Sono passati più di tre mesi dall’inizio dell’ultima ondata del conflitto israelo-palestinese e la categoria dei giornalisti è stata colpita come non mai. Cento le vittime secondo Al Jazeera, ottantatrè – tra cui 76 palestinesi, quattro israeliani e tre libanesi –  secondo il Committee to protect journalists di New York.

Come ribadito anche dalla Press Emblem Campaign, «si tratta del più alto numero di vittime dei media in un conflitto in un periodo di tempo così breve»

Un dato è certo: come ribadito anche dalla Press Emblem Campaign, «si tratta del più alto numero di vittime dei media in un conflitto in un periodo di tempo così breve». Ma l’attività dei giornalisti a Gaza è ora più importante che mai, soprattutto a livello “glocal”. A sottolinearlo già l’etimologia del termine, composto dalla fusione tra global e local, che evidenzia come anche in ambito giornalistico una notizia propria di una particolare zona possa sfruttare le opportunità dei processi di globalizzazione per diffondersi a livello internazionale.

Tra gli esempi più recenti è da annoverare il video di Motasem Mortaja, filmmaker per l’agenzia mediatica con sede a Gaza Media Record, che evidenzia come la situazione nella città di Kan Yunis assediata dall’esercito israeliano sia riflesso di una notizia locale dall’eco globale. Ma basti pensare anche al caso di Wael Al-Dahdouh, capo ufficio dei corrispondenti di Al Jazeera a Gaza, che ha raggiunto il Qatar dopo aver perso diversi familiari in un raid aereo. Episodio che, di fatto, mostra come nei conflitti anche casi di cronaca locale vengano diffusi ampiamente fuori dai confini territoriali.