“Se non si ruba, i soldi non mancano. Però, purtroppo, rubano tutti”. Per misurare il grado di integrazione di Ahmet basta questa sua valutazione sulla politica italiana. In realtà Ahmet non odia i politici, tantomeno l’amministrazione del comune della sua Milano. Impossibile odiare chi non si è mai visto: nel quartiere Giambellino, dove Ahmet ha il negozio di kebap, non si è mai visto nessuno delle istituzioni, neanche durante la campagna elettorale delle scorse comunali.
Prima come saldatore, poi come ristoratore. Ahmet lavora da più di vent’anni a Milano. Una città che ama con disillusione
Nonostante questa assenza, il Giambellino non è un quartiere spento: è vivo, per molti versi problematico. I luoghi di socialità e incontro scarseggiano, i lavori per la metropolitana danno qualche disagio alla viabilità. Annamaria, cliente affezionata, lo spiega appena si unisce alla conversazione mentre compra qualcosa per la cena. Abitante del quartiere dal 1944, potrebbe essere la mamma di Ahmet, che di anni ne ha 42, di cui quasi la metà trascorsi nel capoluogo lombardo. Il proprietario del kebap definisce Milano “una città di mondo, accogliente” dove ha sempre lavorato. Prima come saldatore, poi ristoratore in un’altra zona periferica della città che ha dovuto abbandonare durante il primo lockdown. Gli aiuti del comune non sono stati sufficienti a compensare le entrate troppo basse e i costi degli affitti sempre più alti.
Anche in via delle Rose – questo il nome della strada a Sud-Ovest della periferia milanese – non è facile tirare avanti: con la pandemia anche i turisti sono spariti. “Il momento è brutto, nessuno aiuta. Speriamo di vaccinarci tutti, così forse questa malattia finisce”, commenta Ahmet, mentre si sposta tra il bancone dove tiene il kebap e il forno a legna per la pizza, la seconda specialità del locale. Ne sforna una per Annamaria, che è seduta a uno dei tavolini lungo la parete verso la porta d’uscita: il sorriso che la donna fa per ringraziare accentua le rughe sul volto illuminato da una luce a neon leggermente azzurra. “Da quando c’è lui, qui è tutta un’altra cosa. Riporta vita al quartiere”, dice ad alta voce.
Ahmet nel Giambellino è arrivato da cinque mesi e sul domani ragiona con parole tristi ma mai disperate: “Non abbiamo futuro. Abbiamo tre figli intelligenti ed educati, con amici”. Qui la voce trema, ma solo per qualche secondo. Poi prosegue: “Per me il futuro sono i miei bambini. Lavoro per il loro avvenire” . Anche la signora Annamaria, che di figli non ne ha e che intanto si è annodata stretta la sciarpa per ripararsi dal freddo, è d’accordo: “Questo è il compito dei genitori”, dice, uscendo nella nebbia dalla porta del Turkish Kebap di via delle Rose.