Un anno fa, quando le prime chiusure attanagliavano l’Italia, il quartiere pavese di Borgo Ticino manteneva la sua tranquillità. Mai affollato come il centro cittadino, accorgersi delle differenze rispetto a prima dell’arrivo della pandemia era più difficile. A un anno di distanza, questa sensazione permane. La presenza di persone in strada è sempre scarsa ma costante, e le attività che davano vita al quartiere ancora sembrano tenerlo a galla. «Non posso lamentarmi, ho continuato a lavorare e ad avere clienti» racconta Claudio Prandi, titolare dell’omonima tabaccheria, riconfermando la sensazione che aveva un anno fa: le sigarette si vendono sempre, in pochi vi hanno rinunciato per via dell’emergenza sanitaria. Non tutte le attività hanno però avuto la stessa buona sorte: l’Osteria del Povero Lele, locale storico della zona, ha scelto a suo tempo di non adattarsi all’asporto, attendendo che tornasse il via libera alle cene nei locali, per mantenere quello spirito tipico delle trattorie e taverne di un tempo. Ora, con la Lombardia in piena zona arancione, ciò che resta dell’osteria è la storica insegna, ed una serranda abbassata a tempo indefinito.

L'osteria del povero lele

L’Osteria del Povero Lele, al momento sempre chiusa.

Alla luce dei racconti dei negozianti e degli abitanti, però, si può iniziare a comprendere cosa ci sia di diverso nella calma di oggi rispetto che in quella degli scorsi anni: Borgo Ticino è un quartiere di passaggio, unico accesso alla città se si arriva da Sud. Una volta ci passavano pendolari di ogni genere, lavoratori diretti in città, turisti incuriositi dalle casette colorate al di là del Ponte Coperto. Ora questo via vai non c’è più, e da arteria il quartiere si sta trasformando in stagno, sopravvivendo grazie agli sforzi dei soli abitanti. Le stesse sedi culturali sono vuote. La sala comunale al civico 130 di via dei Mille, soprannominata “la Saletta” dai membri delle associazioni che ne utilizzavano gli spazi, è ancora senza vita. Niente più anziani che vi si ritrovano, e niente più ragazzi che organizzano serate di giochi da tavolo. La palestra di Boxe del civico 73, ben nascosta dentro una corte ma solitamente rumorosa e attiva, non dà segni di vita. Gli unici a ravvivare i dintorni sono i gruppi di operai edili impegnati nella ristrutturazione dell’oratorio che ridono e cantano, portando a dimenticare almeno per un attimo il tempo sospeso e indefinito che la pandemia impone a chiunque.

A ridosso del Ponte Coperto, punto d’unione tra il quartiere e il centro, un piccolo spazio verde nasconde una cabina di metallo e vetro, suddivisa in scaffali rettangolari di varie dimensioni. È il book-crossing, uno spazio in cui lasciare i libri da condividere con altre persone, per prenderne altri in cambio. Normalmente la cabina è ricca di titoli d’ogni genere, ma ora appare spoglia e trascurata, ed ospita quasi solo vecchi manuali polverosi e qualche CD interattivo reperibile nelle edicole d’inizio millennio. Lì accanto, proprio di fronte al ponte, campeggiano una ruota panoramica ed un carosello, normalmente meta di bambini e turisti, adesso completamente spogli seppur tecnicamente attivi.

La cabina del "Book Crossing".

La cabina del “Book Crossing”.

Le giostre di Borgo Ticino

Le giostre di Borgo Ticino

Proseguendo oltre le giostre si scende in via Milazzo, cuore del “Borgo Basso”, famoso a Pavia per le case colorate lungo il fiume e per le sempre più frequenti inondazioni. Le osterie storiche della zona, nascoste agli angoli delle stradine secondarie, sembrano dormire un sonno profondo, una sorta di indeterminato letargo che fa sembrare davvero lontani i giorni in cui le coppie sceglievano proprio quella porzione di lungofiume per darsi appuntamento e cenare assieme.

Borgo basso

Il Borgo Basso visto dal Ponte Coperto

Molto più lontano dal ponte, ma sempre lungo via Milazzo, si affaccia sul fiume una strana casa, dipinta di color salmone, un po’ diroccata, e con una singolare decorazione al centro della facciata: un grosso faccione di cemento con la lingua di fuori. Un anziano abitante del Borgo Basso, passando di lì per caso, racconta una versione della storia della “Linguacciona”: «Più di cent’anni fa, tutti dissero ad un uomo del posto che non sarebbe mai riuscito a costruire da solo la sua casa. Così lui, a lavoro finito, aggiunse alla casa quell’irriverente decorazione, come sberleffo nei confronti di chi non aveva creduto in lui».

La "Linguacciona"

La “Linguacciona”

Un riassunto efficace dello spirito degli abitanti del Borgo: possono arrivare allagamenti o sopraggiungere una pandemia, ma la vita continua, e non sarà il transito ridotto ad affossare il quartiere.