“I bambini venivano presi, probabilmente dati a famiglie che non avevano figli, e ai genitori veniva mentito.” Queste sono le parole del ministro israeliano Tzachi Hanegbi durante un’intervista rilasciata a “Meet the Press”nel luglio del 2016. Le parole di Hanegbi si riferiscono ad una vicenda che ancora oggi infiamma il dibattito israeliano. Essa ha per oggetto le sparizioni di bambini avvenute all’interno della comunità ebraica yemenita, giunta in Israele a seguito dell’Operazione Magic Carpet, un ponte aereo che dallo Yemen ha trasportato in Israele quasi 50mila ebrei mizrahim, orientali, tra il 1949 e il 1950. I bambini sarebbero stati dichiarati morti per poi essere dati in adozione a famiglie di ebrei di provenienza europea, inclusi i sopravvissuti della shoah.
Il più grande caso di razzismo interno alla comunità ebraica israeliana si chiama “Yemenite affaire”: intorno al 1950 scomparvero quasi 5mila ebrei orientali, la maggior parte yemeniti: erano bambini “rubati” alle famiglie appena migrate e vennero ceduti ad ebrei ashkenaziti, ed educati come figli legittimi, a loro insaputa.
Il caso è venuto alla luce negli anni Sessanta, quando alcune famiglie israeliane yemenite hanno ricevuto la cartolina che chiamava i loro figli a svolgere il servizio militare, ma era stato detto loro che i figli erano morti, dunque quelle cartoline non sarebbero mai dovute arrivare. Il fatto è bastato per riaccendere il sospetto che le autorità avessero mentito e che quei figli fossero ancora vivi.
Tra le testimonianze raccolte, i rapimenti avvenivano in diversi modi. Ai genitori poteva essere detto che i loro figli avevano bisogno di cure mediche in ospedale per poi essere informati della loro morte. Un altro metodo era riferire alle donne che avevano appena partorito che il neonato era morto. Diverse sono le storie, ma quasi tutte avevano due elementi in comune: ai genitori non era permesso di vedere i corpi dei loro figli deceduti e neanche veniva rilasciato un certificato che ne confermasse il decesso. Più volte è stato richiesto allo Stato israeliano di far luce sugli avvenimenti, e sul caso sono state riunite due commissioni di inchiesta: il comitato Bahlul-Minkowski nel 1967 e il comitato Shalgi, che ha indagato nuovamente sul caso tra il 1984 e il 1988. Nessuna delle due commissioni è riuscita però a portare a risultati convincenti.
Bisognerà attendere il 1994 perché la questione venga riaperta. Quell’anno il rabbino Uzi Meshulam aveva diffuso un opuscolo in cui affermava che circa 4500 bambini mizrahim erano stati portati via ai loro genitori, spingendo il governo a riaprire le indagini. Venne dunque costituita la Commissione Kedmi, che ha esaminato circa mille casi di sparizioni. La conclusione è stata che, nella maggior parte dei casi, i bambini erano effettivamente morti, anche se 50 risultavano dispersi.
L’interesse per la vicenda non è diminuito, e alcune organizzazioni si sono messe a disposizione delle famiglie per favorire il ricongiungimento. L’associazione Amram dal 2014 raccoglie dati e testimonianze dirette delle famiglie che sospettano di aver perso un famigliare in questa vicenda e promuove la sensibilizzazione sull’argomento attraverso contenuti online e video. Un’altra iniziativa è portata avanti da My Heritage, società israeliana operante nel settore della genealogia, che offre test del DNA gratuiti sia per i residenti in Israele che all’estero per verificare possibili compatibilità che potrebbero aiutare le persone a ritrovare le loro famiglie. In qualche caso, proprio grazie a questo test è stato possibile il ricongiungimento alle famiglie di alcuni di quei bambini, ormai adulti, di cui si erano perse le tracce.
Ancora non è chiaro se il governo abbia favorito direttamente i rapimenti oppure se essi si siano sviluppati all’insaputa delle istituzioni. Alcune voci sostengono che lo scopo dei rapimenti fosse dettato da un sentimento di tipo razzista. Israele, al momento della sua nascita, era uno stato composto da una popolazione prevalentemente di ashkenaziti, ebrei europei, che non vedeva di buon occhio l’arrivo dei mizrahim: “Da parte sua la popolazione reagisce male. Non capisce questi ebrei bizzarri, la cui lingua, l’accento, le usanze e l’aspetto fisico sono così diversi dai suoi” scrive lo storico israeliano Eli Barnavi. Tale sentimento avrebbe quindi spinto alcuni decisori politici a separare i bambini dalle loro famiglie in modo da crescerli nel modo giusto, non condizionato dall’arretratezza culturale dei genitori biologici. Quasi una motivazione di carattere umanitario. Sul Financial Times, Naama Katiee, attivista israeliana dell’Amram, afferma che se ciò fosse vero e che quindi tali casi sarebbero motivati dal razzismo, la legittimità morale di Israele, nato dopo la shoah e porto sicuro per gli ebrei, crollerebbe.