La settantacinquesima edizione del Festival di Sanremo è entrata nel vivo e quasi tutti gli italiani si sono tuffati nel grande oceano di opinioni, pronostici e storie che caratterizzano le kermesse più attesa dell’anno.
Nel cuore di Milano, zona Navigli, c’è qualcuno che ha voluto raccontare la storia del Festival della musica italiana attraverso le canzoni che più lo hanno caratterizzato, lasciando un segno anche nella società. Francesco Oggiano, giornalista freelance e da sempre grande appassionato e conoscitore di Sanremo, è riuscito a far prendere nuovamente vita alle storie dei brani più significativi di questi 75 anni di Festival, dipingendole all’interno di un quadro narrativo e musicale. L’evento si è svolto al 21 House of Stories Navigli, un luogo di ritrovo a due passi dalla Darsena che è diventato, in questi giorni, un punto di ritrovo fisso, per vivere Sanremo in compagnia, ma anche per avere occasione di conoscerne segreti e curiosità.
Oggiano ha raccontato come il Festival e i suoi artisti si sono evoluti, modellati e diversificati insieme alla società italiana con il passare dei decenni e degli avvenimenti più sconvolgenti della nostra storia recente, alleggerendo il racconto grazie alla band di accompagnamento che ha scaldato l’atmosfera, permettendo al pubblico di intonare le canzoni più iconiche. Un pubblico giovane e attento, coinvolto in ogni momento ed euforico per l’imminente inizio dell’attesissima seconda serata del Festival.
Le Stories di Oggiano
Dalla prima trionfatrice “Grazie dei Fiori” alla rivoluzionaria “4/3/1943”, dal Ragazzo della via Gluck alla “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Se la Storia con la S maiuscola si può leggere solo attraverso le piccole storie che la costruiscono, anche Sanremo è un microcosmo di fatti, personaggi e polemiche più o meno rilevanti. Il monologo di Oggiano lo racconta con una carrellata di immagini e retroscena autoriali più o meno sconosciuti.
Per molti, è l’Ariston ad aver unito nel bene e nel male il Belpaese forse più di Garibaldi, della pizza e del maestro Manzi. Nel 1951, «in quel casinò dove gli organizzatori erano indecisi se dar vita a un torneo di bridge o a una gara canora», nel primo dopoguerra Nilla Pizzi cantò l’amore e la rinascita attraverso i fiori, simbolo così indissolubilmente legato alla cittadina della riviera ligure. Poi vennero gli anni Sessanta, musica e ritmi inediti e irriconoscibili come le nuove generazioni e le città invase dalla cementificazione. Adriano Celentano incarnò entrambe nel suo Ragazzo della via Gluck, «piccolo fazzoletto di periferia assurto a metafora di un mondo che tramontava». Il narratore intervalla il suo racconto con piccole pause e la band lo completa riportandoci tutti nell’atmosfera di allora. Con quel mondo rischiò di tramontare anche lo stesso Festival negli anni Settanta, dopo un ultimo disperato tentativo di rivoluzionarlo e spazzare via i conformismi. Ci provò fra i primi Lucio Dalla, con una canzone dal titolo più che mai evocativo: 4/3/1943, una data, la sua data di nascita. «È la storia dell’amore fra un militare americano e una ragazza italiana- svela Oggiano-Non è autobiografica, ma racconta l’assenza di un padre come quella che aveva vissuto lui». Il testo (“E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e p….e sono Gesù Bambino“) non passò le strette maglie della censura e diventò “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”.
Il primo varco fra quelle maglie l’avrebbe creato qualche anno più tardi, anche nella cortina di ferro, “ l’italiano vero” Toto Cutugno. Si impose nel mondo in cui una fra le poche trasgressioni concesse era proprio la trasmissione del festival sui canali sovietici con un brano orecchiabile, melodico che con la stessa tecnica delle piccole immagini evocate da Dalla, dagli spaghetti alla “troppa America sui manifesti”, scattò anche la fotografia del connazionale medio. Seguito, nel 1983, da un altro “sovversivo” fuori dagli schemi. Come ricorda ancora il noto giornalista: «Vasco Rossi arrivò penultimo. Non piaceva la canzone, parlava di vita spericolata, cantava senza guardare in camera e se ne andò prima che finisse la base». Ma scrisse la storia, perlomeno quella di una manifestazione tornata nel frattempo in auge. E alla fine, negli anni ‘90, fu il turno di Elio e le Storie Tese e Giorgio Faletti, gli “improbabili” voluti da Pippo Baudo per cantare con ironia la cronaca di un’Italia disastrata fra tangenti, stragi mafiose e malasanità. «In quel periodo lo storico conduttore chiamava personaggi alternativi e dava loro carta bianca». Inevitabile a questo punto le performance di M… Signor Tenente e La Terra dei Cachi, che appassionano il pubblico del 21Houseofstories più di quelle del passato, fra cori, spritz e applausi a tempo. Prima di ricordare un altro tabù, quello dell’omosessualità, infranto sul palco per la prima volta nel 1996 da Federico Salvatori, che con “Sulla Porta” scandalizzò ancora una volta i vertici Rai scandendo al microfono (dopo tre giorni di autocensura) «Sono un diverso mamma, sono omosessuale».
Mentre dopo il quiz scatta la sigla del Tg1, Sanremo Stories si avvia alle ultime battute. La chiusura è su un interrogativo che si è riproposto spesso nelle ultime edizioni: «Dove sono finiti i protagonisti di Sanremo?».
Quello tra il Festival e Francesco Oggiano è un legame che si basa sulla bellezza delle storie che molti brani nascondono: «Ho iniziato un format sui social intitolato Storie di canzoni in cui racconto l’impatto sociale di alcune delle canzoni più memorabili. Da lì, ho avuto l’idea di mettere tutto questo in scena e di musicarlo. Lo abbiamo incentrato su Sanremo perché credo che questa manifestazione sia lo specchio dell’Italia».
Proprio su quest’ultimo punto Oggiano si sofferma con più attenzione: «Sanremo è una di quelle cose popolari, ma davvero popolari. Te ne accorgi perché viene commentato, amato, odiato e dibattuto anche da chi non lo vive e non lo vede. Secondo me, una persona che vuole avere il senso del paese in cui vive, non può non informarsi sul Festival».