Non sono bastati gli appelli all’arbitro e al quarto uomo, né gli annunci dello speaker allo stadio. Per far sì che qualcuno prendesse seriamente la questione si è arrivati al gesto più umiliante: sabato 20 gennaio, al 38’ del primo tempo di Udinese-Milan, Mike Maignan, portiere rossonero, si toglie i guantoni e rientra negli spogliatoi dopo i ripetuti insulti razzisti ricevuti da alcuni tifosi di casa. La partita viene sospesa per cinque minuti. Poi riprende, perché giocatori e dirigenti convincono il francese a tornare in campo. Anche se ululati ed insulti non si placano fino alla fine del primo tempo. 

Nel post-partita è lo stesso Maignan a raccontare ai microfoni di Sky l’accaduto: «Al primo rinvio sono andato a prendere la palla e ho sentito chiamarmi scimmia, ma non ho detto niente. Poi lo hanno rifatto ancora e ho chiesto aiuto alla panchina, ho detto che non si può giocare così a calcio». Immediata la condanna dell’Udinese, che con un comunicato ha espresso «profonda solidarietà» al portiere del Milan e si è impegnata a collaborare con le autorità per punire i responsabili. 

Cinque tifosi individuati. L’Udinese collabora ma presenta ricorso al Giudice Sportivo

I primi provvedimenti ufficiali non si sono fatti attendere. Sono cinque le persone già individuate dalle autorità. Quattro uomini (tra i quali uno di colore) e una donna residenti nella città di Udine e provincia. Tutti hanno ricevuto un Daspo di cinque anni dalla Questura, mentre l’Udinese ha già provveduto a bandirli a vita dal Bluenergy Stadium.

Il club friulano continua a collaborare con la Procura, si dimostra sensibile alla causa, ma presenta ricorso contro la decisione del Giudice Sportivo di giocare un turno a porte chiuse. Una decisione, quella del dott. Gerardo Mastrandrea, maturata poiché, oltre alla gravità dell’episodio, «non sono state riportate, durante e dopo i fatti, e nonostante i due annunci al pubblico, chiare manifestazioni di dissociazione da tali intollerabili comportamenti da parte dei restanti sostenitori».

La sanzione avrebbe potuto essere anche più pesante ma, come si legge nel comunicato, il comportamento “attivo” dell’Udinese e la disponibilità manifestata fin da subito a collaborare per l’individuazione dei responsabili hanno funzionato in senso attenuante.

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Maignan discute con l’arbitro per gli insulti ricevuti


Razzismo negli stadi: Italia tra i Paesi meno severi, carcere in Francia e Spagna

Il Daspo di cinque anni emesso dal questore D’Agostino rappresenta la misura massima prevista dalla normativa italiana per soggetti non recidivi. Il 27 giugno 2023, inoltre, è stata sottoscritta da Viminale, ministero dello Sport e Federcalcio la “Dichiarazione d’intenti per la lotta contro l’antisemitismo nel calcio”. Si tratta di un nuovo pacchetto di norme per combattere razzismo ed antisemitismo negli stadi che prevede, tra le varie misure, il divieto di maglie con il numero 88 (simbolo neonazista), la sospensione delle partite in presenza di cori offensivi e l’organizzazione di diverse iniziative di sensibilizzazione.

L’Italia, tuttavia, è considerata tra i paesi meno duri nel contrasto della lotta alle discriminazioni negli stadi. In Inghilterra la tolleranza è pari a zero tanto sul campo quanto sui social: alla prima violazione vengono subito coinvolte le autorità. Nel 2022 un tifoso è stato condannato a 4 mesi con la condizionale ed espulso per 3 anni dagli stadi del Regno Unito per aver rivolto insulti razzisti su Instagram ad Ivan Toney, attaccante del Brentford. Diciotto dei venti club di Premier League hanno anche istituito linee dirette per le segnalazioni di comportamenti razzisti. In Germania sono previste multe salate per chi usa la violenza verbale. Nella maggior parte dei casi sono i tifosi stessi a denunciare alle forze dell’ordine le persone coinvolte in certi gesti. 

I paesi più rigidi sono Spagna e Francia, dove chi fomenta l’odio razzista o antisemita rischia anche il carcere. In Spagna, secondo l’articolo 510 del Codice Penale, sono previste pene detentive tra 1 e 4 anni ed un divieto d’accesso negli stadi fino ad 8 anni. In Francia il razzismo è considerato un delitto, definito dalla legge dell’1 luglio 1972. I razzisti rischiano fino a 5 anni di carcere (con l’aggravante) e 45mila euro di multa, oltre all’esclusione dagli stadi.


Razzismo e antisemitismo

«I razzismi nascono non perché c’è una legislazione, e non perché c’è un’ideologia. I razzismi nascono dal disagio profondo, non curato, dove la politica non interviene e lascia correre, dove in qualche modo si approfitta anche della rabbia sociale e dove soprattutto una volta che si comincia una china discensiva, nessuno si ferma a riflettere, ma tutto sembra molto automatico. Bene, per certi aspetti credo che sia la fotografia di questo nostro Paese, oggi». È un estratto delle parole usate da David Bidussa, storico sociale delle idee, per descrivere il propagarsi del razzismo in Italia. L’articolo a cui si fa riferimento risale a più di dieci anni fa, ma è incredibilmente attuale. 

L’odio razziale ha numerose declinazioni e l’antisemitismo è una di queste. Più passa il tempo e più sembra che le persone si discostino da quanto successo nella prima metà del Novecento e fatichino a ricordare. È anche per questo che si rende necessario fare ricorso alla Memoria, per evitare che qualcuno possa dimenticare.

 

Antisemitismo negli stadi

“La storia è sempre quella, sul petto vuoi la stella (di David)”. Finale di Coppa Italia 2012-2013, si affrontano Roma e Lazio. Nella curva Nord, quella biancoceleste, sono ben visibili due striscioni che riportano la frase sopra citata. Il riferimento è storico: i romanisti, riconosciuti come ebrei, durante la persecuzione nazifascista venivano marchiati con la stella gialla sul petto; “simbolo” che avrebbero ottenuto in caso di vittoria della decima coppa.

La storia è sempre quella, sul petto vuoi la stella

Striscione della curva laziale in finale di Coppa Italia, stagione 2012-2013

È solo un esempio di quello che succede ormai da tempo all’interno del tifo organizzato in Italia: razzismo e antisemitismo fanno capolino negli stadi, macchiando irrimediabilmente le competizioni sportive. I gruppi ultras molto spesso si difendono e si trincerano dietro l’intento goliardico delle loro azioni. 

Solo una decina di anni dopo, il 19 marzo 2023, un componente della curva laziale, di nazionalità tedesca, è entrato allo Stadio Olimpico con una maglietta inneggiante a Hitler. La partita era sempre la stessa. Non è mancata la risposta della società capitolina, che ha squalificato a vita l’ultras tedesco e due tifosi che hanno ripetutamente ostentato il saluto romano durante lo svolgersi dell’incontro. Per la prima volta si è applicato il codice etico per un caso di discriminazione antisemita. Un segnale forse, ma ancora troppo poco.

Le risposte dell’altra corrente di tifosi romani, quella che parteggia per i giallorossi, non si sono fatte attendere e non sono di gravità inferiore. “Laziale non mangia maiale, élite giudea” è solo uno degli slogan che si ripetono tra i gruppi organizzati della sponda romanista. Frasi che diventano scritte sui muri e poi adesivi da distribuire a chi va allo stadio a vedere le partite.

Laziale non mangia maiale

Adesivi distribuiti dai tifosi della Roma

La memoria torna al 2017, quando la curva sud dello Stadio Olimpico è stata tappezzata con centinaia di figurine raffiguranti Anna Frank con la maglia della Roma. Subito è divampata la polemica ed è stata chiamata in causa la Polizia, nel tentativo di dare un’identità agli autori di un gesto tanto ignobile. Sono state 15 le persone identificate, tra cui due minorenni (di cui uno di appena 13 anni).

Figurina di Anna Frank con la maglia della Roma

La giovanissima età di una delle persone coinvolte in questa specifica circostanza, dovrebbe far riflettere circa il ruolo che si attribuisce agli stadi, che diventano il primo megafono dell’antisemitismo, dove gli insulti agli ebrei sono ostentati, urlati e, spesso, tollerati. Queste strutture fanno da cassa di risonanza ai sentimenti più beceri e possono facilmente condizionare anche i più piccoli, che, entrando a far parte di una tifoseria organizzata, percepiscono la possibilità di ottenere un certo status. E le espressioni di odio non arrivano solo dalle due tifoserie romane.

Nel febbraio del 2016 la Fiorentina viene sconfitta dal Tottenham ed esce dall’Europa League. La partita è finita ormai da un po’ e anche i giornalisti stanno tornando ai loro alloggi. Una ventina di tifosi viola incrociano David Guetta, storico radiocronista dei gigliati. Intonano “David Guetta, c’è un treno per Mauthausen che ti aspetta”. La violenza è stata solo verbale, ma leggendo quanto detto dallo sfortunato protagonista, c’era la sensazione che si potesse andare anche oltre. 

Poco più di sei anni dopo si è giocata Fiorentina-Juventus. Durante la partita, un nutrito gruppo di tifosi della compagine ospite ha intonato un coro nei confronti della curva avversaria, che terminava così: ”Loro non sono italiani, ma sono una massa di ebrei”. 

Gli episodi citati sono solo alcuni dei numerosi fattacci che hanno coinvolto gli ultras di diverse squadre. L’odio antisemita si è propagato, indistintamente, in gran parte delle curve italiane, anche lontane tra loro, a testimonianza del fatto che le differenze regionali non incidono sulla questione. Divisi dalla fede calcistica, ma uniti dall’avversione nei confronti del popolo ebreo. 

 

Risposta delle istituzioni 

Le repliche da parte delle istituzioni, quando ci sono state, si sono rivelate troppo spesso insufficienti. Sembra che lo stadio sia rimasto quello spazio in cui, ancora oggi, lo Stato permette il libero sfogo di violenze declinate in vario modo. Quando si sono levate delle reazioni, si sono dimostrate vaghe, quasi innocue.

Anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha dato il suo punto di vista. In un’ampia intervista concessa alla Gazzetta dello Sport nel 2022, e riportata qui, ha affermato che è fondamentale dare delle risposte: «Un lavoro che non può venire soltanto dagli ebrei: la reazione al disagio, al male, al dolore provocato da cori o striscioni chiama in causa tanti soggetti». Tra gli altri «la filiera calcistica, la politica, la magistratura, ma anche la scuola»

Va in questa direzione la Dichiarazione d’intenti per la lotta contro l’antisemitismo nel calcio, di cui si parla nel terzo paragrafo. Tra i fautori, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, il Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo Prefetto Giuseppe Pecoraro, e il segretario generale della Federazione italiana Giuoco Calcio Marco Brunelli. 

Un primo, piccolo passo è stato fatto, ma bisognerà vedere quanto spesso il Giudice sportivo sarà disposto ad intervenire, infliggendo multe e sospensioni in presenza di cori razzisti e antisemiti, utilizzo di simbologie neonaziste o fasciste. 

Il rischio che il testo appena citato si riveli uno specchietto per le allodole è reale. Starà alle autorità saper gestire la situazione, amministrando in maniera corretta e consapevole la giustizia sportiva.