Auto che si guidano da sole, robot in grado di dipingere come esseri umani ed ora anche intelligenze artificiali che scrivono articoli. L’innovazione affascina, come è normale che sia, ma può anche spaventare chi teme una sempre maggiore automazione in ogni settore lavorativo. È sicuramente impressionante leggere l’articolo pubblicato dal Guardian due mesi fa, interamente scritto da un AI, denominato GPT-3. Scorrendo tra paragrafi scritti in un inglese ineccepibile, infatti, si scorge ben più di un esercizio di stile: a tratti si intravede una personalità, e si rischia di dimenticare che l’articolo è stato scritto da una macchina, non fosse che per il fatto che è lei stessa a ricordarcelo quasi di continuo.
Un incredibile risultato nel campo delle intelligenze artificiali, sicuramente. Ciò che però è lecito chiedersi è se l’articolo si possa davvero considerare “farina del sacco” di GPT-3 o, se invece, sia intervenuta la mano di un essere umano in suo aiuto.
In appendice allo stesso articolo del Guardian è presente una breve ma significativa spiegazione di come sia stato possibile far scrivere il pezzo all’AI. Oltre alla consegna, infatti, che consisteva nello spiegare “perché i robot non sono una minaccia per l’umanità”, a GPT-3 è stato anche fornito l’incipit, le esatte parole con cui iniziare il proprio elaborato. Dato più importante, però, è che l’intelligenza artificiale di articoli ne ha scritti otto, non uno solo, e quello che è possibile leggere sul quotidiano britannico è frutto della scelta di redattori umani, a cui è spettato il compito di selezionare glii estratti più interessanti.
Sicuramente negli ultimi anni le capacità di scrittura giornalistica dei robot sono esponenzialmente aumentate. Confrontando, per esempio, l’esperimento condotto 4 anni fa dal Financial Times, che mise a confronto una redattrice umana con un AI di nome Emma, e gli estratti degli essay di GPT-3, si può notare un netto miglioramento nella scorrevolezza e nella naturalezza della costruzione delle frasi. Tuttavia, oltre a non essere ancora al livello di abili penne umane, l’emotività e il trasporto presenti nel pezzo del Guardian non sono altro che mero artificio, in gran parte costruito grazie agli sforzi di chi, dopo la stesura dei singoli saggi, ha messo assieme i pezzi.
La prospettiva è di sicuro affascinante, ed il progresso in questo specifico ambito potrebbe, un giorno, rivoluzionare il giornalismo. Quel giorno, tuttavia, potrebbe non essere così vicino, e ancora molta strada dev’essere percorsa.
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