Lei da che parte sta? Hanno ragione i russi o i ceceni? I terroristi o l’esercito? – chiedono nei salotti di Mosca -. Avere un’opinione è intelligente. «Sono una giornalista – risponde Anna Politkovskaja – non sono un giudice: mi limito a raccontare».
Ottavia Piccolo, in scena al Teatro Gerolamo, interpreta tutti i personaggi del copione, scritto da Stefano Massini. È Anna, è l’esercito, è terrorista, è madre, è carnefice. Da sola, su un palco vuoto, accompagnata dal suono di un’arpa, riempie lo spazio raccontando con forza la vita di una giornalista di guerra. Non una qualunque, ma la giornalista simbolo della libertà di stampa e dell’opposizione al regime, che nel 2006 la mise a tacere, in quanto “donna non rieducabile”.
Politkovskaja è stata inviata di guerra dal 1994 al 1996 e dal 1999 al 2006: ha documentato le guerre cecene, il terribile assedio di Groznyj e l’attentato al palazzo del governo russodel 27 dicembre 2002. Originaria di Mosca, ha assistito e raccontato dall’interno il conflitto russo-ceceno, scegliendo di rimanere imparziale nella cronaca dei fatti, nonostante le costanti pressioni del governo russo. Il dovere di scrivere di una giornalista prevale sui conflitti, sugli schieramenti e sulle prese di posizione.
Ottavia Piccolo, in scena al Teatro Gerolamo, interpreta tutti i personaggi del copione “Una donna non rieducabile”, scritto da Stefano Massini. È Anna Politkovskaja, è l’esercito, è terrorista, è madre, è carnefice
Ottavia Piccolo presta la sua voce alla cronaca delle giornate, scaglionate dal ticchettio degli orologi, dal suono delle sirene, dalle esplosioni e dai crampi per la fame. In Cecenia, si viveva a 15 gradi sotto lo zero, mancavano cibo e acqua, mancava l’energia elettrica, spostarsi era un problema, così come lo erano i posti di blocco, il coprifuoco e addormentarsi la sera. «In Cecenia è tutto così sospeso, siamo corpi, siamo nessuno, una terra di nessuno». Il frigo era vuoto. Al contrario dei civili, i militari avevano tutto.
In Cecenia, la normalità aveva un prezzo da pagare all’esercito. Ma anche quando riuscivi a conquistarti l’illusione di ottenerla, una testa impiccata al tubo del gasdotto, le urla, il fumo che invade le strade, così come le facce sporche e polverose, ti riportavano inevitabilmente alla tragica realtà. Una realtà cruda, dove un giovane arruolato nell’esercito, cresciuto nel mito di una libertà promessa dopo il crollo dell’Unione sovietica e mai davvero raggiunta, gioisce all’idea di aver ucciso per la sua patria decine di persone attraverso la pratica del fagotto umano: «Si legano tra loro con una corda, ci si lancia una granata in mezzo e si aspetta che esplodano». Un ragazzo di vent’anni è fiero di averne fatti esplodere diversi e spera che la guerra non finisca, perchè è l’unica occupazione sicura che può ottenere nel disastro economico di fine secolo: questo è il sogno promosso dalla propaganda russa. “Non sono uomini, sono ceceni” e quindi si possono buttare nelle fosse insieme all’immondizia della città. Si possono rapire gruppi di donne e i militari fanno a gara a chi ne violenta di più in una sola notte. In Cecenia lo stupro è legale e le donne, diventando impure per la famiglia e per i mariti, vengono abbandonate per strada.
In Cecenia, non c’è nessuno che non sia sporco di sangue. «La Cecenia è anche questo: gente violata e bruciata». È un’esplosione: il cuore a tremila, fiamme, sirene, neve, occhi che bruciano, urla. Sono pezzi di macchina, acciaio, una mano, un bambino, vestiti, un orologio, un braccio. Banalmente sangue, che in guerra non è rosso, come si vede nei film, ma marrone, denso, sangue che puzza e da’ la nausea.
In Cecenia, c’è un cimitero fatto di decine di file. Riposano i bambini rimasti vittime della strage di Beslan del 2004. Hanno tutti tra i nove e quattordici anni. Sono vittime e basta. «Sulle tombe non c’è mai scritto “ammazzato dai terroristi o dall’esercito? Dai russi o dai ceceni?”», provoca Ottavia Piccolo, mentre scandisce i loro nomi.
Questo rifiuto ostinato nel non volersi schierare, nel non voler scegliere da quale parte stare, è la missione del giornalismo di Anna Politkovskaja. È l’eredità lasciata da una donna che si è posta al servizio dell’informazione libera. Una donna che rispondeva pubblicamente sui giornali ai vertici militari che la intimorivano accusandola di dissidenza. «Ci sono i ribelli rieducabili, quelli a cui basta fare un po’ di paura per farli ricredere, e quelli non rieducabili. In quel caso, vanno eliminati prima che diventino un problema».
Ottavia Piccolo, nel monologo finale, pronuncia le parole che Anna Politkovskaja avrebbe potuto dire: «Sono morta nel 2006, in ascensore, con quatto proiettili, mentre portavo in casa le buste della spesa. È stata un’esecuzione su commissione». La sua vita è rimasta in sospeso, così come la sua ultima inchiesta, intrappolata per sempre tra i documenti del suo computer, che i servizi segreti non hanno perso tempo a sequestrare.
Donna non rieducabile, di Stefano Massini non è solo la commemorazione di una donna divenuta espressione del giornalismo sotto il tallone di ferro, ma è anche un invito sempre attuale a rimanere liberi, svincolati dalle ideologie e dalle influenze della propaganda. È un invito a ricordare il valore della testimonianza, la dignità di ogni storia e la verità nella cronaca dei fatti. È un invito che tutti noi – futuri giornalisti e non – raccogliamo come eredità da mantenere viva e portare avanti, espresso dalla preghiera di un’anonima donna cecena: «Mi prometta che scriverà di me», implora.