Nel primo fine settimana di maggio si potrebbero delineare cambiamenti cruciali per gli equilibri europei e internazionali in Nord Europa.Secondo i pronostici, infatti, le elezioni nel Nord Irlanda potrebbero vedere come partito vincitore lo Sinn Fèin, il fronte cattolico-nazionalista. Questo creerebbe un paradosso politico: si profilerebbe la presenza di un governo europeista all’interno del Regno Unito che sta ancora portando avanti le politiche di Brexit.

Al momento, Sinn Fèin è il primo partito in Nord Irlanda, ed sicuro di ottenere un quorum del 26%: il partito, in crescita da almeno 10-15 anni, vive ora una fase di stallo a cui giova il calo dei consensi dell’elettorato verso il DUP, il partito unionista democratico.La continua crescita di Sinn Fèin, secondo Giulia Caruso, giornalista italiana a Belfast, “è dovuta ad un’evoluzione progressista, che ha portato ad un’apertura nei confronti di temi delicati per il mondo cattolico come l’aborto e i matrimoni gay”. Al contrario, la parte unionista DUP ha patito una posizione troppo tiepida sul Northern Ireland Protocol, che il suo elettorato vorrebbe abolire, in quanto avvicinerebbe l’Irlanda del Nord più a Dublino che a Londra. Il protocollo rende a tutti gli effetti il Nord Irlanda un Paese legato al mercato europeo, in quanto annulla di fatto il confine con la Repubblica irlandese. Per Daniele Meloni, giornalista e scrittore,Londra ha riscoperto il “problema Belfast” solo di recente: “Nel Queen’s Speech del prossimo 10 maggio il governo vorrebbe inserire un disegno di legge che permetterà ai ministri competenti di sospendere il Protocollo Nordirlandese qualora lo ritengano opportuno”. Infatti, il risultato delle elezioni rappresenterà anche un giudizio sull’operato di Boris Johnson che spera in una sconfitta meno pesante possibile da parte degli unionisti.

Favorito è Sinn Fèin, il primo partito progressista del Nord Irlanda, sicuro di ottenere un quorum del 26%. Ma sul voto pesano soprattutto le ragioni economiche e la paura di perdere i benefit da una Londra in piena Brexit

Tuttavia, il vuoto lasciato dal DUP è stato in parte colmato dalla crescita di consenso verso nuovi partiti minori, che si pongono fuori dal consueto bipolarismo. Se per Meloni, Alliance “dovrebbe ottenere il suo miglior risultato di sempre passando dal 9 al 14% dei consensi”, per Giulia Carusouna delle realtà politiche emergenti più di spicco è People Before Profit. Come si evince dal nome, il suo tratto distintivo è l’attenzione ai problemi sociali: è un partito popolare, che ha a cuore il rincaro e l’assegnazione degli alloggi e le politiche salariali.

“Una vittoria di Sinn Fèin rappresenterebbe una prima volta – dice Riccardo Michelucci, giornalista esperto d’Irlanda -. C’è però un punto interrogativo: gli unionisti potrebbero non esprimere il vice-ministro, creando un cortocircuito”. Uno scenario del genere impedirebbe una formazione del governo, creando una crisi istituzionale e l’inevitabile commissariamento da parte di Londra. Infatti, dal 1998, per via del Good Friday Agreement, il potere politico nordirlandese è sempre stato spartito tra le due forze principali del Paese, che esprimono rispettivamente il primo ministro e il viceministro.Quando si pensa a Sinn Fèin, la prima cosa che viene in mente è la riunificazione dell’Irlanda. Oggi ancora di più, dato che il partito indipendentista è al primo posto anche nella Repubblica.  Un successo alle elezioni del 2025, combinato a quello nel Nord, significherebbe una presa di potere totale di tutta l’isola.

In realtà, l’idea della riunificazione è piuttosto lontana. “La campagna elettorale del Sinn Fèin non è sull’unificazione. Anzi, Michelle O’Neill (esponente Sinn Fèin e probabile primo ministro) se ne guarda bene. Sta puntando sul carovita e sui ritardi nelle liste d’attesa negli ospedali, che riguardano, secondo le ultime cifre, un terzo della popolazione nordirlandese”, commenta Meloni. La stessa Michelle O’Neill, nel faccia a faccia televisivo alla BBC martedì scorso, ha glissato sulla questione. I motivi potrebbero essere diversi ma tutti dettati dalla prudenza, visto il precedente fallimento scozzese del 2014. Su tutti ci sarebbe il calo di interesse da parte della popolazione giovanile sulle questioni politiche e indipendentiste. “Oggi in molti non si identificano con le rispettive comunità e chiedono  un approccio pragmatico al governo. Pensiamo agli immigrati che vivono da anni a Belfast e Dublino e che chiedono servizi migliori, più che la riunificazione”. Inoltre, va considerata la crescita del welfare nordirlandese negli ultimi anni:un cittadino di Belfast non vorrebbe mai perdere, ad esempio, le garanzie sanitarie britanniche per quelle irlandesi, al momento in difficoltà.

La situazione nordirlandese non è più una questione tra cattolici e protestanti, e forse non lo è mai stata, come sottolinea Michelucci: “L’equazione per cui i cattolici sono a favore della riunificazione e i protestanti no è anacronistica, in quanto l’elettorato vede quello che conviene dal punto di vista economico, sociale e sanitario”. Caruso è della stessa idea: “È sempre stata intessuta una narrazione erronea: più che motivo di scontro religioso, la fede ha sempre rappresentato un marcatore identitario. Basti pensare che l’IRA contava tra i suoi membri anche molti protestanti”.