«Dalle colline dorate si scorge la spiaggia di San Benedetto del Tronto. Stupende barche da pesca che solcano il mare Adriatico, barche con le vele dipinte con soggetti religiosi o con antichi emblemi. Esse vanno cullate dalle onde di un mare sempre vivo, sempre nuovo, e sembra che il murmure delle acque costituisca una lene musica».
Franz Liszt amò San Benedetto del Tronto sin dal primo istante in cui vi mise piede. Nel 1868, il compositore ungherese trascorse più di un mese in quella che, allora, non era altro che una piccola cittadina di pescatori. Eppure, più di un secolo e mezzo dopo, la sua descrizione appare più attuale che mai. Certo, da piccolo villaggio, San Benedetto si è trasformata in città. E le lancette – così si chiamano quelle piccole barche da pesca con le vele dipinte – appartengono ormai alla memoria storia del popolo sambenedettese. Ma persistono le colline dorate, il mare sempre vivo solcato dai pescherecci, il senso di pace che si avverte quando si rivolge lo sguardo all’orizzonte.
Il nome della città prende origine da un martire: Benedetto fu un soldato romano vissuto al tempo di Diocleziano, tra la fine del 200 e l’inizio del 300 d.C.. Dalla forte fede cristiana, quando rifiutò di riconoscere gli dei pagani venne decapitato sul ponte del vicino torrente Menocchia. Il suo corpo, gettato in mare, venne trasportato verso sud dalle correnti e da alcuni di quei delfini che ancora popolano queste coste. A ritrovarlo, sulla spiaggia, fu un contadino, che lo caricò su un carro e lo trainò su un colle non distante dalla costa. Lì, dove Benedetto venne sepolto, sorse nei secoli a venire l’Abbazia di San Benedetto Martire. Intorno ad essa si sviluppò il primo nucleo urbano. Quello che tutti oggi chiamano Paese Alto, che con il suo Torrione domina la città nuova.
San Benedetto è una città dai due volti: se guardi ad Est c’è il mare, ad Ovest le montagne. A Nord dell’Albula – il canale che divide il centro – c’è la zona storica, caratterizzata dalle casette dei pescatori: strette, colorate, di tre piani al massimo. A Sud, un tempo terra di contadini, ci sono i palazzoni del boom urbanistico degli anni Sessanta e Settanta. Anche i sambenedettesi hanno una doppia anima: sono un popolo di pescatori, tanto duri quanto romantici. Non è un caso se, passeggiando per il lungomare, all’ombra delle alte palme e degli oleandri in fiore, accanto al monumento che ricorda il naufragio del motopeschereccio Rodi (che nel 1970 costò la vita a tutti i dieci membri dell’equipaggio) ce n’è un altro in cui campeggia una frase diventata ormai un simbolo cittadino: «Lavorare, lavorare, lavorare…preferisco il rumore del mare». Luciano dice di amare quel rumore: lui, col mare, ormai ci parla. Si lascia cullare dalle sue onde ogni notte, da quando ha quattordici anni. Ora ne ha sessanta: gli ha dedicato la sua vita. Quando arrivo sono le dieci di mattina. Invece di essere a letto a riposare dopo un’intera notte fuori è lì, dietro al banco del pesce gestito da sua moglie nel mercato comunale. Sta pulendo un’enorme, coloratissima gallinella: «La ‘so pescata io eh, quessa è bona». Poi riprende a fischiettare un motivetto che riconosco subito. È Nuttate de lune, la canzone di tutti i sambenedettesi:
Rèsce la lune che lu mare alluce
S’apre ‘na vele nghe ‘na stella ròsce
Che ppiù lentane va le recunòsce;
jè chelle che qua ‘npitte chiuse sta.
La lune t’accumpagne
stu core sta nghe tte
vanne senza nu lagne
te vuie troppe bbe.
E quasce ‘ntutte ll’ore
i stinghe a recetà
pe quelle che qua’n còre,
sempre mme ce starrà.
Cale lu sòle, arreve le lancètte,
e chelle che va ‘nnanze jè la ssune,
guarde qua ‘n terre nghe cert’ucchie bbune,
mme cèrche e pù nen fa che sesperà.
Diche a lu mare furte:
te vuie bbè prassà…
vaste che mme repurte
cchi nen se po’ scurdà.
vanne senza nu lagne
te vuie troppe bbe.
Traduzione:
Sorge la luna che illumina il mare
Si apre una vela con una stella rossa
Anche se lontano va, la riconosco
È quella che sta chiusa qui nel petto.
La luna t’accompagna
Questo cuore sta con te
Va’ senza preoccuparti
Ti voglio troppo bene
E quasi in ogni momento
Io sto qui a pregare
Per chi in questo cuore
sempre rimarrà.
Tramonta il sole ritornano le barche
E quella che sta davanti è la sua.
Lui guarda verso terra con i suoi occhi buoni
Mi cerca e poi non fa che sospirare.
Dico forte al mare
“Ti voglio bene assai”
Basta che mi riporti
chi non si può dimenticare
Va’ senza preoccuparti,
Ti voglio troppo bene.
Ora, ad indicare la via del porto agli stanchi pescatori non è più la luna. C’è il faro, e anche un nautofono. Anzi due, uno sulla punta del molo Sud, l’altro all’estremità del molo Nord. Con il loro suono accolgono i pescherecci nelle giornate in cui la fitta nebbia renderebbe impossibile orientarsi diversamente. Lì, a pochi passi dal porto, c’è oggi una distesa di macerie e calcinacci: gli ultimi segni della recente demolizione dello stadio Ballarin, storica casa della Sambenedettese che un tempo sorgeva proprio a due passi dalla spiaggia: «A guardare la Samb in Serie B ci andavamo in costume, con i piedi ancora sporchi di sabbia», racconta Valter, 56 anni. Sono in tanti, come lui, ad essere cresciuti nel mito dei rossoblù di Simonato, Basilico, Chimenti. Ma le immagini del Ballarin che più gli sono rimaste in testa non sono così felici. Lui c’era, quel 7 giugno 1981, quando 7 quintali di striscioline di carta di giornale presero fuoco in Curva Sud: si festeggiava il ritorno della Sambenedettese in Serie B, ma ben presto tutto si trasformò in tragedia. Circa cinquecento persone rimasero per diversi minuti intrappolate all’interno del settore. In molti caddero sul rogo e furono assaliti dalle fiamme, che non poterono essere spente immediatamente a causa del mancato funzionamento dell’idrante più vicino. Due ragazze, Carla e Maria Teresa (di 21 e 23 anni), persero la vita. I feriti furono più di cento, di cui tredici più gravi, trasferiti immediatamente nei Centri Grandi Ustioni di tutta Italia. Tra quelli c’era anche Roberto, compagno di scuola e amico di Valter. Il fuoco gli mangiò un orecchio e gli bruciò parte del collo. Ma si salvò. Valter fu più fortunato: riuscì a scavalcare i cancelli e ad entrare in campo, sfuggendo alle fiamme.
Allo stadio quel giorno c’era anche un ragazzo venticinquenne che, di quella Samb, era stato prima una grande promessa, poi un grande tifoso. Si chiama Roberto Peci. Allo stadio non manca mai, anche perché ci abita quasi attaccato. Il sogno di diventare calciatore ha dovuto abbandonarlo qualche anno prima, quando suo fratello Patrizio, di tre anni più grande, decide di entrare nelle fila delle Brigate Rosse e di fondarne un ramo nella sua San Benedetto del Tronto. Roberto, all’inizio, lo segue. È affascinato da quel mondo, da quell’attivismo violento, da quelle armi recuperate da un ex partigiano che Patrizio custodisce in camera. Sono le stesse che trovano i carabinieri quando, un giorno, fanno irruzione dentro casa. Patrizio, ormai, non c’è più: nel 1977 è a Torino come membro regolare delle Br. Roberto, invece, viene prima portato in caserma, poi rilasciato. È in questo momento che decide di abbandonare la politica e di cambiare vita.
Nel 1981 è sposato con Antonietta, aspetta una bambina e lavora nel negozio di elettronica dei fratelli D’Anna, in centro. Tre giorni dopo il Rogo, il 10 giugno, è regolarmente a lavoro. Due clienti arrivano in negozio e, con una scusa, lo fanno salire in auto per portarlo in una villetta a due passi dalla spiaggia. Lì, ad aspettarlo, Roberto trova altre due persone. Ma non sono clienti: sono terroristi delle Br. Il sequestro Peci scuote la comunità di San Benedetto, mai stata abituata alle prime pagine dei giornali. Per la prima volta, l’agonia di un uomo viene trasformata in un vero e proprio spettacolo. Uno spettacolo mediatico. Nei 55 giorni di prigionia – che, secondo le ricostruzioni, Roberto trascorse tra un covo a Montesilvano, nel pescarese, e Roma, dove venne poi ucciso – i sequestratori lo sottoposero ad un interrogatorio che venne filmato in ogni sua fase ed inviato agli organi di stampa. Venerdì 10 luglio, ad un mese esatto dall’arresto, le Br diffondono un comunicato in cui dichiarano che Peci è stato condannato a morte. Nel filmato si vede il giovane originario di Ripatransone con lo sguardo perso e la testa china durante la lettura della sua sentenza.
Roberto Buzzatti, uno dei carcerieri di Peci, scriverà nel suo memoriale che «quello a cui non riuscivo a dare un senso è trasformare l’agonia di un uomo – seppur un nemico – in uno spettacolo. Quando chiesi a Senzani il motivo di tutto ciò, mi rispose che la società dello spettacolo vive di queste cose». E Senzani, la sua missione, la porta avanti fino in fondo: quando Roberto Peci viene assassinato il 3 agosto 1981, è lo stesso capo delle Brigate Rosse a fotografare il momento dell’esecuzione, avvenuta con undici colpi di mitra in via Fosso dello Statuario, in un casolare abbandonato alle porte di Roma. Ma la sua morte, in realtà, segna l’inizio di un inesorabile declino per l’organizzazione. Perché lo Stato non si è piegato allo spettacolo mediatico. Perché, sull’esempio del fratello Patrizio, un numero sempre maggiore di brigatisti in manette decide di collaborare con la giustizia. Il pentitismo finisce per uccidere il terrorismo. Oggi, Roberto Peci è ricordato a San Benedetto da una targa in suo onore: la via in cui fu sequestrato porta adesso il suo nome.
Ma gli anni Ottanta non sono stati, per San Benedetto, solo quelli del terrorismo, del rosso o nero. Erano anche gli anni del «vediamoci alla Pianta», ricorda sorridendo Cristina. «Quando eravamo adolescenti, ci ritrovavamo sempre sotto la pianta di leccio all’incrocio tra viale Secondo Moretti e viale Buozzi, in corrispondenza dell’ex pizzeria “Tre Venezie”, oggi “Ego”. La ristrutturazione del centro avvenuta negli anni ’90 ha portato purtroppo all’estirpazione di quello che per noi era ormai un simbolo, ma qualche settimana fa abbiamo riunito il nostro gruppo di amici per ripetere il rito, ritrovandoci in quel luogo mitico pieno di ricordi e di sentimento per una foto che rievocasse i bei tempi andati. Tempi in cui non c’erano smartphone, e senza un preciso appuntamento ci si ritrovava quotidianamente a una certa ora per fare quattro chiacchiere, una passeggiata. Qualcuno vuoi o non vuoi c’era sempre, soprattutto d’estate. Ma anche nei fine settimana invernali. Era per noi una sorta di centro operativo da dove poi muoversi per altri appuntamenti. Un luogo frequentato prevalentemente da ragazzi, ma non esclusivamente: era un punto di ritrovo aperto, dove tutti potevano fermarsi e aggregarsi anche occasionalmente».
In fondo, prosegue Cristina, «nessuno sa perché ci si ritrovava sempre lì, semplicemente le cose avvenivano: ci si sedeva sull’orlo dei vasi di piante, oppure in piedi sotto la pianta, soprattutto d’estate quando il sole batteva forte, e si partecipava alla vita di piazza. Insieme abbiamo vissuto tante avventure, come quando, squattrinati, cercavamo di entrare in discoteca falsificandone il timbro», sorride.
«Era una San Benedetto che viveva un clima più sereno, più lento, più fiducioso, si usciva dagli anni dell’impegno e si entrava in quelli del disimpegno, ma c’era un rispetto di fondo, una voglia di stare insieme, socializzare, guardarsi negli occhi, confrontarsi, conoscere, che oggi forse è andata in parte perduta. È anche per questo che è stato bello rincontrarsi, riannodare le fila del discorso, scambiarsi i ricordi, rievocare e raccontare aneddoti, rivivere l’umanità e le relazioni che per fortuna non si sono perse nel tempo e sono rimasti nella nostra memoria. Noi che per tutti eravamo “quelli della Pianta“».
Ma San Benedetto, per chi la conosce, è oggi una Bella Addormentata. Una città che vive più di ricordi che di presente, e in cui il turismo fa fatica a trovare nuove spinte. Non ci sono le strutture di Riccione, i grandi eventi di Senigallia o i concerti di Pescara. Ci sono solo hotel fermi agli anni ’90, gli chalet (così chiamano gli stabilimenti balneari), e un po’ di discoteche sparse sul lungomare. San Benedetto ha smesso di crescere già da anni, si è spenta. Si accontenta di quel poco che ha, senza pensare a tutto quello che potrebbe avere. Non ha pretese, è piatta come il mare alle sei di mattina. Ma se nulla cambia, in fondo, significa che a tutti va bene così.