tutela il lavoro e specialmente i lavoratori, perché noi vogliamo lavoro! Non chiediamo privilegi ma chiediamo solo dignità».
Anche Eva si trova in una situazione analoga, è una ragazza madre con un bimbo di 4 anni e vive a San Benedetto del Tronto. Ex percettrice del Reddito di cittadinanza, da mamma racconta la preoccupazione di rimanere anche solo un mese senza il sostegno dello Stato. Già a dicembre si è rivolta ad un patronato della Cgil per essere sicura di non sbagliare nella compilazione della domanda e ha sollecitato più volte per assicurarsi che fosse tutto a posto, venendo ogni volta rassicurata. «Però, ieri, mi arriva il messaggio dell’Inps dicendomi che la domanda purtroppo non è stata accettata perché manca il pad (n.d.r. Patto di attivazione digitale)». Non sapendo cos’è il pad, Eva si era rivolta apposta a qualcuno di competente, ed è rimasta delusa «io ho chiamato più volte questo patronato, chiedendogli se avessero fatto tutte le cose correttamente. Mi dicevano “Sì, signora non si preoccupi, è stato fatto tutto bene. Noi abbiamo fatto 150 domande”. Io questo mese non prenderò i soldi perché è stato fatto un lavoro fatto male da loro». Probabilmente a febbraio le arriveranno due mensilità, però «a gennaio c’è comunque da pagare un affitto, ci sono le bollette. Quindi anche se mi arrivasse a febbraio a me reca un danno».
Il Coordinatore regionale del patronato Ital del Lazio, Maurizio Soru, nota che, rispetto al reddito di cittadinanza, la platea che usufruisce dell’Adi è decisamente inferiore. In questa fotografia, molti richiedenti vengono tagliati fuori. «Tutto ruota intorno alla tipologia del nucleo familiare e dell’indicatore della situazione economica, stiamo notando che effettivamente molti stanno uscendo fuori dalla percezione del reddito proprio a seguito anche ai requisiti richiesti come Isee. Quindi questo malcontento si avverte».
L’istituzione del patronato si occupa della trasmissione delle domande per l’assegno di inclusione e del Supporto alla formazione lavoro. Dello stesso avviso è il Coordinatore regionale del patronato Ital della Lombardia, Roberto Fontana «L’afflusso è inferiore rispetto alle attese». Aggiunge «si parla di 500 mila domande, con una concentrazione geografica molto spostata sul sud». La maggior parte delle domande, infatti, arriva dalla Sicilia e dalla Campania che rappresentano il 45% del totale. In Lombardia, si parla di un 6% di domande. Le procedure sono telematiche: l’Inps riceve il dato del richiedente e successivamente lo elabora attraverso i controlli incrociati delle banche dati. Parallelamente, l’appellante deve completare la richiesta su in sito, che non è gestito dall’Inps, per la disponibilità all’impiego (Pad) inserendo i dati di coloro, che nel proprio nucleo familiare, sono occupabili. L’attivazione avviene tramite i comuni e i centri dell’impiego. «Dicembre è stato un disastro – spiega Fontana -. Il dialogo tra le procedure ha creato problemi grossi proprio dal punto di vista pratico di trasmissione delle istanze, ma fortunatamente stiamo andando a regime». Il taglio, dunque, è sui soggetti potenzialmente collocabili, che a causa dei vincoli al supporto formazione lavoro, sono stati dissuasi dal fare domanda.
POVERTA’ IN AUMENTO: LE RICHIESTE DI PACCHI ALIMENTARI
«L’aumento (delle richieste di pacchi alimentari n.d.r.) dal Covid in poi c’è stato e chiaramente ha toccato soprattutto le classi meno abbienti. Chi faceva fatica ad arrivare a fine mese oggi fa ancora più fatica», Dario Boggio è il Presidente del Banco alimentare Lombardia, realtà che da anni si occupa della raccolta e della distribuzione degli alimenti da dare agli indigenti. Attualmente viviamo «un aumento che porta a far entrare nello stato di povertà persone che prima non lo erano. è una povertà difficile da intercettare e da quantificare. Si tratta di persone che per dignitàfanno più fatica ad andare a chiedere una mano. L’aumento che noi vediamo è inferiore a quello reale».
In Italia, il Banco alimentare è strutturato in una rete di 21 banchi regionali e una Fondazione di coordinamento. La raccolta degli alimenti è svolta in modo completamente gratuito e avviene attraverso iniziative come la Giornata nazionale della colletta alimentare, che raccoglie circa l’8% di ciò che poi verrà distribuito ed è il momento di volontariato grande in Italia, dove si vedono impegnati circa 43mila volontari. Vive anche grazie alla distribuzione di un programma di aiuto alimentare europeo e italiano e attraverso il recupero di eccedenze o di eventuali donazioni. «Noi distribuiamo a strutture caritative accreditate con noi» racconta il Presidente del banco alimentare in lombardia, «Assistiamo circa 220 mila persone nella regione. La struttura caritativa, essendo vicina al bisognoso, può dare un aiuto più totale e inclusivo alla persona». Queste strutture ritirano personalmente e in modo volontario gli alimenti dal magazzino centrale del banco (a Muggiò, MB), avendo in mente le esigenze dei destinatari: i pannolini per le famiglie con bambini o gli omogeneizzati per piccoli e anziani.
Il Banco alimentare vive attraverso l’attività volontaria di chi sceglie di impegnarsi. L’arrivo di nuovi volontari è sempre un punto da cui partire: tutti, con il proprio contributo, partecipano al tutto. «Noi quello che chiediamo è di essere un po’ ambassador di quello che fa il banco – suggerisce Boggio -, nelle proprie aziende, dove uno lavora, nelle scuole… chiediamo di portare questa sensibilità. Che si declina, anche, in un’attenzione sulle eccedenze, sulle donazioni e sugli aiuti economici».
Filippo, volontario del Centro Operaio Lotta Comunista, è un giovane che agisce direttamente sul territorio milanese, in particolare nelle zone di Giambellino, Lorenteggio, Barona, Selinunte e San Siro. Dal Covid in poi è iniziata l’attività pratica di distribuzione dei pacchi alimentari, che si svolge nella logica del porta a porta. «La nostra attività principale è proprio questa qua: andare in quartiere, portare i volantini e dire “Ciao! Tutto bene? Guarda noi facciamo il gazebo solidale, hai tempo di venire a dare una mano?”». Se sono persone che hanno bisogno del pacco alimentare, racconta Filippo, si fanno lasciare il numero di telefono, ma non si fermano lì: «Per noi non può essere una solidarietà quella del “ti porto il pacco della spesa e arrivederci”». Per loro è importante l’integrazione, per questo oltre a portare i pacchi organizzano i gazebo solidali, i dibattiti, la scuola di italiano. Attività a cui tutti sono invitati a partecipare.

