«Spegni le luci della città», canta Cesare Cremonini, uno che il palco del Festival di Sanremo lo ha frequentato per ora solo una volta, da ospite, nel 2022. Parole che facciamo nostre per spostarci dalla scintillante atmosfera intorno all’Ariston ad un silenzioso e raccolto appartamento vista mare nella vicina Ospedaletti, una manciata di chilometri da Sanremo. E’ qui che ascoltiamo una parte della storia di Angelo Nicola Amato, l’uomo che ha ideato il Festival della Canzone Italiana a Sanremo: «Una manifestazione frutto di un’idea pensata, nata una sera d’estate da una chiacchierata su una panchina e condivisa con un altro signore, Angelo Nizza», racconta Nicoletta Amato, figlia di Angelo.
Nel 1951, anno della nascita del Festival, Amato lavorava come direttore delle manifestazioni artistiche al Casinò di Sanremo, sede designata dell’evento per numerosi anni. Nicoletta ce lo presenta come «un visionario, un uomo di larghe vedute, che è stato sempre attratto dalla musica». Da qui, l’idea di un evento che avesse al centro la canzone italiana per farla conoscere ovunque, con una diffusione più ampia possibile che non fosse circoscritta al solo territorio locale. «Eppure all’epoca non c’erano i fondi per fare un grande evento», prosegue la donna. «Hanno cercato appoggi dappertutto, contattando le case discografiche di allora per realizzare una manifestazione che, solo a partire dalla quinta edizione, ebbe la copertura televisiva nazionale e in Eurovisione, oltre che via radio. Considerando i mezzi di allora, fu tutto un grande sforzo, le cose non erano affatto scontate e immediate».
Il nome di Angelo Amato non si lega soltanto alla storia e alla nascita del Festival della Canzone Italiana ma a tutta la città di Sanremo. «Mio padre era coetaneo e compagno di scuola di Italo Calvino», riprende Nicoletta. «Si scrivevano lettere in cui si dicevano: “Sanremo non ci merita”. Sostenevano, insomma, che fosse una città ostile alla genialità, che non desse spazio alla persona talentuosa che difende le proprie idee e il il proprio pensiero». Nonostante questo e una partenza temporanea da Sanremo nel 1957 – motivata dalla volontà di non aderire al partito allora dominante, la Democrazia Cristiana – Angelo Amato sarebbe poi tornato per organizzare o prendere parte ad altre iniziative in città. Da un tentativo di partecipare all’appalto del Festival di Sanremo – quando l’assegnazione dell’evento avveniva ancora tramite bando pubblico – all’organizzazione del Festival del Cinema, fino all’acquisizione della locale squadra di calcio, la Sanremese, promossa sotto di lui nell’allora Serie C2. Dunque, una sorta di rapporto odi et amo tra quest’uomo e Sanremo, mai reciso del tutto: «Mio padre ha fondato e creato un sacco di cose in città, senza mai divulgarle: gli bastava essere partecipe di qualsiasi evento a Sanremo, ben oltre il Festival, per essere contento», spiega la figlia.
Un legame con “la città dei fiori” che oggi conserva anche Nicoletta, che tuttavia ha eletto a propria dimora il vicino paese di Ospedaletti, dove il padre Angelo era cresciuto. «Io amo Sanremo, era il luogo delle mie vacanze, dove viveva il resto della mia famiglia, nonne: questa città è stata per me sempre un pensiero felice», dichiara a cuore aperto la donna. Senza dimenticare, naturalmente, il Festival: «Per quanto la città diventi blindata e sia impossibile muoversi, noi sanremesi sappiamo che è un evento importante, quindi facciamo un sacrificio. E poi, il Festival trasforma Sanremo: è una questione di atmosfera generale. Non solo lo vedi ma lo respiri, ti entra nella pelle».
Anche per Nicoletta Amato, come per molti di noi, Sanremo è un appuntamento imprescindibile, ogni anno. Pur avendolo visto anche al teatro Ariston, casa prediletta del Festival dal 1977, la donna preferisce seguirlo dal divano, spesso in compagnia delle amiche, anche per quest’edizione, in quelle che lei definisce autentiche “serate giudicanti”: «Carlo Conti ha un suo stile, si adatta a tutti i tipi di musica, persone e personaggi del Festival. Più che lasciargli un’eredità, Amadeus gli ha spalancato un portone, considerando quanto ha fatto per far rinascere l’evento dalla monotonia», commenta la donna, che poi conclude: «Se papà fosse ancora qui, tiferebbe per Achille Lauro: sia per la musica, sia perché, come lui, era un visionario».